Monodisciplinarietá suberba

ITLa multidisciplinarietá é un concetto spiegabile in modi differenti: 1) Aggregazione: ricercatori provenienti da discipline diverse trattano lo stesso argomento, ma lo fanno usando ciascuno il proprio background culturale e metodologico, per poi sedersi ad un tavolo e condividere i propri risultati. 2) Sintesi totale: tutti fanno tutto, e cioé i ricercatori coinvolti nell´ambito multidisciplinare sono esperti totali in tutti i settori di rilievo. 3) Sintesi imperfetta: tutti fanno tutto, ma lo fanno in percentuali diverse. Se dunque il campo di interesse implica una sintesi tra antropologia e neuroscienze, il paleoneurologo ripartisce una percentuale delle sue conoscenze in neuroscienze, mentre il neuroscienziato evoluzionista fa lo stesso con l´evoluzione umana. A mio modo di vedere, l´opzione (1) é sconfitta dalla prova empirica. La mera giustapposizione di campi e discipline diverse produce avanzamenti limitati, per la semplice ragione che la comunicazione tra ricercatori viene compromessa dall´assenza di un “linguaggio” comune. L´ipotesi (2) sembra invece essere implausibile, per la semplice ragione che data l´immensa complessitá dei vari domini di conoscenza, appare difficile immaginare che un singolo individuo possa considerarsi un esperto totale in piú campi. L´opzione (3) sembra certamente la piú sensata e quella che maggiormente produce progresso in ambito multidisciplinare. Essa consente infatti la comunicazione tra ricercatori e nel contempo l´integrazione di competenze e conoscenze in maniera produttiva. É soluzione modesta, in quanto permette ai vari ricercatori di controllarsi a vicenda, limitando gli eccessi che possono emergere in ambo le parti dalla non perfetta conoscenza del dominio altrui. Detto questo, é opportuno chiedersi ora qual é la forma di multidisciplinarietá piú presente nel mondo attuale della ricerca. Ebbene, a mio parere si tratta di un quarto, ulteriore tipo, che combina l´opzione (1) con la (2). Cioé, ognuno si occupa di una sola materia (1), ma nel contempo avanza liberamente teorie anche in altri domini diversi dal proprio (2). Si ha cosí una monodisciplinarietá superba, che implica cioé l´invasione non giustificata, né qualificata, di altri campi, rimanendo peró sempre e solo ancorati alla propria disciplina di base. Il dominio multidisciplinare inizia cosí a produrre teorie che non sono riconosciute come valide dalle discipline costituenti, che immediatamente si accorgono del misfatto e fanno terra bruciata intorno ad esso. L´archeologia cognitiva é esempio lampante di ció. Lontano dai lidi delle scienze cognitive mainstream, le inferenze tra artefatti e proprietá cognitive non necessitano di giustificazioni solide. Ció che conta é che tali interpretazioni diventino parte di un dibattito, cosicché una teoria indimostrata possa divenire paradigma ed il dominio possa cosí autoalimentarsi. 

D Garofoli

Illustr. “Ivory Tower“.  G. Abercrombie, 1945. Oil on masonite.

~ di D Garofoli su marzo 7, 2014.

6 Risposte to “Monodisciplinarietá suberba”

  1. Nel caso della multidisciplinarietà, come in tanti altri, bisogna tener ben in conto che teoria e pratica possono andare su binari molto differenti. Chiarsi le idee è necessario, però poi viene la realtà, coi suoi limiti e i suoi vizi.

    Come ripetuto tante volte, il problema più ovvio a livello pragmatico è che invece di essere interpretata come “tanti fanno una stessa cosa” si interpreta generalmente come “uno fa tante cose differenti”. La tuttologia è costantemente in agguato, soprattutto nelle discipline che non sono applicate. Vi ricordo un mi articolo su questo tema: Antropologia multidisciplinare o multiantropologia indisciplinata?

    http://dl.dropboxusercontent.com/u/7454500/papers/2008_Antrocom.pdf

    Poi viene il problema della struttura mentale delle varie discipline, che si riflette spesso in contraddizioni e incomprensioni causate da differenti prospettive, differenti obiettivi, differenti linguaggi dei vari settori. In alcuni casi la barriera è davvero difficile da rompere, in altri semplicemente non si ritiene necessario fare lo sforzo. Il risultato è una di quelle ricette dove gli ingredienti si mettono insieme ma i sapori non si mescolano. E qui vi ricordo questo post su “Frenologia culturale”:

    https://neuroantropologia.wordpress.com/2012/10/05/frenologia_culturale/

    Il piano teorico deve poter tener conto dei limiti reali, e dopo una analisi assoluta utile a dare un quadro completo e generale, deve poter avanzare con una analisi relativa necessaria ad applicare lo schema teorico al contesto reale.

