Materia e Antimateria

•aprile 22, 2015 • 2 commenti

Acheulean AntimatterCaratterizziamo le società umane e la loro storia a seconda delle risorse che definiscono i loro processi energetici, l’informazione, l’elettricità, il petrolio, il vapore. Prima c’era il bronzo, il ferro, e prima ancora la pietra. La risorsa si basa su due fattori principali: la sua disponibilità, e la capacità di saperla utilizzare. In archeologia preistorica si da per scontato che la scelta della materia prima sia solo funzione del panorama geologico (locale o associato alle capacità di spostamento di una popolazione) e delle capacità di analisi processuale dell’ominide di turno. Attraverso un classico processo di prove ed errori, gli individui selezionano i materiali, in funzione della loro efficienza. In alcuni casi (soprattutto palesemente nella nostra species) si possono aggiungere fattori sociali e fattori estetici, che orientano nella decisione di utilizzare una materia prima piuttosto che un’altra. Ma il primo vero passo per poter utilizzare una risorsa è quello di saperla riconoscere, e questo è un qualcosa strettamente associato alla percezione (decodifica e filtro sensoriale) e alla capacità di prospettiva (pianificazione e simulazione). Molti insetti impollinatori vanno solamente su alcuni fiori, perché il loro sistema visivo percepisce solo quel colore o quella forma. Gli altri fiori, che potrebbero contenere risorse simili, nemmeno li vedono. Anche facendo la spesa in un supermercato, tra banconi di prodotto tutti uguali, siamo attratti principalmente da quelli che, in base a decisioni di mercato basate sulla risposta sensoriale, ci chiamano l’attenzione a causa di una determinata associazione cromatica o geometrica. Senza contare che per sperimentare, provare, valutare, bisogna comunque avere già una idea di quello che si vuole cercare, e questo dipende da livelli cognitivi che vanno ben oltre le capacità esecutive. Il filtro sensoriale ci fa vedere alcune cose e ignorare altre, quello analitico ci permette di cercare in base a delle relazioni, ma ci preclude la pianificazione basata sulle relazioni che non siamo in grado di riconoscere. Allora forse, al di là delle proprietà dei materiali, della loro disponibilità, sarebbe interessante pensare a quali caratteristiche orientano un ominide che sta cercando del materiale adatto a uno scopo. Sappiamo che le funzioni esecutive non funzionano sempre per scelta di una opzione, ma piuttosto per eliminazione delle altre apparentemente disponibili. Ovvero, spesso non si sceglie una possibilità, ma piuttosto si scartano le altre. Questo richiede filtri che dipendono dall’esperienza ma anche dalla percezione: se sei un martello, tutto il mondo ti sembra un chiodo. Le scoperte si fanno anche per caso, ma sempre e comunque dentro dei limiti della nostre capacità percettive e analitiche. E’ difficile trovare quello che uno non sta cercando, e impossibile cercare quello che nemmeno si può vedere.

