Epifanie

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Off topic necessario. Durante il mio recente tour natalizio in Italia ho avuto modo di parlare con diverse persone, ad oggi tutte laureate nelle piú varie facoltá universitarie e di recente approdate, come programma a lungo termine voleva, nel mondo del lavoro. Ingegneri, economisti, biologi, farmacisti, giuristi, scienziati politici e compagnia cantante, tutti messi di fronte ad un drink e alla fatidica domanda “ma tu, nella vita, che cosa fai?. Il risultato di questa curiosa serie di “interviste” consolida quello che fino a ieri era per me un sospetto e che ad oggi sempre piú assume la forma di una certezza. La maggior parte delle persone con cui ho parlato ad oggi svolge lavori il cui collegamento con il proprio bagaglio di competenze e conoscenze é solo marginale. Per capirci: farmacologi che fanno i burocrati per qualche dipartimento pubblico, giuristi e sociologi che fanno i giornalisti, biologi che fanno gli informatori del farmaco, economisti che vendono pensioni integrative, ingegneri che fanno statistiche in banca, e cosí via. La domanda cruciale che emerge da tutto ció é naturalmente ovvia: serve realmente una laurea per fare questi lavori? Serve realmente sostenere una mole notevole di esami di analisi, calcolo, fisica, per poi fare statistiche per una compagnia, ad esempio? Serve davvero conoscere nel dettaglio i meccanismi di interazione molecolare tra recettori e farmaci per promuovere la vendita di un medicinale? Questi esempi, seppur triviali, danno l´impressione che il sistema accademico italiano (ma forse non solo) rappresenti in pratica un gigantesco meccanismo di selezione, piú che di formazione, dove il fine non é quello di offrire ad una persona il bagaglio culturale necessario a svolgere un lavoro. Al contrario, l´obiettivo é quello di offrire un lasciapassare che garantisca l´accesso a posizioni di lavoro non-specialistiche. In altre parole, il sistema accademico sembra caratterizzarsi come una rupe spartana, dalle quale lo studente é metaforicamente gettato, affinché si provino le sue capacitá di risalita. La laurea testimonia dunque che il candidato ha la “testa” sufficiente per apprendere e ha “il fisico” per poter sostenere un certo tipo di lavoro (generico). A mio modo di vedere, la cosa che piú colpisce é il fatto che questa situazione, largamente diffusa in numerose facoltá universitarie, sia scientifiche che umanistiche, appaia evidente agli studenti solo nel tempo successivo al conseguimento della laurea. Sempre piú persone riferiscono infatti di un problema comune: il fatto di trovarsi, il giorno dopo la tesi, senza la piú pallida idea di dove applicare, chi contattare, dove recarsi, ecc… al fine di trovare un lavoro che abbia a che vedere con la propria specializzazione. Due sembrano essere le ragioni di ció: a) la pressoché totale disconnesione tra mondo del lavoro e accademia (salvo le solite 7 eccezioni del caso); b) il fatto che le stesse facoltá descrivano realtá lavorative meramente teoriche nella loro offerta didattica.  Ció significa che le facoltá riportano quello che una persona potrebbe fare con il tipo di formazione da loro offerto, ma spesso non tengono conto del fatto che tali posizioni teoriche non esistono empiricamente sul mercato. Esempio emblematico di ció é la mitologica figura dello specialista che “lavora nelle industrie”, idea che fa pensare appunto a grandi capitali investiti nell´assumere specialisti al fine di potenziare l´efficienza di una azienda. Ragionamento che non fa una piega, se non fosse che, almeno a titolo personale, dopo 10 anni passati nella accademia non ho mai incontrato nessuno nel nostro Paese che abbia intravisto una di queste figure e tutti coloro che continuano a fare quello per cui hanno investito soldi ed anni di vita sono ad oggi nel settore accademico. Inutile dire che ció contribuisce a generare un meccanismo che é quello che é: autoreferenziale.

D Garofoli

~ di D Garofoli su gennaio 29, 2013.

10 Risposte to “Epifanie”

  1. E se fosse il contrario? Cioè il “mondo del lavoro” ad essere autoreferenziale e scollegato dai desideri delle persone.
    Già il modo in cui lo si definisce – mondo del lavoro – sembra suggerire qualcosa di staccato dal mondo in cui viviamo.