    La teoria delle reti forse ci può suggerire schemi interessanti da valutare, pensando ad alternative che vanno da nuclei specialistici autonomi e modulari a una integrazione totale tra i vari elementi, passando per uno small-world organizzato su componenti basate su una integrazione a corto raggio.

    Ma volendo fare una analogia meccanicista più ingenua, penso a due forme basiche di interazione multidisciplinare: in serie e in parallelo. Nel primo caso abbiamo una catena di montaggio, dove ogni segmento riguarda un aspetto specifico che si appoggia sul passaggio precedente. Nel secondo caso abbiamo specialisti che lavorano indipendentemente, per poi mettere tutto insieme una volta che il processo delle parti è finito. Forse il processo è più semplice di quello che sembra, e non è necessario complicarsi la vita. Ma in entrambi i casi abbiamo bisogno di una figura centrale: il direttore d’orchestra, che pianifica la sequenza nel primo caso, o integra i risultati nel secondo. Su questa figura centrale, individuale e più autonoma, forse bisogna focalizzare l’attenzione. C’è sempre davvero bisogno di un direttore d’orchestra? La multidisciplinarietà può strutturarsi secondo principi anarchici di auto-organizzazione?

  2. apprezzo molto entrambi i contributi: applicarsi su un tema cosi’ importante, ma poco remunerativo e anche scivoloso, indica una notevole consapevolezza della necessità di definire il framework in cui si muove ogni ricercatore, cosa che a mia esperienza è davvero rara.
    Anche io confesso di essermi interrogato più volte su che cos’e’ la multi- o la inter-disciplinarietà. Entrambi i contributi esplorano lucidante il problema, e probabilmente sarebbe interessante tentare di integrarli (…).

    Credo pero’ che sarebbe utile avere dei casi studio su cui ragionare. Questi andrebbero scelti con cura per avere un idea della varietà delle situazioni, mentre un approccio “statistico” pare sinceramente fuori dalla portata.

    Nella mia esperienza di genetista di popolazioni umane antropologo (ecco un altro problema, definire il perimetro delle discipline…), un pochetto tuttologo lo ammetto, la pratica dominante è quella che Duilio definisce del quarto tipo. Contrariamente a certa retorica, lo studio del DNA non ha il potere di disvelare la verità (cfr the DNA mystique, Nelkin e Linde 1995), ma produce dati che possono essere interpretati in maniere anche radicalmente differenti. L’atteggiamento prevalente tra i colleghi è quello di pescare nelle conoscenze archeologiche, storiche o linguistiche, quella che meglio si adatta a quello che i dati sembrano dire. Una multidisciplinarietà “paracula” direi, che produce storie smerciabili sul mercato della divulgazione, ma che spesso durano poco perché ne vengono altre che le sommergono e cosi’ via. Concetti come ipotesi alternative, testabilità, fattori confondenti non sono utilizzati come dovrebbero. Per quanto ne so, il tutto e’ condotto da “direttori d’orchestra” che finiscono a volte per identificarsi con le loro ipotesi (con tutti personalismi e altri effetti negativi…).

    Ultima nota, data driven hypothesis…. Con il cosidetto “data deluge” e l’abilità informatica, si sta diffondendo la convinzione che sara’ possibile bypassare la fase di formulazione delle ipotesi a partire dalle conoscenze pregresse, anche di altri campi disciplinari, e dedurre direttamente le ipotesi dalle enormi moli di dati (ad es. genetici) che si stanno creando, per poi cercare conferme a livello post genomico (transcrittomica, proteomica etc.). Non so quanto questo sia produttivo in termini di avanzamento delle conoscenza (alcuni esempi nelle scienze sociali sembrano un po’ inquetanti…), sicuramente e’ un elemento nuovo da considerare nella discusssione su multi e inter disciplinarietà .