E Bruner & I De Dominicis

Estrema Mente

•marzo 20, 2015 • 2 commenti

Instagram_2015Le teorie sulla mente estesa interpretano il processo cognitivo come una proprietà emergente che nasce dall’interazione tra cervello, corpo, e ambiente. Il corpo è l’interfaccia attiva tra mondo interno e mondo esterno. Gli oggetti (la cultura materiale) sono le estensioni della nostra rete neurale, che immagazzinano informazioni, innescano processi, e alterano le sensazioni che passano da fuori a dentro e viceversa. Il confine tra questo sistema complesso e una interpretazione più lineare e tradizionale del processo cognitivo  è sottile, e i concetti sono per il momento ancora in balia delle sfumature. Il problema non è solo teorico e terminologico, e la cosa veramente difficile sarà portare tutto questo dentro i laboratori, iniziando una dovuta fase sperimentale. Anche se riconosciamo la validità di questo processo basato su una totale integrazione tra sistema nervoso, corpo, e ambiente, resta una questione fondamentale: una maggiore capacità di estensione della mente vuol dire una maggior capacità cognitiva? Bisogna chiedersi, di fatto, se una maggior capacità analitica (“intelligenza”) voglia dire essere più capaci di relazionarsi col contesto, o al contrario voglia dire aver meno bisogno di farlo. Di primo acchitto, verrebbe da pensare che una maggiore capacità di “embodiment” possa permettere lo sfruttamento di una nuova e ampia gamma di possibilità. Ma l’avvocato del diavolo potrebbe dire che in realtà il vero vantaggio sarebbe non averne bisogno, non dover dipendere da fattori aggiunti. Su queste due possibilità contrarie, c’è poi da metterci dentro il dibattito su quanto un potenziamento esterno aiuta a estendere la mente, o al contrario quanto a viziarla. C’è chi dice che la nostra complessa tecnologia potenzia le nostre capacità cognitive (indipendentemente se questo sia bene o male, che è un altro discorso ancora) e chi dice che le obnubila, scaricando il cervello dalle sue responsabilità e dalla sua ginnastica quotidiana. Un esempio interessante, per gli amanti delle capacità grafiche e visive, è Instagram: basta quasi puntare il cellulare a caso, scattare una foto, applicare uno qualsiasi dei suoi filtri “cool”, e sei subito artista. Uno strumento automatico come questo stimola o deprime la creatività? L’artista è ancora “artigiano” della sua opera? Ovviamente ogni caso è indipendente, siamo tutti molto diversi l’uno dall’altro, e qualsiasi strumento si può utilizzare bene o male, per migliorare cultura e informazione o per degradarle. Ma qui il punto è più generale, non solo volendo cercare tendenze ed effetti medi, ma soprattutto chiedendosi se la struttura della mente umana sia organizzata in modo da ottenere un beneficio o una limitazione da questa incessante estensione tecnologica. In realtà sembra che, almeno secondo qualche dato preliminare, tutto questo internet non stia cambiando poi troppo le capacità delle nuove generazioni. Stupisce il dato, e fa pensare a quell’assenza di evidenza che non è evidenza dell’assenza. Dobbiamo riconoscere che il dibattito è vecchio come il cucco. A noi ci dicevano che saremmo finiti stupidi a forza di usare usare le calcolatrici. E nel Fedro di Platone Socrate si pronuncia, sinceramente spietato, contro … la scrittura:

Questa invenzione produrrà oblio nelle menti di coloro che apprenderanno a usarla, perché non praticheranno la loro memoria. Crederanno nella scrittura, prodotta con caratteri esterni che non sono parti di loro stessi, e questo scoraggerà l’uso della loro propria memoria interna

E Bruner

Dente per dente

•febbraio 20, 2015 • Lascia un commento

Brit Neanderthal (Kennis and Kennis)Questa settimana è stato pubblicato un nuovo articolo sulle strie dei denti dei Neandertaliani, le stesse che noi stiamo usando per cercare di capire se un uso estremo della bocca per la manipolazione di oggetti possa essere evidenza di una scarsa capacità di integrazione visuospaziale, e di limiti nell’integrazione cognitiva tra corpo e artefatto. Lo studio descrive differenze nelle tracce nei denti in funzione di sesso e età, inferendo che siano conseguenza di una ripartizione del lavoro. Ovvero, i Neandertaliani usavano la bocca per manipolare e lavorare gli oggetti, e se queste impronte sono differenti tra maschio e femmina e tra giovani e adulti vuol dire che queste popolazioni si ripartivano il lavoro in base alla struttura sociale e demografica. L’associazione tra le strie e specifiche attività manipolative è estremamente interessante. Bisogna dire che, evidentemente, è un lavoro che richiede cautele interpretative. Primo, bisogna supporre che strie differenti per lunghezza o per spessore siano il risultato di processi manipolativi differenti. Secondo, bisogna fare una supposizione sul sesso dei reperti, decidendo chi è maschio e chi è femmina. Terzo, bisognerebbe valutare il tutto in un contesto statistico che, con i pochi esemplari disponibili, in questo caso non può essere considerato. Ovvero, assumendo che queste tracce possano rivelare differenti tipi di operazioni, assumendo che il sesso di questi individui si possa conoscere, e assumendo che questi pochi individui ben rappresentino una intera specie continentale, allora posso pensare che c’era divisione del lavoro. L’idea è ottima ma il contesto analitico, speculativo e preliminare,  forse non era adeguato all’importanza della rivista in cui è stato pubblicato lo studio. E qui lo sappiamo, c’è una catena democratica di revisori e editori che decide chi pubblica dove come e quando. In paleontologia umana, è noto, il poter “raccontare una storia” è molto più importante del contesto scientifico o del paradigma analitico.