  2. Evidentemente è questa solo una situazione specifica di un processo molto più generale, una conseguenza secondaria di dinamiche che vanno ben più in lá del tema lavorativo e professionale, e che abbracciano la struttura della società attuale e (soprattutto) il ruolo della cultura.

    Vi rimando a questo mio post sul tema:
    http://lagraticoladisanlorenzo.wordpress.com/2013/01/31/da-grande/

    Per andare sul dettaglio, viene poi a caso anche il fatto che si sono messi a verificare recentemente le uscite professionali dell’antropologia, e il risultato è prevedibile ma non per questo rassicurante: nel mare delle professioni di ricerca gli antropologi sono i più disoccupati, riciclati, e meno pagati ….

    http://anthropology.net/2012/12/20/anthropologists-are-lowest-paid-least-respected-scientists-in-the-united-states/

  3. @Masque:

    A rigor di logica la prospettiva che tu proponi non dovrebbe funzionare, per il fatto che:

    a) L´esistenza di una professione é basata sui desideri di chi compra i servizi offerti da quelle persone. Fare il fornaio ha senso nel momento in cui qualcuno desidera mangiare pane e tu glielo vendi.

    b) Il desiderio dei venditori di vendere una merce X (i.e.: mi piace vendere pane) é vincolato ai desideri e alle necessitá dei compratori (i.e.: mi serve il pane). É tranquillamente possibile mettersi a vendere frigoriferi al polo nord, ma credo l´insuccesso di questo tentativo sia dettato piú dalla assenza di percezione della realtá che da un meccanismo autoreferenziale.

    Io credo che l´universitá ad oggi tenda a formare persone sulla base di ció che esse “desiderano vendere”, senza alcuna attenzione per quello che i compratori “desiderano comprare”.

  4. Sicuramente in teoria la polarità dovrebbe essere quella descritta da Duilio, ma aggiungo due commenti:

    1. Tra il dire e il fare ci sono di mezzo i soldi … nella nostra società sono i venditori che decidono cosa dobbiamo volere … desideri e necessità vengono scolpiti dal marketing e dai modelli di vita che il mercato decide per noi, in funzione delle loro entrate.

    Sto iniziando a mettere le vignette de El Roto nel blog della graticola, ve ne anticipo due che vengono a tema:

    “Questo è quello che vendiamo di più”
    “E che cos’é?
    “Non ne ho idea”

    http://elpais.com/elpais/2012/12/28/vinetas/1356708310_686303.html

    “Il mio lavoro di economista consiste nel far sembrare necessario l’intollerabile”

    2. Concordo totalmente con l’osservazione che il lavoro fa parte fondamentale della nostra vita, e quando si parla di “mondo del lavoro” sembrerebbe invece sia qualcosa che resta al di fuori …

  5. Personalmente, ho l’impressione che si sia andati ben oltre al meccanismo secondo il quale si produce ciò che la gente richiede. Considerando che lavorare – qualsiasi lavoro, purché ti restituisca denaro – è, nella nostra società, percepito come una necessità ed un obbligo (viene biasimato chi non desidera lavorare, oppure preferisce occuparsi solo delle proprie passioni quando queste non combaciano con una possibilità di mantenersi tramite stipendio) e, in tempi problematici, anche un privilegio, si è creata una situazione in cui vengono “inventati” lavori solo allo scopo di “far lavorare” le persone… perché possano mantenersi. Questo indipendentemente dal piacere o meno che l’individuo può provare nel farlo. Ciò può non corrispondere più ad una richiesta di prodotti o di servizi che deve venire soddisfatta. Per questo, scrivevo che è autoreferenziale.
    La società, com’è normale, tende ad autoconservarsi, quindi l’idea dell’obbligo/privilegio del lavoro, viene insegnata fin dalle scuole dell’infanzia.

    Il percorso di studi (che spesso, non è nemmeno un percorso, che, detto così, sembra che sia stato pianificato), invece, spesso segue scelte più “idealiste” e dettate dalla ricerca del piacere personale, dei propri interessi e desideri.
    Per questi motivi, vedo lo studio più vicino al mondo che una persona desidera per se stessa, rispetto al lavoro.

    Mi vengono in mente due testi. Uno è un racconto breve di Stanislaw Lem. Una specie di parodia del sistema sovietico.
    http://neuroneproteso.wordpress.com/2011/04/20/utilita-di-un-drago-stanislaw-lem/

    È contenuto nel libro Memorie di un viaggiatore spaziale.