    COMUNQUE GRAZIE A ENTRAMBI PER LA BELLA DISCUSSIONE

  3. Come archeologa “da campo” posso riportare la mia esperienza pratica. L’archeologo che dirige un cantiere è esattamente come un direttore d’orchestra. Deve necessariamente rivolgersi a vari tipi di esperti in altre discipline, spesso gestendoli e indirizzandoli, e integrando a dovere i dati da essi forniti. C’è il geologo, che ti rilascia una bella relazione geologica con metri e metri di variopinte colonnine stratigrafiche, condite a volte dai diagrammi del geo-radar; c’è il numismatico, che ti rilascia le schede di ogni moneta trovata durante lo scavo (metallo, misure, peso, figurazioni e legende, datazione, ecc.); c’è l’esperto di reperti fittili, che produce pagine e pagine di schemi e tabelle con tutte le informazioni possibili e immaginabili su centinaia o migliaia di frammenti di ceramica (produzione, forma, impasto, dimensioni, funzione, datazione, ecc.); c’è poi l’antropologo, a cui è obbligatorio rivolgersi in caso di rinvenimento di resti umani, che compila le sue brave schede e relazioni appunto, antropologiche (sesso, età alla morte, misure, eventuali patologie, tafonomia, tipo di deposizione se trattasi di tombe, ecc.); ogni tanto, all’occorrenza, c’è anche l’archeozoologo, che ti determina tutti gli ossicini non umani (animali domestici o no? allevati o cacciati? ossa lavorate o solo macellate? ecc.); volendo c’è l’archeologo “strutturista”, esperto in strutture e murature, che ti da il suo parere in merito a messa in opera e datazione; arriva poi il fotografo archeologico che grazie a mirabolanti foto aeree ti fa notare cose invisibili dal basso ad occhio nudo. E poi come non fare una capatina in biblioteca per vedere cosa dicono le fonti antiche o documentarti meglio sui rinvenimenti precedenti in zona, o su tutti i contesti già rinvenuti simili al tuo? Detto ciò, il bravo archeologo – che nel frattempo, mentre scava e compila schede e relazioni, ha a che fare col direttore lavori che preme, col responsabile della sicurezza che sta in ansia, col committente che scalpita e con gli operai che sbraitano – deve essere anche un tantino tuttologo, ma solo quanto basta per avere la consapevolezza che tutti i documenti prodotti da altri che giungono nelle sue mani siano stati redatti in modo sensato e realistico. Infine l’archeologo intellettualmente onesto, si chiude nel suo studio per giorni e giorni (ma anche mesi o anni!) ricuce tutti gli elementi provenienti dalle diverse discipline coinvolte e produce una relazione di scavo grazie alla quale restituisce al mondo uno spaccato di vita, di un momento più o meno breve, di un passato più o meno remoto, ma in ogni caso mai più visibile, poichè lo scavo archeologico è per definizione un’attività “distruttiva”, nel senso che gli strati e i reperti asportati non saranno mai più sovrapponibili.
    Quindi, in sintesi: scavo archeologico = multidisciplinarietà anche estrema, con bravo direttore d’orchestra che s’intende un minimo delle discipline coinvolte.

  4. Grazie a tutti per i commenti. Io credo che un “direttore d´orchestra” diventi strettamente necessario solo nel caso si abbia di multidisciplinarietá di tipo (1). Se il campo multidisciplinare diventa al contrario una sintesi imperfetta, tutti possono capire il proprio interlocutore senza necessitá di un traduttore. Con il modello attuale di multidisciplinarietá, anche in relazione a quello che dice il Prof. Giovanni, si rischia di creare dei “guru”, piú che dei direttori d´orchestra. E cioé autoritá “mediatiche”, costruite all´interno del dominio multidisciplinare, ma sconosciute nelle discipline costituenti. Persone che hanno dunque l´onere di rendere il dominio ancor piú autoreferenziale, creando standard di riferimento per chi lavora nello stesso ambito.