Poi sono arrivati i mezzi di comunicazione, che hanno contribuito a fare di questo caso un buon esempio di come funzionano le cose. Anche se siamo nell’era dell’informazione indipendente da tempo e spazio, il giornalismo continua a fondarsi integralmente sul principio del “qui e adesso”. L’articolo è stato pubblicato da un ricercatore di Madrid, e questo è stato sufficiente a giustificare l’eco decisamente sorprendente di tutti i mezzi di comunicazione nazionali spagnoli. Ovvero in questo caso il giornalismo, totalmente dissociato dai contenuti scientifici, si è nutrito di due fattori: la “storia” del quotidiano neandertaliano, e la firma di un ricercatore della Capitale. Spesso la regola del “qui e adesso” che ottunde e impregna il giornalismo scientifico si basa su un tradizionale principio di “vantaggio reciproco” (lo stesso termine applicato a situazioni molto più importanti si chiama “corruzione”): promuovo quelle istituzioni e quelle persone che possono darmi in cambio una relazione di vantaggio. Da qui, si pesca nel quartiere. Altre volte, solamente è un vizio dei limiti psicologici umani: l’interesse è proporzionale alla vicinanza della notizia, e al nome dell’istituzione. In entrambi i casi, andiamo male. Ovviamente questa non è una tendenza spagnola, e in Italia la situazione è la stessa: basta che cambi di città per essere coinvolto in un giro di riviste e di periodici totalmente differente, come se per un contatto via email o per telefono fosse rilevante la distanza geografica.

Il giornalismo scientifico insiste nel suo ruolo di intrattenimento e diversivo, e la paleontologia umana continua ad affermarsi come racconto da prima serata. C’è anche da aggiungere che l’eclatante conclusione finale di questo studio, ovvero la ripartizione del lavoro da parte dei gruppi Neandertaliani, non sembra qualcosa di troppo sconvolgente. Credo che tra le differenti specie del genere umano ci siano state differenze sostanziali, ma allo stesso tempo suppongo che tutte queste forme abbiano avuto capacità generalmente confrontabili. Non vedo quindi nella possibilità di dividersi il lavoro, di sotterrare un cadavere, di lasciare una marca su un muro, o di mangiarsi il vicino, qualcosa di strabiliante e inatteso, tra specie che saranno pure differenti ma che alla fine appartengono allo stesso genere zoologico, che non per niente chiamiamo “umano”. Tutti i cacciatori-raccoglitori hanno una divisione del lavoro, non vedo perché i Neandertaliani dovrebbero essere l’eccezione. Non sono sicuro che comunque si possa verificare questa ipotesi misurando la lunghezza delle strie dentali di alcuni individui. L’idea è interessante, e il lavoro è ben strutturato, ma questiono sinceramente l’attenzione mediatica. Di tutto questo io mi tengo  la proposta di misurare quelle tracce per valutare se possano darci informazioni sulla varietà dei processi manipolativi che le hanno generate. L’intuizione è sensata, e necessaria a orientare le idee sulle possibili differenze nell’uso dell’interfaccia-corpo tra gli uomini moderni e quelli estinti.

