Neuroestetica hussariana

mh

Di recente, presso la conferenza “Embodiment in evolution and culture” organizzata ad Heidelberg presso il Forum internazionale delle scienze, ho avuto il piacere di incontrare il professor Semir Zeki, ben noto per essere il guru della neuroestetica. Zeki é anche dipinto dai suoi oppositori filosofici come una sorta di oscuro signore del riduzionismo neurale, caratteristica che stride con il suo essere persona eclettica e divertente. L´incontro con Zeki mi ha spinto a porre una riflessione importante: che cosa si intende per riduzionismo neurale in relazione alla disciplina nota come neuroestetica? I lavori di Zeki mirano a definire regioni del cervello umano che, invariabilmente rispetto al background culturale di appartenenza dei soggetti sperimentali, si attivano in risposta all´esperienza della bellezza. Il fatto che esistano risposte fisiologiche universali di questo tipo é appunto un fatto ed in quanto tale dovrebbe essere neutrale rispetto alla spiegazione teorica ad esso associata. Una semplice attivazione neurale non permette di parlare di riduzionismo, poiché la stessa puó tranquillamente essere compatibile con qualunque teoria filosofica del rapporto tra esperienza e cervello. In virtú di ció, non é possibile criticare lavori neurobiologici di questo tipo come riduzionisti. Il riduzionismo appare sulla scena nel momento in cui tale attivazione neurale é considerata sufficiente, piuttosto che meramente necessaria, a spiegare l´esperienza estetica.

Capire il significato di questa espressione tuttavia non é semplice. Nella sua accezione piú estrema, questo argomento implicherebbe che la selezione naturale installi nel cervello umano una categoria “estetica” programmata per rispondere a certi stimoli percettivi nel mondo. Alcuni stimoli visivi sulla retina produrrebbero cosí una attivazione della categoria estetica al livello neurale, producendo l´esperienza fenomenologica che si prova quando si osserva un´opera d´arte. In questo senso dunque, si potrebbe affermare che l´arte umana é determinata dalla e modellata sulla forma dei nostri network neurali. Se cosí fosse (ma mi auguro di sbagliare), alcuni fenomeni associati all´esperienza estetica rimarrebbero inspiegabili. Ad esempio, tutte le opere d´arte dovrebbero generare la stessa esperienza estetica in tutti gli individui, a prescindere dalla provenienza culturale, eliminando cosí ogni aspetto riguardante la soggettivitá. Consideriamo ad esempio l´opera di Michael Hussar raffigurata qui sopra. In una piccola indagine organizzata dal sottoscritto, la maggior parte degli individui intervistati (su un campione di circa dieci soggetti) definisce l´opera “orrenda”, mentre una piccola e significativa parte (incluso il sottoscritto) sostiene che l´opera sia “bellissima”. Ora, posto che in quei soggetti che trovano l´opera hussariana bella si attivino le aree “estetiche” del cervello, cosí come in coloro che guardano le opere di Michelangelo, appare chiaro che non esiste alcun rapporto pre-determinato tra forme/colori, aree neurali ed esperienza estetica. Non esiste dunque la possibilitá di ridurre l´esperienza estetica ad una serie di attivazioni neurali. Tuttavia, resta da spiegare che cosa rimanga invariato quando un individuo trova belle sia le opere di Hussar che quelle di Michelangelo (il che dovrebbe attivare le medesime aree cerebrali). Forse, la chiave per risolvere questo problema é da trovarsi proprio nell´enattivismo. Forse, a rimanere invariata, é l´azione-relazione con cui l´individuo estrae e porta alla coscienza la bellezza in un´opera d´arte. L´invarianza, dunque, risiederebbe nell´azione del soggetto, piuttosto che in una serie di forme e colori selezionati per apparire belli.

D Garofoli

~ di D Garofoli su gennaio 21, 2015.