    L’altro è un libretto di un tale Bob Black, che si intitola “L’abolizione del lavoro” ed espone delle idee abbastanza radicali e molto interessanti. È un punto di vista anarchico e quindi più esterno rispetto alle idee di società, rispetto a quello abituale, ma proprio per questo, secondo me, riesce a mettere in evidenza delle particolarità che altrimenti non vengono normalmente notate perché date per scontate.
    http://neuroneproteso.wordpress.com/2012/10/28/labolizione-del-lavoro-di-bob-black/

  6. Se l´autoreferenzialitá si riferisce al fatto che alcuni lavori vengano inventati per consentire alla societá stessa di autosostenersi, ti dó perfettamente ragione. Anche se credo questo sia un ulteriore problema, piú che un modo diverso di interpretare il problema universitario di cui sopra. É il problema della famosa buca aperta la mattina e chiusa la sera, con tutto quello che ne consegue.

    Non ho capito perché la societá dovrebbe “insegnare” la cultura del lavoro come obbligo/privilegio. In linea di principio il fatto che il lavoro sia obbligatorio é insito nella natura umana: se non ti procuri cibo muori di fame. E procurarsi cibo implica darsi alla macchia con arco e freccia, coltivare campi, allevare bestiame, o scambiare cibo con merce utile che tu puoi fornire. Ora, il problema é che tu puoi desiderare di offrire ció che vuoi in cambio di cibo, ma non é detto che chi sta dall´altra parte accetti lo scambio. Se questi é costretto comunque ad accettare lo scambio, vuol dire che c´é qualcuno che lo sta obbligando a farlo.

    Dopo di che, chiunque puó intraprendere gli studi con approccio idealista, conscio del fatto che poi comunque sempre con la realtá dovrá confrontarsi. Il problema dell´universitá diventa cosí il seguente: ha senso costringere la gente a scambiare il frutto del proprio lavoro (tramite tassazione) per formare una persona la cui formazione offre un servizio che non serve al contribuente? Chiaramente questo diventa un problema tremendo quando il servizio é teoricamente utile sul lungo termine, ma empiricamente non richiesto sul breve.

  7. “In linea di principio il fatto che il lavoro sia obbligatorio é insito nella natura umana: se non ti procuri cibo muori di fame. E procurarsi cibo implica darsi alla macchia con arco e freccia, coltivare campi, allevare bestiame, o scambiare cibo con merce utile che tu puoi fornire.”

    Non sono d’accordo. È il soddisfacimento dei bisogni ad essere insito, ma fra quello e lavorare come dipendende in modo da ottenere del denaro che ti permetta di acquistare del cibo prodotto e confezionato da altri e di pagare una persona o un ente perché ti permetta di abitare un luogo riparato, e via dicendo, ci sono una serie di astrazioni e complessità che si sono aggiunte e che vengono considerate normali e date per scontate solo perché fin da piccoli si viene abituati ad esse. Mediante l’imitazione dei modelli genitoriali, l’istruzione, i “giochi di ruolo” in cui si finge di essere come i grandi e così via. Dopodiché, dal momento in cui inizia la scuola dell’obbligo, si fa passare per scontato che da quel momento in poi, tutto ciò che si farà ed imparerà, servirà per poter lavorare. (Non per realizzare i propri bisogni o per migliorare sé stessi.) Perché “i grandi” sono quelli che lavorano. E già dalla scuola, chi non lavora, chi preferisce soddisfare i propri desideri, invece di imparare a sacrificarsi, viene biasimato e punito. Ed i bambini stessi imparano, gradualmente, a disprezzare chi non “soffre” come loro per ottenere le gratificazioni. Spesso, quelli che ricevono più facilmente delle gratificazioni (i secchioni) vengono svalutati e denigrati proprio perché sembrano non faticare come fanno tutti gli altri.
    (Dico questo, ben sapendo che ci sono diverse sfumature e casi. Ma do per scontato che sia così. Intendo mettere la questione sotto un punto di vista che, mi sembra, venga preso raramente in considerazione.)

    “Ora, il problema é che tu puoi desiderare di offrire ció che vuoi in cambio di cibo, ma non é detto che chi sta dall´altra parte accetti lo scambio. Se questi é costretto comunque ad accettare lo scambio, vuol dire che c´é qualcuno che lo sta obbligando a farlo.”

