Neurofibra

•agosto 10, 2015 • Lascia un commento

Neural speed 2015 (EB)Anche i neurocentristi più incalliti ormai riconoscono che i processi cognitivi sono per lo meno il risultato di una interazione tra funzioni e parcelle neurali distinte e distribuite in tutto il sistema cerebrale. Ci sono “nodi cruciali” che fanno da coordinatori o da collo di bottiglia per specifiche funzioni (linguaggio, attenzione, calcolo …), ma la rete è comunque dispersa, e l’esistenza di questi nodi non la dice poi tutta sulla complessità del processo. Una volta riconosciuta l’importanza di questi flussi e di questi scambi tra le aree cerebrali, la connettività è diventata un fattore ancora più importante, e negli ultimi dieci anni abbiamo visto moltiplicarsi esponenzialmente gli studi orientati a svelare gli schemi di connessione neurale. Tutto questo aiutato dalle tecniche di imaging che permettono di rivelare strade e autostrade del cervello, come la trattografia, che segue il cammino assonale delle molecole di acqua, mostrando la disposizione delle connessioni della rete. In una recente e dettagliata revisione del sistema fronto-parietale, Roberto Caminiti e i suoi coautori fanno notare che però questi dati trattografici sono fotografie istantanee, e si perdono una parte importante della storia: il fattore tempo, e le velocità del cablaggio. Riconoscere le connessioni è essenziale, ma il processo poi non si basa solo sullo schema di relazioni. La velocità di conduzione è fondamentale per stabilire una “gerarchia funzionale” delle connessioni, che stabilisce chi influisce su chi, le sequenze, e le polarità del processo. La cosa interessante è che la velocità di conduzione dipende da molti fattori strettamente fisici, come la lunghezza o il diametro della connessione. Il che introduce anche un certo paradosso: i diametri neuronali non sono cambiati poi tanto a livello evolutivo e il genere umano, avendo ampliato il suo volume cerebrale, ha aumentato le distanze tra le aree, il che comporta una importante perdita di velocità media di comunicazione rispetto agli altri primati. Ci sono trucchi per evitare di perdere velocità aumentando la distanza della connessione? Quanto influiscono questi parametri sul processo cognitivo? E’ solo una questione di arrivare prima, o ci sono velocità minime necessarie per poter sviluppare certi processi?

Da sempre abbiamo sospettato che la velocità della comunicazione neurale fosse importante, non è una novità. Però a livello cognitivo non abbiamo indagato troppo sulle sue cause strutturali, presentando solo ipotesi generali, senza trovare modelli quantitativi o sperimentali che ne possano valutare il peso effettivo. La psicometria ci dice che, in questo tipo di capacità come in tutte le altre, le persone possono essere davvero sorprendentemente differenti. E la velocità è un fattore fondamentale, non tanto perché manda la macchina più veloce, ma soprattutto perché a lungo raggio la manda più lontano. Tutto questo però viene in genere presentato come un fattore genericamente graduale: più e meno, su una scala continua. Ma non sarebbe una novità scoprire che ci sono effetti soglia che non sono lineari, per i quali superato un certo valore succedono cose strane, generando discontinuità nelle potenzialità e nei processi. Con tutti i vantaggi e gli svantaggi dell’ebrezza: chi vola alto, cade lontano.

E Bruner

Una vista machiana

•agosto 3, 2015 • 1 commento

MrCari lettori, interrompo finalmente il mio silenzio, mentre riemergo da una valanga di lavoro che mi ha recentemente sommerso. Il mese di luglio è stato terribile: non solo ho difeso la mia tesi di dottorato, ma qualche giorno dopo, invece di sorseggiare mojitos su una imprecisata spiaggia del globo, come normalitá imporrebbe, ho pensato bene di recarmi ad una conferenza internazionale, dove ho parlato di embodiment radicale. Colgo ora l´occasione per alcune note finali (e riassuntive) riguardanti il concetto di multidisciplinarietá, considerando il fatto che il mio dottorato in archeologia cognitiva si è basato su una combinazione di teoria archeologica, filosofia delle scienze cognitive, fenomenologia e paleoantropologia.
1) La multidisciplinarietá è persona di facili costumi: in pubblico si “associa” con tutti, in privato nessuno la conosce. In questi anni mi è capitato innumerevoli volte di trovarmi in situazioni accademiche nelle quali ricercatori di ogni campo e disciplina hanno mostrato interesse verso gli argomenti multidisciplinari da me introdotti, generando discussioni spesso costruttive. Quando tuttavia uno chiede di alzare il livello e propone di trasformare questo interesse “da corridoio” in qualcosa di serio (e.g., collaborazioni, lavori comuni, potenziali applicazioni per futuri progetti), ecco che l´interesse di colpo sparisce ed il conservatorismo accademico mostra il suo lato piú profondo. Alla fine, gli approcci multidisciplinari si rivelano sempre “altro” rispetto a quello che si fa in un certo dipartimento, che ha costruito la sua nicchia accademica in anni di lavoro e non ha ragione di perturbarla aggiungendo nuove variabili non chiaramente controllabili. Lo slogan piú diffuso in questi anni è stato:

“Interessante, ma noi non facciamo quello che vuoi fare tu, qui si fa altro. Devi cercare qualcuno che ha flessibilitá e mente aperta per poter accogliere questo tipo di ricerca”.

Ció suona molto simile agli slogan medio-politici, della serie “Il lavoro prima”, frasi che affermano cioé l´evidente senza spiegare come realizzare il tutto. Senza contare il fatto che, ad oggi, per inserire nel sistema una novitá é necessario che ci sia qualcuno che giá controlli la novitá stessa. E se c´é giá qualcuno che controlla qualcosa di nuovo, non ha senso parlare di novitá; un interessante caso di logica circolare.

2) Nel frattempo, poiché la parola “multidisciplinare” é modaiola ed attira interesse, le comunitá scientifiche attuali tendono ad appropriarsene come e quando possono, producendo ció che abbiamo definito a suo tempo monodisciplinarietá superba. Per rinfrescarvi la memoria, trattasi di un approccio multidisciplinare che viene sviluppato da esperti monodisciplinari appositamente per un´utenza monodisciplinare. Ció genera tutta una serie di argomenti spurii, se non di intere discipline “canaglia”, che contribuiscono ad aumentare la giá notevole confusione spesso presente anche nei campi fondativi. Tutto questo supportato dai numerosi editori che sposano ad oggi la linea: “noi siamo un giornale multidisciplinare, ma il tuo paper è troppo multidisciplinare. Noi siamo meno multidisciplinari e quindi non possiamo accettare il tuo lavoro”.

3) C´è da dire che le relazioni tra le cosiddette discipline umanistiche e quelle scientifiche sono veramente ai minimi storici ed una soluzione a questo problema mi sembra ad oggi lontanissima. Gli scienziati, spesso per superificialitá e arroganza, rifiutano di capire (o sottovalutano) qualunque approccio non sia strettamente empirico. D´altro canto, gli umanisti spesso falliscono nel rendere il loro punto di analisi chiaro (o a volte lo rendono incomprensibile ai non esperti al solo scopo di vantarsi). Tendono cioé a far scomparire la domanda che loro stessi pongono ed il metodo di analisi in una serie di proposizioni verbose che alla fine danno l´idea di una complessa forma di narrativa, piuttosto che di una analisi logica volta a risolvere un problema. Sta di fatto che in molte presentazioni umanistiche non si capisce nemmeno quale sia il punto in ballo e in un contesto multidisciplinare questo indispettisce non poco l´audience scientifica. In ambito editoriale si hanno inoltre casi in cui giornali scientifici arrivano a proporre discussioni teoriche che peró, nei campi umanistici paralleli, sono state giá affrontate decenni fa (e che non vengono citate). Assistiamo cosí a cicli di re-invenzione della ruota, come mostrato ad esempio dal dibattito sul metodo in archeologia cognitiva, che sta ora riemergendo in archeologia sperimentale, senza tuttavia riferimento alcuno a quanto giá detto in archeologia teorica.

D Garofoli

 