7 Risposte to “Neuroestetica hussariana”

  1. Credo che ci sia un punto importante da specificare: metodo e inferenza. L’approccio riduzionista a livello metodologico nessuno lo critica, anche perché le alternative valide sono poche o forse ancora nulle. Ovvero, un certo riduzionismo metodologico è necessario, e fondamentale. In molti casi, sperimentalmente parlando, non si può far altro che misurare cellule, e la loro attività. Quello che invece credo che bisogna evitare è il riduzionismo a livello dell’inferenza (le conclusioni) che poi si genera a partire da quel contesto analitico.

    Ovvero, una cosa è il riduzionismo metodologico, necessario, altra cosa ben differente è il riduzionismo teorico. È necessario (è utile) analizzare il lavoro di una cellula, a mio avviso non è invece raccomandabile da quel risultato trarre conclusioni troppo generali.

    Che questa scelta sia fatta con consapevolezza o meno (c’è di fatto chi supporta specificatamente un riduzionismo dichiaratamente teorico), questa distinzione va presa seriamente, e messa nella discussione.

    Detto questo, a me il Cristo Hussariano piace molto, dove il “piacere” vuol dire da un lato una certa soddisfazione grafica (il bello, la geometria, il cromatismo, la tecnica), dall’altro soprattutto un effettivo scatenamento di emozioni (il dolore, la disperazione, la partecipazione al momento). Anche qui, due concetti che si integrano, ma che non possono essere interpretati con gli stessi processi …

  2. Le emozioni che si scatenano quando uno osserva il quadro di Hussar sono intuitivamente molto diverse rispetto a quelle che si hanno di fronte alla Venere del Botticelli. Il punto di fondo riguardo ai processi neurali coinvolti, é che l´esperienza di “bellezza” potrebbe essere associata all´attivazione di una certa regione cerebrale. Questa attivazione potrebbe essere la stessa, a fronte di esperienze visive molto diverse. Ora, tu nel tuo commento qui sopra scrivi “piacere” tra virgolette e questo mi fa pensare che l´esperienza “mi piace” di fronte all´opera di Hussar non sia la stessa che si ha di fronte all´opera del Botticelli. Se esistono varie “bellezze”, perché si attiva una stessa area neurale?
    Tutto questo ovviamente ammesso che l´opera di Hussar produca realmente la stessa attivazione che produce l´opera di Botticelli, cosa che ora come ora é una mia personale speculazione.