    Questo mi fa pensare all’idea comune di baratto. Tuttavia, da quanto ho letto dall’antropologo David Graeber, la cosa funziona diversamente. In due parole: è asimmetrica.
    http://www.nakedcapitalism.com/2011/08/what-is-debt-–-an-interview-with-economic-anthropologist-david-graeber.html
    Qua tradotto
    http://www.sinistrainrete.info/teoria/1701-david-graeber-che-cose-il-debito-.html

  8. Io credo che nel momento in cui poni la necessitá insita di soddisfare bisogni, a questa debba seguire una azione che serva a colmare la necessitá. Ora, salvo free-riding, credo che qualunque azione implichi necessariamente che sia svolto lavoro. Ció che varia, é l´organizzazione che il lavoro assume nella societá, che sembra essere dipendente dal modello sociale adottato. Eppure, parlando di modelli anarchici, anche in un sistema stile Proudhon non credo si possa smettere di lavorare per perseguire i propri desideri. Anche perché, se il sistema é una rete mutualista, nel momento in cui tu svantaggi i tuoi vicini per perseguire obiettivi inefficienti, c´é la possibilitá che questi abbiano qualcosa da dire a riguardo. Sono infatti curioso di capire come Bob Black risolva questo problema. Cioé, credo sia possibile cambiare forma al lavoro quanto si vuole, ma come risolve il problema della necessitá-azione che ho posto in apertura?

    Continuo inoltre a non capire il problema dei desideri vs doveri lavorativi nella societá attuale. Io credo ad oggi venga condannato il fatto di anteporre un desiderio inefficiente ad una concreta possibilitá di vivere una vita dignitosa.
    Per questo credo ci sia la condanna morale di cui parli e il concetto di sacrificio nell´etica del lavoro: rinunciare a ció che vuoi fare per adattarti a ció che puoi fare. Dopo di che, pensavo al caso del bambino che vuole fare l´artista, si iscrive al liceo artistico, poi fa accademia d´arte, poi dipinge quadri, poi diventa illustratore free-lance e vende le sue opere a migliaia di euro l´una. In questo caso c´é un desiderio, é efficiente, fa guadagnare e funziona. Nel caso del post il problema é che l´universitá illude facendo credere alla gente che si possa fare ció che si vuole, ossia che il desiderio sia efficiente quando non lo é.

  9. Esatto. Come dici, la questione è il come il lavoro viene organizzato. Più che a Proudhon, io pensavo a Kropotkin ed alle “evoluzioni” più recenti, come in Colin Ward.
    Escludendo comportamenti da free rider, l’idea sarebbe che chiunque si organizzi in una società, contribuisca ad essa in modo da formare un sistema di mutuo aiuto. Ognuno dà quanto può e prende quanto necessario.
    Ciò che, al contrario, disumanizza l’organizzazione del lavoro attuale, è la sua rigidità ed il sottovalutare i desideri delle persone, le proprie aspirazioni, sacrificate per il benessere comune ed il mantenimento stabile della società. Sembra che si ritenga che gli unici bisogni da soddisfare siano quelli di cibo e riparo (che anche a me è venuto da citare, semplicisticamente, come unici bisogni), e questi, sì, vengono soddisfatti, anche se in modo indiretto e più complesso del necessario dal lavoro salariato. Da questo, si esclude o si sottovaluta il benessere psicologico dell’individuo, che dipende dalla sua soddisfazione, dalla varietà della propria vita, degli stimoli che riceve, dalla soddisfazione dei propri desideri.
    Ecco forse il punto di contatto. È vero che l’ambiente accademico ti illude di poter avere una vita completa dal punto di vista dei bisogni di riparo, cibo, aspirazioni, vita mentale stimolante. L’illusione nasce perché non viene considerato che l’ambiente lavorativo, nella maggior parte dei casi, sottovaluta tutto ciò che riguarda il benessere psicologico della persona.
    Secondo me, sarebbe preferibile se fosse l’ambiente lavorativo ad essere più simile all’idea che l’ambiente accademico fa emergere di esso, piuttosto che rendere l’ambiente accademico meno illusorio riguardo a ciò.

  10. […] Quotidiano Stefano Feltri, sul tema istruzione universitaria e occupazione caro anche a questo blog. Nei suoi articoli, Feltri commenta i dati relativi all´occupazione sulla base della tipologia di […]

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