Visuospaziale

•giugno 9, 2015 • Lascia un commento

René Descartes, Meditations metaphysiques, 1641Insieme a Atsushi Iriki, del Riken Brain Institute, abbiamo pubblicato questo mese una review su mente estesa e integrazione visuospaziale. Dopo una introduzione generale su estensione cognitiva ed embodiment, parliamo degli schemi sensoriali e motori, dell’integrazione tra corpo e oggetto, del corpo come struttura conoscitiva in base alle tensioni strutturali (tensegrità), e dell’importanza della prassi e della manualità nella cultura umana. Poi entriamo nel dettaglio del sistema occhio-mano, e delle funzioni di integrazione visuospaziale delle aree corticali parietali, soprattutto considerando il solco intraparietale e il precuneo. Recuperiamo il concetto di rappresentazione, cestinato come retaggio cartesiano dualista e “disembodied“, presentandolo invece come un legittimo componente dell’integrazione tra cervello, corpo, e ambiente. Riassumiamo le evidenze paleoneurologiche sull’evoluzione delle aree parietali, e il caso dei Neandertaliani, che mancano dello sviluppo parietale associato alla nostra specie e allo stesso tempo hanno una dipendenza manipolativa associata ai denti (la terza mano) molto più decisiva che in qualsiasi popolazione di Homo sapiens. Consideriamo i meccanismi coinvolti in questi cambi sensoriali e motori nei primati, integrando ecologia, sistema nervoso, e comportamento, discutendo poi alcuni limiti analitici, associati  ai problemi nella valutazione sperimentale di questi processi. Alla fine ci allacciamo all’archeologia cognitiva, e al contesto sociale. Non a caso, nei primati le dimensioni cerebrali sono proporzionali alle dimensioni del gruppo, che mostra a sua volta una correlazione con i livelli di endorfine associati al grado di contatto fisico. Le aree parietali sono sensibili a blocchi genetici, ad influenze ambientali, a regolazioni genetiche sulla loro sensibilità, e a componenti epigenetiche. Se i lobi parietali hanno quindi influenzato la capacità di embodiment e di engagement, il primo problema sarà quindi misurarlo, il secondo valutare i meccanismi dietro al cambio. Tutto questo poi bisognerà considerarlo in un ottica di efficienza cognitiva: ha un vantaggio chi riesce a connettersi di più e meglio, o chi non ha bisogno di farlo? Mentre, proprio questa settimana, continua il dibattito sulle capacità visuospaziali dei Neandertaliani, con un secondo forum del Journal of Anthropological Sciences su una possibile mancanza di specializzazione coordinata tra le loro capacità di integrazione somatica e la loro complessità culturale.

E Bruner

Materia e Antimateria

•aprile 22, 2015 • 2 commenti

Acheulean AntimatterCaratterizziamo le società umane e la loro storia a seconda delle risorse che definiscono i loro processi energetici, l’informazione, l’elettricità, il petrolio, il vapore. Prima c’era il bronzo, il ferro, e prima ancora la pietra. La risorsa si basa su due fattori principali: la sua disponibilità, e la capacità di saperla utilizzare. In archeologia preistorica si da per scontato che la scelta della materia prima sia solo funzione del panorama geologico (locale o associato alle capacità di spostamento di una popolazione) e delle capacità di analisi processuale dell’ominide di turno. Attraverso un classico processo di prove ed errori, gli individui selezionano i materiali, in funzione della loro efficienza. In alcuni casi (soprattutto palesemente nella nostra species) si possono aggiungere fattori sociali e fattori estetici, che orientano nella decisione di utilizzare una materia prima piuttosto che un’altra. Ma il primo vero passo per poter utilizzare una risorsa è quello di saperla riconoscere, e questo è un qualcosa strettamente associato alla percezione (decodifica e filtro sensoriale) e alla capacità di prospettiva (pianificazione e simulazione). Molti insetti impollinatori vanno solamente su alcuni fiori, perché il loro sistema visivo percepisce solo quel colore o quella forma. Gli altri fiori, che potrebbero contenere risorse simili, nemmeno li vedono. Anche facendo la spesa in un supermercato, tra banconi di prodotto tutti uguali, siamo attratti principalmente da quelli che, in base a decisioni di mercato basate sulla risposta sensoriale, ci chiamano l’attenzione a causa di una determinata associazione cromatica o geometrica. Senza contare che per sperimentare, provare, valutare, bisogna comunque avere già una idea di quello che si vuole cercare, e questo dipende da livelli cognitivi che vanno ben oltre le capacità esecutive. Il filtro sensoriale ci fa vedere alcune cose e ignorare altre, quello analitico ci permette di cercare in base a delle relazioni, ma ci preclude la pianificazione basata sulle relazioni che non siamo in grado di riconoscere. Allora forse, al di là delle proprietà dei materiali, della loro disponibilità, sarebbe interessante pensare a quali caratteristiche orientano un ominide che sta cercando del materiale adatto a uno scopo. Sappiamo che le funzioni esecutive non funzionano sempre per scelta di una opzione, ma piuttosto per eliminazione delle altre apparentemente disponibili. Ovvero, spesso non si sceglie una possibilità, ma piuttosto si scartano le altre. Questo richiede filtri che dipendono dall’esperienza ma anche dalla percezione: se sei un martello, tutto il mondo ti sembra un chiodo. Le scoperte si fanno anche per caso, ma sempre e comunque dentro dei limiti della nostre capacità percettive e analitiche. E’ difficile trovare quello che uno non sta cercando, e impossibile cercare quello che nemmeno si può vedere.