  3. L’antropologia tenta di fondare una teoria della bellezza, e in particolare della bellezza del corpo umano, su base evolutiva, ma non riesce troppo spesso a superare il “pregiudizio freudiano”, ancorandola alla sessualità. Dimentica in questo modo il ruolo centrale che ha avuto l’apprezzamento dei corpi adatti al lavoro, indispensabili per la sopravvivenza della specie. La selezione naturale precede e fonda la selezione sessuale, come insegna Darwin: l’uomo prima produce e poi si riproduce, come ribadisce Eldredge. Possiamo dire che è bello per noi quel corpo giovane che manifesta forza, agilità, resistenza, ovvero le caratteristiche necessarie al duro lavoro, alla fuga, all’inseguimento, alla lotta. Più in generale, è bello tutto ciò che è positivo per la nostra specie: un corpo umano adatto alla produzione e alla riproduzione, un frutto necessario per l’alimentazione o un fenomeno astronomico favorevole.
    Il giudizio estetico è soggettivo, ma non individuale, giacché la selezione ha imposto alcuni valori universali, consistenti – per limitarci alla bellezza del corpo umano – nella forza/agilità e nel richiamo sessuale, tali da consentire la formulazione di un canone generalmente condiviso. Tutti i caratteri del corpo umano che non riguardano la capacità lavorativa e il richiamo sessuale non hanno assunto una valenza estetica, non influenzando il giudizio di bellezza: mi riferisco al colore della pelle, alla forma del naso e degli occhi, al tipo di capigliatura.
    Se riuscissimo a ricostruire il processo che ha condotto l’uomo a produrre opere prima artigianali e poi artistiche, potremmo capire se queste ultime hanno o meno un nesso con il darwiniano sense of beauty che vediamo nascere nella vitale dipendenza dell’uomo dalla natura nel lungo processo dell’ominazione in alcuni milioni di anni.
    La bellezza è stata trattata come una qualità occulta, al pari del calorico o della forza nel Rinascimento, in grado di entrare e uscire dai prodotti umani secondo le magie più strane: basta una piccola correzione all’opera di un artista per farla entrare, nei casi fortunati, nel regno del bello o uscirne, nei casi sfortunati.
    Nella rappresentazione artistica, le immagini sono positivamente riuscite quando si adeguano perfettamente alla cosa da comunicare, quando la fanno vivere compiutamente, quando sono oggettivanti. La pertinenza è una sorta di corrispondenza, un’adeguazione tra il progetto dell’artista e ciò che la rappresentazione esprime.
    L’arte quindi non rende bello il brutto, ma, al contrario, lo esalta, lo fa percepire in tutta la sua bruttezza. La grande arte riesce ad evidenziare, a rendere immediatamente osservabile, tutto ciò che racconta, il bello come il brutto, la vita quotidiana come i grandi eventi. È un faro indirizzato su qualcosa – un fatto, un’emozione, un concetto – che l’uomo comune non sempre è in grado di osservare.
    Belle sono le cose non eseguite dagli esseri umani, le cose che nascono spontaneamente in natura. Ciò che l’uomo produce, i suoi manufatti, sono fatti bene o male, risiedendo il loro valore integralmente nell’esecuzione. Non è un caso che l’estetica si sia sempre divisa tra sostenitori del bello di natura e sostenitori del bello artistico, essendo evidente che non è possibile attribuire lo stesso aggettivo a due realtà così eterogenee. D’altra parte, tra la nascita del senso del bello e la nascita dell’arte vi è un enorme intervallo temporale.
    Se riusciremo a localizzare le aree cerebrali che si eccitano di fronte a ciò che è bello, non avremo ancora trovato le aree che intervengono quando osserviamo la grande abilità di chi rappresenta appropriatamente qualcosa in un’opera d’arte.

  4. Enrico, trovo finalmente il tempo per risponderti. Ti ringrazio per i numerosi spunti di riflessione che hai sollevato. Vorrei soffermarmi in particolare sulla divisione che tu poni verso la fine del tuo commento tra il bello di natura ed il bello artistico.

    Uno studio neurobiologico un pò datato (Aharon et al., 2001) mostra che la percezione della bellezza e il rinforzo positivo associato a ciò che è adattativo potrebbero essere processi neuralmente dissociati. Cioè, un maschio eterosessuale percepisce il volto di una donna attraente come motivante e anche come bello. Allo stesso tempo, percepisce un volto maschile come bello, ma non come motivante. In virtú di ció, il senso del bello potrebbe essere un rinforzo che gli esseri umani utilizzano per marcare ciò che è adattativo in alcune situazioni, mentre non ci sarebbe piú alcuna relazione indissolubile tra motivazione e bellezza al livello evoluzionistico. In altre parole, non é chiaro quale ruolo abbia il senso estetico nel selezionare “situazioni adattative”, come ad esempio un partner in salute. Sembrerebbe possible immaginare una realtá nella quale il senso del bello non ricopra alcuna funzione necessaria in questo processo di selezione. Quest´ultima potrebbe essere tranquillamente sostenuta dalla mera percezione della simmetria nell´aspetto fisico del partner, seguita da un rinforzo positivo. Questo spinge ad interrogarci su che cosa realmente sia il bello naturale, prima di porre riflessioni sul bello artistico. Mi piacerebbe conoscere la tua visione su questo punto.