E Bruner

Omineide

•gennaio 28, 2015 • 4 commenti

Animals are not clownsL’Istituto Nazionale della Salute statunitense (NIH) ha deciso di girare pagina sul fronte della sperimentazione animale, e di chiudere quasi tutte le linee di ricerca che utilizzano nei laboratori  metodi invasivi e non invasivi sugli scimpanzé. Segue grande dibattito tra sostenitori e detrattori della sperimentazione animale. La questione etica è facile da capire, anche se poi restano sempre i nodi contorti di un antropocentrismo radicato nell’anima. La sperimentazione animale può arrivare a livelli di tortura incompatibili con quel dono empatico che ci rende umani, c’è poco da dire. Ma allo stesso tempo la ragione principale della difesa delle grandi scimmie continua a essere la loro somiglianza con noi stessi, dando per scontato che il rispetto sia dovuto solo a quelli “che sono come te”. Il concetto di rispetto della vita non dovrebbe essere proporzionale al grado di parentela o somiglianza con il giudice. A parte essere moralmente discutibile, è anche un criterio pericoloso, perché questi gradi di somiglianza possono essere soggettivi e suscettibili di repentini cambiamenti. L’attenzione dovuta alla questione etica da sempre però distoglie lo sguardo dai problemi scientifici della sperimentazione animale, che sono senza dubbio più pragmatici, oggettivi, e indiscutibili. In ordine sparso: la numerosità campionaria, l’influenza delle condizioni esterne, la validità del modello biologico. Il problema statistico del campione è realmente curioso. In altri campi dove ci sono limiti in questo senso (per esempio la paleontologia) continuamente si critica e si discredita l’approccio quantitativo in nome di una robustezza statistica insufficiente. Invece nei settori che utilizzano modelli animali (per esempio la neurobiologia) si accettano senza remore studi con pochi individui, a volte due o tre esemplari, a volte solamente uno. A parità di robustezza statistica, due pesi e due misure, evidentemente. Poi c’è la questione dell’ambiente. In neurobiologia spesso quei due esemplari utilizzati nello studio vengono da una vita trascorsa in uno stabulario, isolati da qualsiasi contesto ecologico o sociale. Se davvero l’ambiente ha quell’importanza che sospettiamo nel forgiare mente e cervello, è chiaro che quelle condizioni di laboratorio genereranno risultati da prendere quantomeno con le pinze. Infine la questione del modello. Diamo per scontato che affinità genetica voglia dire corrispondenza biologica, ma ormai da tempo sappiamo che non è così, e certi parallelismi possono essere davvero fuorvianti.

Questi limiti non devono necessariamente portare a un rigetto indiscriminato della sperimentazione animale, ma devono essere opportunamente considerati quando uno valuta il suo costo economico e morale. E ovviamente quando ne interpreta i risultati. Sia come sia, le accademie neuroscientifiche bofonchiano contro la scelta del NIH. Qualcuno sicuramente avrà le sue ragioni scientifiche e morali, ma sono in gioco soldi e carriere, e c’è da pensare che la reazione ostile non sia solo dovuta alla discordanza sul piano culturale. Il tutto mentre lo stesso sistema accademico statunitense continua a presentare stereotipi e riduzionismi nella ricerca che realmente ci saremmo dovuti lasciare dietro nel secolo scorso. Sopratutto a livello evolutivo, le neuroscienze continuano a negare approcci e risultati che non portino il loro marchio di fabbrica. In una recente e titolata revisione su neuroanatomia e evoluzione cerebrale, una di queste revisioni-manifesto del mainstream che sembrano un messaggio alla nazione, l’evidenza paleontologica si spazza via nelle prime righe dell’articolo affermando che i fossili non possono rivelare cambi evoluzionistici dell’organizzazione cerebrale, e sigillando questa condanna citando un articolo del … 1968! Beh, però a questo punto dovendo riconsegnare i resti umani alle popolazioni indigene per farle star buone, e dovendo liberare i prigionieri antropomorfi dai laboratori, credo che non gli farebbe male dare un pó più di credito alle informazioni disponibili sulle specie estinte, aggiornando le loro bibliografie e magari considerando i contributi di altre discipline complementari. L’errore non è pensare che la paleontologia abbia dei limiti, ma credere che le altre scienze non ne abbiano.