  5. […] Come abbiamo visto di recente, la teoria dell´integrazione con la materia é il tema centrale del nuovo libro di Lambros Malafouris. Uno degli aspetti fondamentali di questo approccio é rappresentato dall´abbandono di teorie internaliste e neurocentriche in evoluzione cognitiva. L´idea che nuove abilità cognitive possano evolversi come conseguenza diretta di mutazioni adattative nella architettura neurale umana viene cosí respinta. Al contrario, l´evoluzione cognitiva implica un processo di cotrasformazione di mente e cultura materiale, dove la relazione tra umani ed artefatti produce nuove abilitá cognitive. Il simbolismo ad esempio non é una abilitá innata, ma emerge come conseguenza della azione umana su artefatti non simbolici. Tali artefatti non-simbolici rappresentano dunque un tramite necessario, senza il quale non é possibile acquisire la capacitá di produrre simboli. Fin qui, nulla da eccepire. Ora, siamo a conoscenza del fatto che una scuola di pensiero che sta gradualmente prendendo piede in archeologia cognitiva sostiene la tesi che l´evoluzione cognitiva umana sia il prodotto di meri meccanismi culturali, piuttosto che di alterazioni del sistema biologico sottostante. La teoria di Malafouris potrebbe dunque candidarsi come un eccellente alleato per questa scuola di pensiero. Una architettura neurale comune, evolutasi nel Pleistocene Medio, avrebbe cosí necessitato di sviluppare dei “tramiti” materiali necessari per l´acquisizione di abilitá cognitive sempre piú sofisticate. Il record archeologico dell´uomo moderno nel Paleolitico Medio africano mostrerebbe dunque la graduale emergenza di questi artefatti-ponte, che rappresentano condizioni necessarie per l´acquisizione di abilitá cognitive dimostrate dalla cultura materiale del Paleolitico superiore. Allo stesso tempo, il Castelperroniano mostra che anche i nenaderthaliani avrebbero dato inizio a questo processo di trasformazione, senza tuttavia avere il tempo di completarlo. Ció indicherebbe che la differenza cognitiva tra le due specie é da individuarsi solo nell´assenza nei neanderthaliani del processo di integrazione con la materia, piuttosto che nella differenza tra strutture neurali. Puó questo tipo di ragionamento funzionare? Su Journal of Mind and Behavior propongo una critica del libro di Malafouris, in cui argomento che la risposta alla precedente domanda dovrebbe essere NO. La tesi dell´integrazione con la materia non si presta cioé ad alcuna alleanza con il modello dell´equivalenza cognitiva. Soffermandoci sul caso del simbolismo come esempio, il problema cruciale é che la tesi di Malafouris non dice che la relazione tra esseri umani e artefatti non simbolici porta necessariamente alla emergenza di simboli. Al contrario, la tesi dovrebbe dirci che tale relazione puó enattivare nuove abilitá cognitive astratte. In altre parole, il processo di enattivazione legato all´integrazione con la materia funziona se e solo se la struttura del sistema nervoso dell´agente ha sufficienti gradi di libertá per poter accomodare questa variazione. Stando cosí le cose, appare chiaro che la proposta di Malafouris non costituisce alcuna minaccia alle tesi mutazionali in sé, poiché critica solo l´idea della mutazione “magica”. Malafouris critica unicamente il fatto che una mutazione neurale sia condizione sufficiente per l´emergenza di nuove abilitá cognitive. Rimane tuttavia neutrale sul fatto che alterazioni della architettura cerebrale siano ancora necessarie a svincolare il sistema neurale, consentendo ad esso di proseguire nel processo di enattivazione. In questo modo, non é possibile affermare che i Neanderthal potessero spingersi oltre il Castelperroniano, proprio perché non é detto che l´emergenza di artefatti non simbolici, come gli ornamenti primitivi, porti necessariamente alla capacitá di processare simboli. Affermare il contrario significa sostenere che l´integrazione con la materia non solo influenzi il processo di sviluppo neurocognitivo, ma sia capace di alterare le proprietá fisiche della nostra architettura neurale, sostituendo o aggiungendo aree cerebrali a seconda delle esigenze. Se cosí fosse, ci troveremmo di fronte al paradosso di dover affermare che l´integrazione materiale possa aggiungere nuovi “pezzi” al nostro corpo. Ma questo tipo di aggiunta al livello neurale non é cosí diverso dalla creazione di un braccio addizionale dall´esperienza. Questa idea implicherebbe una combinazione di behaviorismo ed empirismo classico in una forma estrema, poiché ci direbbe che qualunque struttura neurale possa essere generata a patto di presentare lo stimolo giusto al soggetto. Dubito che nelle scienze cognitive attuali qualcuno sostenga questa teoria e ho l´impressione che insistere su di essa ci porti necessariamente ad una situazione che giá conosciamo. […]

  6. […] tendono ad appropriarsene come e quando possono, producendo ció che abbiamo definito a suo tempo monodisciplinarietá superba. Per rinfrescarvi la memoria, trattasi di un approccio multidisciplinare che viene sviluppato da […]

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