    Link all´articolo citato: http://www.cell.com/neuron/abstract/S0896-6273(01)00491-3

  5. Sul bello di natura:
    La bellezza, relativamente ai corpi umani, si distingue nelle due varianti della forza-agilità (o capacità produttiva) e della validità sessuale (o capacità riproduttiva).
    Il rapporto tra bellezza e attrazione sessuale è pertanto solo la metà del problema. Il volto femminile, nel tuo esempio, viene percepito da un uomo eterosessuale come bello, ma anche motivante. Per una donna eterosessuale e per un uomo omosessuale rimane la percezione della bellezza del viso e del corpo femminile, pur non essendo motivante. Ciò dipende dal fatto che la percezione della bellezza del corpo umano ha due origini, derivate, per un verso, dalla selezione naturale, ma, per un altro verso, dalla selezione sessuale, come ripete Darwin. In base alla prima, percepiamo come belli i corpi adatti alla produzione, ovvero i corpi giovani, in grado di lavorare a lungo, agili, slanciati, forti, con un determinato rapporto tra spalle, fianchi e vita, idonei all’inseguimento, alla fuga, alla caccia. Questi sono percepiti come belli da tutti, ma sessualmente attraenti o motivanti solo dagli individui di sesso opposto.
    Le due attrazioni per lo più coincidono. In base al principio della correlazione, ciò che attrae sul piano della forza-agilità attrae anche sul piano sessuale; tuttavia, poiché i due fattori sono anche parzialmente autonomi, ciò che attrae sul piano sessuale può a volte presentare alcune caratteristiche ulteriori che non combaciano completamente con quelle della capacità lavorativa. L’attrazione sessuale per un corpo femminile può apprezzare una più accentuata formosità (seni, cosce, fianchi) rispetto a ciò che è valido per il lavoro. Per l’uomo avviene una cosa simile: caratteri sessuali primari e secondari più evidenti possono sovrapporsi all’altro punto di vista.
    La percezione del bello in tutte le sue forme naturali è sempre motivante al fine della soluzione dei diversi problemi dell’esistenza umana: un albero in fiore che annuncia i frutti, un corpo adatto al lavoro, un corpo adatto alla riproduzione. Tutti e tre necessari alla sopravvivenza dell’individuo e della specie.

    Sul bello artistico:
    L’arte nasce come effetto collaterale della capacità di rappresentare fuori di sé ciò che l’uomo percepisce dentro di sé, di riprodurre a due o tre dimensioni gli oggetti della realtà, del pensiero, della fantasia. Duplicazione ed astrazione procedono in parallelo, essendo reciproci. La mente prima forma una immagine, come sintesi di molteplici dati percepiti, e poi la proietta fuori di sé, la rappresenta, la oggettiva. Il pensiero astratto per un verso dipende dall’esperienza empirica, ma per un altro è libero di fronte ad essa, essendo in grado di manipolare le immagini a piacere, in un gioco senza regole e confini. Questo è il processo che caratterizza l’arte.
    I reperti artistici, come è noto, vanno considerati documenti di incomparabile valore al fine di decifrare l’intervallo cognitivo che distingue Homo sapiens dall’uomo di Neandertal e dagli altri più antichi predecessori. Il primo atto documentabile di astrazione umana evoluta si ha nel paleolitico superiore europeo, quando nacque il disegno, la pittura, la scultura, trenta-quarantamila anni fa, attraverso cui l’uomo cominciò ad oggettivare i suoi pensieri nelle prime pitture e nelle prime sculture.
    L’origine delle cose è anche la loro essenza. Il sense of beauty nasce in tempi e modi evolutivi totalmente diversi rispetto alle prime forme d’arte. La conclusione mi sembra evidente: sono due mondi eterogenei.

  6. Credo che il discorso da fare sia estremamente complesso. Personalmente non sono un grande fan degli approcci di psicologia evoluzionistica che tendono a spiegare facoltá umane come estetica o etica in termini meramente darwiniani. In genere sono convinto che questi approcci portino a “scimmiottare l´uomo”, in riferimento all´omonimo libro di Raymond Tallis:

    https://neuroantropologia.wordpress.com/2011/11/24/aping-mankind/

    L´idea che il bello abbia un´origine adattativa non mi convince. Mi sembra debba fronteggiare una serie di eccezioni che la rendono implausibile.