E Bruner

Neuroestetica hussariana

•gennaio 21, 2015 • 7 commenti

mh

Di recente, presso la conferenza “Embodiment in evolution and culture” organizzata ad Heidelberg presso il Forum internazionale delle scienze, ho avuto il piacere di incontrare il professor Semir Zeki, ben noto per essere il guru della neuroestetica. Zeki é anche dipinto dai suoi oppositori filosofici come una sorta di oscuro signore del riduzionismo neurale, caratteristica che stride con il suo essere persona eclettica e divertente. L´incontro con Zeki mi ha spinto a porre una riflessione importante: che cosa si intende per riduzionismo neurale in relazione alla disciplina nota come neuroestetica? I lavori di Zeki mirano a definire regioni del cervello umano che, invariabilmente rispetto al background culturale di appartenenza dei soggetti sperimentali, si attivano in risposta all´esperienza della bellezza. Il fatto che esistano risposte fisiologiche universali di questo tipo é appunto un fatto ed in quanto tale dovrebbe essere neutrale rispetto alla spiegazione teorica ad esso associata. Una semplice attivazione neurale non permette di parlare di riduzionismo, poiché la stessa puó tranquillamente essere compatibile con qualunque teoria filosofica del rapporto tra esperienza e cervello. In virtú di ció, non é possibile criticare lavori neurobiologici di questo tipo come riduzionisti. Il riduzionismo appare sulla scena nel momento in cui tale attivazione neurale é considerata sufficiente, piuttosto che meramente necessaria, a spiegare l´esperienza estetica.

Capire il significato di questa espressione tuttavia non é semplice. Nella sua accezione piú estrema, questo argomento implicherebbe che la selezione naturale installi nel cervello umano una categoria “estetica” programmata per rispondere a certi stimoli percettivi nel mondo. Alcuni stimoli visivi sulla retina produrrebbero cosí una attivazione della categoria estetica al livello neurale, producendo l´esperienza fenomenologica che si prova quando si osserva un´opera d´arte. In questo senso dunque, si potrebbe affermare che l´arte umana é determinata dalla e modellata sulla forma dei nostri network neurali. Se cosí fosse (ma mi auguro di sbagliare), alcuni fenomeni associati all´esperienza estetica rimarrebbero inspiegabili. Ad esempio, tutte le opere d´arte dovrebbero generare la stessa esperienza estetica in tutti gli individui, a prescindere dalla provenienza culturale, eliminando cosí ogni aspetto riguardante la soggettivitá. Consideriamo ad esempio l´opera di Michael Hussar raffigurata qui sopra. In una piccola indagine organizzata dal sottoscritto, la maggior parte degli individui intervistati (su un campione di circa dieci soggetti) definisce l´opera “orrenda”, mentre una piccola e significativa parte (incluso il sottoscritto) sostiene che l´opera sia “bellissima”. Ora, posto che in quei soggetti che trovano l´opera hussariana bella si attivino le aree “estetiche” del cervello, cosí come in coloro che guardano le opere di Michelangelo, appare chiaro che non esiste alcun rapporto pre-determinato tra forme/colori, aree neurali ed esperienza estetica. Non esiste dunque la possibilitá di ridurre l´esperienza estetica ad una serie di attivazioni neurali. Tuttavia, resta da spiegare che cosa rimanga invariato quando un individuo trova belle sia le opere di Hussar che quelle di Michelangelo (il che dovrebbe attivare le medesime aree cerebrali). Forse, la chiave per risolvere questo problema é da trovarsi proprio nell´enattivismo. Forse, a rimanere invariata, é l´azione-relazione con cui l´individuo estrae e porta alla coscienza la bellezza in un´opera d´arte. L´invarianza, dunque, risiederebbe nell´azione del soggetto, piuttosto che in una serie di forme e colori selezionati per apparire belli.

