Maladattamenti

upAttenzione, post OT (ma non troppo). Durante il mese di Agosto si é scatenata una polemica intorno ad una serie di articoli pubblicati dal vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri, sul tema istruzione universitaria e occupazione caro anche a questo blog. Nei suoi articoli, Feltri commenta i dati relativi all´occupazione sulla base della tipologia di laurea conseguita e conclude che ad oggi alcuni tipi di laurea offrono competenze/conoscenze che non hanno riscontro effettivo sul mercato e che una tendenza degli italiani a sbagliare corso di laurea ha dunque costi individuali e sociali notevoli. Naturalmente, i commenti di Feltri hanno scatenato un putiferio sui social network, portando ad una radicalizzazione dello scontro tra “curve” di sostenitori su argomenti noti da decenni e mai risolti. Si é dunque nuovamente assistito all´annoso dibattito tra sostenitori delle humanities, fanalino di coda nel rapporto occupazione/facoltá e supporters delle scienze, e a quello, piú generale, tra logica mercatista (si studia ció che il mercato vuole) e logica idealista (si studia ció che uno vuole, a prescindere dalla realtá economica del paese). Ora, esistono probabilmente decine di modi per far dire ai dati ció che si vuole, facendo debunking selettivi (qui un buon debunking) ed interpretazioni ad hoc. Personalmente, credo i dati mostrino che non esista alcuna opposizione tra humanities e scienza, ma che la grande divisione sia tra materie che offrono uno sbocco professionale chiaro e consolidato sul mercato e quelle che non lo fanno. Cioé, lo studente di giurisprudenza (humanities) fa l´avvocato, il notaio, ecc… Lo studente di medicina (scienza) fa il medico. Il filosofo (umanesimo) o il biologo (scienza), al contrario, non hanno campi definiti di applicazione, a parte il ricercatore, e quindi hanno problemi. Senza soffermarci a commentare ulteriormente dati e statistiche, trovo piú interessante chiedersi se la “scelta giusta” della facoltá rispetto a ció che chiede il mercato possa rappresentare, da sola, un modo per ridurre i grandi costi individuali e sociali di cui parla Feltri. Cioé, se domani tutti azzeccassero la facoltá giusta, avremmo un impatto positivo sulla crescita economica? Riusciremmo a far crescere l´occupazione? Personalmente dubito che l´idea di alterare una variabile isolata in un sistema, come quello economico/sociale del nostro Paese, rappresenti la pallottola d´argento che uccide il mostro della crisi. Probabilmente, se tutti scegliessero la facoltá giusta, avremmo un mercato del lavoro molto simile a prima, rimpiazzando i disoccupati in filosofia e biologia con nuovi disoccupati in giurisprudenza e medicina, tagliati comunque fuori dall´incremento dell´offerta di lavoro a fronte di una domanda costante in questi campi. Resta cioé il punto che se il mercato del lavoro non cambia forma, offrendo nuove opportunitá, fare la facoltá giusta significa solo adattarsi ad una situazione contingente, adattarsi a breve termine senza pensare al domani. Non si puó pensare che consigliare ai giovani di studiare ció che é utile al mercato attuale possa risultare in un miglioramento. Se il mercato attuale, risultato della combinazione tra fenomeni esterni e scelte politiche, sta portando il nostro Paese in un terrificante inviluppo, adattarsi ad esso implica semplicemente allinearsi con la spirale discendente. Forse, dovremmo chiederci come sia possibile che nel nostro mercato del lavoro non ci sia spazio per studi umanistici e scienza di base, mentre nei Paesi economicamente piú in salute ci sia. Per fare un esempio che mi riguarda, negli USA gli antropologi cognitivi sono richiesti come “concept designers” in aziende che mirano alla produzione di nuove interfacce di interazione tra utente e prodotto commerciale. In Italia, tutto questo ovviamente non esiste, a fronte di una domanda crescente di ragionieri, fiscalisti, addetti alle vendite, ecc… che si limitano a distribuire ció che viene sviluppato altrove. Invece che ragionare su come adattarci al mercato, sarebbe il caso di capire come cambiarlo, affinché la divisione tra ció che é utile e ció che piace venga effettivamente superata.

D Garofoli

~ di D Garofoli su settembre 18, 2015.

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