E Bruner & I De Dominicis

Estrema Mente

•marzo 20, 2015 • 7 commenti

Instagram_2015Le teorie sulla mente estesa interpretano il processo cognitivo come una proprietà emergente che nasce dall’interazione tra cervello, corpo, e ambiente. Il corpo è l’interfaccia attiva tra mondo interno e mondo esterno. Gli oggetti (la cultura materiale) sono le estensioni della nostra rete neurale, che immagazzinano informazioni, innescano processi, e alterano le sensazioni che passano da fuori a dentro e viceversa. Il confine tra questo sistema complesso e una interpretazione più lineare e tradizionale del processo cognitivo  è sottile, e i concetti sono per il momento ancora in balia delle sfumature. Il problema non è solo teorico e terminologico, e la cosa veramente difficile sarà portare tutto questo dentro i laboratori, iniziando una dovuta fase sperimentale. Anche se riconosciamo la validità di questo processo basato su una totale integrazione tra sistema nervoso, corpo, e ambiente, resta una questione fondamentale: una maggiore capacità di estensione della mente vuol dire una maggior capacità cognitiva? Bisogna chiedersi, di fatto, se una maggior capacità analitica (“intelligenza”) voglia dire essere più capaci di relazionarsi col contesto, o al contrario voglia dire aver meno bisogno di farlo. Di primo acchitto, verrebbe da pensare che una maggiore capacità di “embodiment” possa permettere lo sfruttamento di una nuova e ampia gamma di possibilità. Ma l’avvocato del diavolo potrebbe dire che in realtà il vero vantaggio sarebbe non averne bisogno, non dover dipendere da fattori aggiunti. Su queste due possibilità contrarie, c’è poi da metterci dentro il dibattito su quanto un potenziamento esterno aiuta a estendere la mente, o al contrario quanto a viziarla. C’è chi dice che la nostra complessa tecnologia potenzia le nostre capacità cognitive (indipendentemente se questo sia bene o male, che è un altro discorso ancora) e chi dice che le obnubila, scaricando il cervello dalle sue responsabilità e dalla sua ginnastica quotidiana. Un esempio interessante, per gli amanti delle capacità grafiche e visive, è Instagram: basta quasi puntare il cellulare a caso, scattare una foto, applicare uno qualsiasi dei suoi filtri “cool”, e sei subito artista. Uno strumento automatico come questo stimola o deprime la creatività? L’artista è ancora “artigiano” della sua opera? Ovviamente ogni caso è indipendente, siamo tutti molto diversi l’uno dall’altro, e qualsiasi strumento si può utilizzare bene o male, per migliorare cultura e informazione o per degradarle. Ma qui il punto è più generale, non solo volendo cercare tendenze ed effetti medi, ma soprattutto chiedendosi se la struttura della mente umana sia organizzata in modo da ottenere un beneficio o una limitazione da questa incessante estensione tecnologica. In realtà sembra che, almeno secondo qualche dato preliminare, tutto questo internet non stia cambiando poi troppo le capacità delle nuove generazioni. Stupisce il dato, e fa pensare a quell’assenza di evidenza che non è evidenza dell’assenza. Dobbiamo riconoscere che il dibattito è vecchio come il cucco. A noi ci dicevano che saremmo finiti stupidi a forza di usare usare le calcolatrici. E nel Fedro di Platone Socrate si pronuncia, sinceramente spietato, contro … la scrittura:

Questa invenzione produrrà oblio nelle menti di coloro che apprenderanno a usarla, perché non praticheranno la loro memoria. Crederanno nella scrittura, prodotta con caratteri esterni che non sono parti di loro stessi, e questo scoraggerà l’uso della loro propria memoria interna