    Ammettiamo che l´esperienza del bello sia deterministicamente correlata alla individuazione di alcune categorie astratte nel mondo. Ad esempio, la simmetria o l´idoneitá di un corpo femminile producono inevitabilmente ed invariabilmente l´esperienza del bello in chi osserva. La percezione delle stesse categorie porta ad uno stato motivazionale se l´osservatore é un uomo. Se l´osservatore é una donna, le stesse categorie generano un´esperienza estetica, ma non motivazionale.

    In virtú di ció, ti propongo i seguenti spunti di riflessione:

    a) L´esperienza del bello potrebbe essere considerata irrilevante al fine adattativo. Se é lo stato motivazionale a fare la differenza, il senso del bello sembrerebbe essere una sorta di esperienza aggiuntiva, con o senza la quale poco cambia. Se lo stato motivazionale é sufficiente alla selezione sessuale, non si capisce perché l´esperienza del bello si sarebbe evoluta come abilitá adattativa. É una abilitá costosa, ma non necessaria a fare piú figli, quindi, semplicemente, perché dovrebbe essersi evoluta?

    b) In particolare, l´esperienza del bello “omologo” (e.g., femmina che guarda femmina) é difficile da spiegare in termini adattativi. Valutare il corpo di una persona dello stesso sesso come “idoneo” (e quindi bello) potrebbe avere senso solo nel caso uno ponga una meta riflessione, del tipo “prendo quel corpo a modello da imitare, visto che ha grande valore sociale”. Se cosí fosse, il bello omologo sarebbe una caratteristica molto derivata nell´evoluzione umana, proprio perché meta-rappresentazioni di questo tipo potrebbero essere emerse solo in tempi relativamente recenti.

    c) L´esperienza del bello potrebbe essere associata a stati di natura NON-adattativi. Un essere umano puó considerare bella la vista di un deserto o di una distesa innevata. Dubito che entrambi questi paesaggi abbiano valore adattativo. Allo stesso tempo, gli standard sociali attuali portano a considerare belli i corpi estremamente magri di molte top-model, oggi oggetto di critiche sociali. Anche in questo caso, é difficile pensare che questi corpi possano adattarsi a lungo ad un ambiente preistorico. Tutto ció genera appunto il problema di conciliare una visione determinisitica del senso estetico con la soggettivitá e variabilitá dell´esperienza umana.

    Che cosa pensi invece dell´idea che il bello sia una cosa che noi “facciamo”, piuttosto che una cosa che noi “abbiamo” per via della selezione naturale?

  7. Mi intrometto velocemente nel discorso per ricordare, sulla scia di quello che dice Duilio, che non tutto nella biologia è adattamento. Adattamento è qualcosa che aumenta il numero di discendenti, e molti caratteri non lo fanno.

    Molti cambi evolutivi sono conseguenze secondarie di altri cambi, ad essi direttamente o indirettamente correlati. A causa delle connessioni tra anatomia, fisiologia, biochimica, e genetica, quando cambia un componente è probabile che altri elementi cambino trascinati dalle relazioni. E tra questi cambi secondari ce ne sono molti neutri, che non aumentano la fitness. Ce ne possono essere anche alcuni positivi, che incrementano ulteriormente la capacità riproduttiva. E ce ne possono essere di negativi, che la diminuiscono, anche se non così tanto da far mettere in discussione il vantaggio principale, il cambio globale.

    Poi, soprattutto per la nostra specie, c’è la sfera psicologica e culturale, direttamente a contatto con cognizione e percezione, e che introduce leggi e relazioni non necessariamente interpretabili in termini di geni o di adattamento evolutivo.

    Insomma, ci sono cambi adattativi, conseguenze secondarie, e imprevisti culturali … la selezione filtra quello che vede, e lascia passare quello che non le interessa. Il tutto in tempi che vanno ad un ritmo molto differente dai tempi delle nostre risposte cognitive e sociali.

    Ci deve essere una componente selettiva e evolutiva nella nostra percezione estetica, ci deve essere per forza. Ma non sappiamo se sia più o meno importante nel generare le dinamiche che stiamo discutendo. E i fattori complementari a questa componente evolutiva sono probabilmente molti.

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