D Garofoli

Controsenso

•novembre 22, 2014 • Lascia un commento

DagenHIl cervello è asimmetrico. Non sappiamo bene perché, non conosciamo bene le cause e le conseguenze, ma sappiamo che il nostro cervello è profondamente asimmetrico. E il nostro corpo è asimmetrico, non solo nella sua struttura ma, come conseguenza dell’asimmetria del cervello, nelle sue sensazioni, nelle sue percezioni. Per esempio le capacità di integrazione spaziale sono spesso dominate dall’emisfero destro, e quindi dedichiamo più attenzioni al nostro spazio esterno sinistro, per quella regola di incrocio tra le funzioni del cervello e i loro effettori somatici. Lesioni delle aree parietali destre ci fanno “sparire” il mondo alla nostra sinistra (il cosiddetto “neglect”). Se il nostro cervello è asimmetrico, e se le nostre percezioni sono asimmetriche, allora bisogna cercare di capire il senso della vita. Ovvero, l’organizzazione del nostro spazio e delle nostre regole quotidiane dovrebbero poter rispettare (e ottimizzare) queste nostre differenze percettive tra i due lati del nostro mondo. Le scelte spaziali che si fanno a livello di gestione dei nostri ambienti, personali o comunitari, possono essere il risultato di una ottimizzazione inconscia delle nostre asimmetrie percettive, o al contrario essere frutto di usi e costumi che si sono imposti per ragioni culturali non sempre in accordo col nostro substrato biologico. Per esempio quasi tutte le società hanno ormai adottato una guida a destra, e solo poche eccezioni continuano pericolosamente a distinguersi per una guida a sinistra. Si interpretano le ragioni storiche di queste scelte chiamando in causa cavalieri che sguainano le spade con la mano dominante e ripicche tra governi e religioni. Ma, se è vero che la percezione dello spazio è asimmetrica, e che i livelli di attenzione e di integrazione spaziale sono differenti tra i due mondi della lateralità, allora qui qualcuno ha scelto meglio, e qualcuno ha scelto peggio. Nei balli di salone si circola sempre tenendo la destra e girando in senso antiorario, perché il braccio sinistro è quello aperto e permette quindi il controllo visuale dello spazio e della sala. Dietro a queste norme condivise, dove finisce l’influenza culturale e dove inizia un adattamento inconscio alle nostre asimmetrie percettive? Quando le scelte ottimizzano il substrato e i limiti biologici, e quando invece si contrappongo ai nostri schemi interni? Un caso interessante di diversità percettiva: le mappe cittadine. In alcuni Paesi le mappe turistiche per le strade (quelle del “voi siete qui”) si mettono sempre con il nord verso l’alto, mentre in altri si posizionano ruotandole secondo la prospettiva di visione. Chi ha le aree corticali di integrazione spaziale adeguatamente allenate in accordo con la norma di turno bene, e affida alle sue aree parietali profonde il ruolo di manipolare l’immagine, integrando lo spazio interno con la posizione del proprio corpo. Gli altri, che torcano il collo.