E Bruner

Dente per dente

•febbraio 20, 2015 • Lascia un commento

Brit Neanderthal (Kennis and Kennis)Questa settimana è stato pubblicato un nuovo articolo sulle strie dei denti dei Neandertaliani, le stesse che noi stiamo usando per cercare di capire se un uso estremo della bocca per la manipolazione di oggetti possa essere evidenza di una scarsa capacità di integrazione visuospaziale, e di limiti nell’integrazione cognitiva tra corpo e artefatto. Lo studio descrive differenze nelle tracce nei denti in funzione di sesso e età, inferendo che siano conseguenza di una ripartizione del lavoro. Ovvero, i Neandertaliani usavano la bocca per manipolare e lavorare gli oggetti, e se queste impronte sono differenti tra maschio e femmina e tra giovani e adulti vuol dire che queste popolazioni si ripartivano il lavoro in base alla struttura sociale e demografica. L’associazione tra le strie e specifiche attività manipolative è estremamente interessante. Bisogna dire che, evidentemente, è un lavoro che richiede cautele interpretative. Primo, bisogna supporre che strie differenti per lunghezza o per spessore siano il risultato di processi manipolativi differenti. Secondo, bisogna fare una supposizione sul sesso dei reperti, decidendo chi è maschio e chi è femmina. Terzo, bisognerebbe valutare il tutto in un contesto statistico che, con i pochi esemplari disponibili, in questo caso non può essere considerato. Ovvero, assumendo che queste tracce possano rivelare differenti tipi di operazioni, assumendo che il sesso di questi individui si possa conoscere, e assumendo che questi pochi individui ben rappresentino una intera specie continentale, allora posso pensare che c’era divisione del lavoro. L’idea è ottima ma il contesto analitico, speculativo e preliminare,  forse non era adeguato all’importanza della rivista in cui è stato pubblicato lo studio. E qui lo sappiamo, c’è una catena democratica di revisori e editori che decide chi pubblica dove come e quando. In paleontologia umana, è noto, il poter “raccontare una storia” è molto più importante del contesto scientifico o del paradigma analitico.

Poi sono arrivati i mezzi di comunicazione, che hanno contribuito a fare di questo caso un buon esempio di come funzionano le cose. Anche se siamo nell’era dell’informazione indipendente da tempo e spazio, il giornalismo continua a fondarsi integralmente sul principio del “qui e adesso”. L’articolo è stato pubblicato da un ricercatore di Madrid, e questo è stato sufficiente a giustificare l’eco decisamente sorprendente di tutti i mezzi di comunicazione nazionali spagnoli. Ovvero in questo caso il giornalismo, totalmente dissociato dai contenuti scientifici, si è nutrito di due fattori: la “storia” del quotidiano neandertaliano, e la firma di un ricercatore della Capitale. Spesso la regola del “qui e adesso” che ottunde e impregna il giornalismo scientifico si basa su un tradizionale principio di “vantaggio reciproco” (lo stesso termine applicato a situazioni molto più importanti si chiama “corruzione”): promuovo quelle istituzioni e quelle persone che possono darmi in cambio una relazione di vantaggio. Da qui, si pesca nel quartiere. Altre volte, solamente è un vizio dei limiti psicologici umani: l’interesse è proporzionale alla vicinanza della notizia, e al nome dell’istituzione. In entrambi i casi, andiamo male. Ovviamente questa non è una tendenza spagnola, e in Italia la situazione è la stessa: basta che cambi di città per essere coinvolto in un giro di riviste e di periodici totalmente differente, come se per un contatto via email o per telefono fosse rilevante la distanza geografica.

Il giornalismo scientifico insiste nel suo ruolo di intrattenimento e diversivo, e la paleontologia umana continua ad affermarsi come racconto da prima serata. C’è anche da aggiungere che l’eclatante conclusione finale di questo studio, ovvero la ripartizione del lavoro da parte dei gruppi Neandertaliani, non sembra qualcosa di troppo sconvolgente. Credo che tra le differenti specie del genere umano ci siano state differenze sostanziali, ma allo stesso tempo suppongo che tutte queste forme abbiano avuto capacità generalmente confrontabili. Non vedo quindi nella possibilità di dividersi il lavoro, di sotterrare un cadavere, di lasciare una marca su un muro, o di mangiarsi il vicino, qualcosa di strabiliante e inatteso, tra specie che saranno pure differenti ma che alla fine appartengono allo stesso genere zoologico, che non per niente chiamiamo “umano”. Tutti i cacciatori-raccoglitori hanno una divisione del lavoro, non vedo perché i Neandertaliani dovrebbero essere l’eccezione. Non sono sicuro che comunque si possa verificare questa ipotesi misurando la lunghezza delle strie dentali di alcuni individui. L’idea è interessante, e il lavoro è ben strutturato, ma questiono sinceramente l’attenzione mediatica. Di tutto questo io mi tengo  la proposta di misurare quelle tracce per valutare se possano darci informazioni sulla varietà dei processi manipolativi che le hanno generate. L’intuizione è sensata, e necessaria a orientare le idee sulle possibili differenze nell’uso dell’interfaccia-corpo tra gli uomini moderni e quelli estinti.

E Bruner

Omineide

•gennaio 28, 2015 • 4 commenti

Animals are not clownsL’Istituto Nazionale della Salute statunitense (NIH) ha deciso di girare pagina sul fronte della sperimentazione animale, e di chiudere quasi tutte le linee di ricerca che utilizzano nei laboratori  metodi invasivi e non invasivi sugli scimpanzé. Segue grande dibattito tra sostenitori e detrattori della sperimentazione animale. La questione etica è facile da capire, anche se poi restano sempre i nodi contorti di un antropocentrismo radicato nell’anima. La sperimentazione animale può arrivare a livelli di tortura incompatibili con quel dono empatico che ci rende umani, c’è poco da dire. Ma allo stesso tempo la ragione principale della difesa delle grandi scimmie continua a essere la loro somiglianza con noi stessi, dando per scontato che il rispetto sia dovuto solo a quelli “che sono come te”. Il concetto di rispetto della vita non dovrebbe essere proporzionale al grado di parentela o somiglianza con il giudice. A parte essere moralmente discutibile, è anche un criterio pericoloso, perché questi gradi di somiglianza possono essere soggettivi e suscettibili di repentini cambiamenti. L’attenzione dovuta alla questione etica da sempre però distoglie lo sguardo dai problemi scientifici della sperimentazione animale, che sono senza dubbio più pragmatici, oggettivi, e indiscutibili. In ordine sparso: la numerosità campionaria, l’influenza delle condizioni esterne, la validità del modello biologico. Il problema statistico del campione è realmente curioso. In altri campi dove ci sono limiti in questo senso (per esempio la paleontologia) continuamente si critica e si discredita l’approccio quantitativo in nome di una robustezza statistica insufficiente. Invece nei settori che utilizzano modelli animali (per esempio la neurobiologia) si accettano senza remore studi con pochi individui, a volte due o tre esemplari, a volte solamente uno. A parità di robustezza statistica, due pesi e due misure, evidentemente. Poi c’è la questione dell’ambiente. In neurobiologia spesso quei due esemplari utilizzati nello studio vengono da una vita trascorsa in uno stabulario, isolati da qualsiasi contesto ecologico o sociale. Se davvero l’ambiente ha quell’importanza che sospettiamo nel forgiare mente e cervello, è chiaro che quelle condizioni di laboratorio genereranno risultati da prendere quantomeno con le pinze. Infine la questione del modello. Diamo per scontato che affinità genetica voglia dire corrispondenza biologica, ma ormai da tempo sappiamo che non è così, e certi parallelismi possono essere davvero fuorvianti.

Questi limiti non devono necessariamente portare a un rigetto indiscriminato della sperimentazione animale, ma devono essere opportunamente considerati quando uno valuta il suo costo economico e morale. E ovviamente quando ne interpreta i risultati. Sia come sia, le accademie neuroscientifiche bofonchiano contro la scelta del NIH. Qualcuno sicuramente avrà le sue ragioni scientifiche e morali, ma sono in gioco soldi e carriere, e c’è da pensare che la reazione ostile non sia solo dovuta alla discordanza sul piano culturale. Il tutto mentre lo stesso sistema accademico statunitense continua a presentare stereotipi e riduzionismi nella ricerca che realmente ci saremmo dovuti lasciare dietro nel secolo scorso. Sopratutto a livello evolutivo, le neuroscienze continuano a negare approcci e risultati che non portino il loro marchio di fabbrica. In una recente e titolata revisione su neuroanatomia e evoluzione cerebrale, una di queste revisioni-manifesto del mainstream che sembrano un messaggio alla nazione, l’evidenza paleontologica si spazza via nelle prime righe dell’articolo affermando che i fossili non possono rivelare cambi evoluzionistici dell’organizzazione cerebrale, e sigillando questa condanna citando un articolo del … 1968! Beh, però a questo punto dovendo riconsegnare i resti umani alle popolazioni indigene per farle star buone, e dovendo liberare i prigionieri antropomorfi dai laboratori, credo che non gli farebbe male dare un pó più di credito alle informazioni disponibili sulle specie estinte, aggiornando le loro bibliografie e magari considerando i contributi di altre discipline complementari. L’errore non è pensare che la paleontologia abbia dei limiti, ma credere che le altre scienze non ne abbiano.

E Bruner

 
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