E Bruner

Tutto e viceversa

•ottobre 31, 2014 • Lascia un commento

ns

Come sappiamo, uno dei temi piú discussi in archeologia cognitiva é rappresentato dal problema dell´equivalenza cognitiva tra umani moderni e neanderthaliani. Parte significativa di questo dibattito si incentra sul ruolo che la cognizione e la tecnologia degli umani moderni hanno avuto nella scomparsa dei Neanderthal. Le varie proposte spaziano dall´estremo in cui una cognizione potenziata in Homo sapiens ha attivamente portato alla sostituzione dei Neanderthal all´altro, secondo cui la cognizione non ha giocato alcun ruolo e l´estinzione dei Neanderthal é stata causata da una serie di fattori ambientali, demografici e storici. La componente empirica che caratterizza questo dibattito si basa su evidenze di tipo paleoantropologico ed archeologico e cerca di chiarire la reale entitá dell´interazione tra le due specie, ovvero la loro “sovrapposizione” cronologica e spaziale e la relazione tra le tecnologie adottate da ambo i lati. I sostenitori dell´equivalenza cognitiva propongono che i coloni moderni si siano affacciati in Europa provvisti di un bagaglio tecnologico equivalente a quello dei Neanderthal. Le innovazioni culturali sono emerse da ambo le parti probabilmente a seguito di questa interazione, cioé per trasmissione dei concetti dal mondo moderno a quello neanderthaliano (ma anche viceversa). In alternativa, i Neanderthal avrebbero sviluppato le loro industrie di transizione indipendentemente dal contatto con gli umani moderni, ancora troppo lontani dal cuore del loro mondo. Cruciale per questa tesi é l´idea che i moderni siano entrati in Europa tardivamente e abbiamo sviluppato le industrie aurignaziane evolute (figurine d´avorio, teriantropia, strumenti musicali, ecc…) solo vari millenni dopo la scomparsa dei Neanderthal. In questo modo, nessuna differenza tecnologica o cognitiva é necessaria per spiegare la scomparsa dei Neanderthal.
Contro questa tesi, vi é l´idea di un arrivo precoce degli umani moderni in Europa, accompagnato dalla rapida comparsa dell´aurignaziano evoluto nel centro del continente. In questo caso, si puó pensare ad un consistente fenomeno di interazione tra le due specie, che prevede peró la presenza di comportamenti “derivati” dal lato moderno e giustifica dunque l´idea di una superioritá tecnologica. Inoltre, evidenze di ritrovamenti ossei di umani moderni precoci vengono ad oggi utilizzate per mettere in dubbio il fatto che le cosiddette industrie di transizione neanderthaliane siano di fatto prodotte da Neanderthal.
Un terzo modello, ancora diversamente, sostiene che gli umani moderni siano entrati in Europa ed abbiano trovato dei cimiteri neanderthaliani, ovvero territori abbandonati da millenni dalle popolazioni locali. Anche nel caso di possibili interazioni tra moderni e neanderthaliani in Europa occidentale, la densitá demografica molto bassa farebbe pensare al massimo a sporadici incontri tra i due tipi umani. Ne risulterebbe dunque un ruolo meramente indiretto della cognizione nel garantire ai moderni maggiore adattabilitá sul lungo termine.
Di certo, qualunque spiegazione archeocognitiva non puó prescindere da considerazioni empiriche sulle evidenze paleoantropologiche e archeologiche. Tuttavia, ad oggi il quadro é a dir poco oscuro e il dibattito empirico assume tinte alquanto particolari. A differenza di numerosi altri campi scientifici, nel presente ambito i dati che contrastano la propria agenda teorica non vengono giustificati, ma tendenzialmente negati. Cioé, i sostenitori dell´equivalenza sostengono che i siti di transizione neanderthaliani siano incontaminati, mentre i siti aurignaziani precoci sono infiltrati da strati superiori. Alla stessa maniera, i resti di umani moderni precoci o non sono moderni o non sono precoci. Al contrario, i loro avversari sostengono che le industrie di transizione neanderthaliane siano in realtá moderne o risultati di infiltrazioni da strati moderni superiori e che i siti moderni precoci siano in realtá autentici.
Di fronte ad una situazione in cui evidenze empiriche dimostrano puntualmente tutto ed il suo contrario risulta difficile trarre conclusioni teoriche sulla evoluzione della mente ed il ruolo della cognizione nella scomparsa dei Neanderthal. Non a caso, Villa e Roebroeks (2014), pur sposando una tesi vicina all´equivalenza cognitiva, scelgono oggi di lasciar da parte volontariamente il problema delle industrie di transizione, occupandosi solo del confronto tra record archeologico del Paleolitico medio europeo e africano (Middle Stone Age), ascritto rispettivamente a Neanderthal e moderni.

D Garofoli

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 91 follower