Dente per dente

Brit Neanderthal (Kennis and Kennis)Questa settimana è stato pubblicato un nuovo articolo sulle strie dei denti dei Neandertaliani, le stesse che noi stiamo usando per cercare di capire se un uso estremo della bocca per la manipolazione di oggetti possa essere evidenza di una scarsa capacità di integrazione visuospaziale, e di limiti nell’integrazione cognitiva tra corpo e artefatto. Lo studio descrive differenze nelle tracce nei denti in funzione di sesso e età, inferendo che siano conseguenza di una ripartizione del lavoro. Ovvero, i Neandertaliani usavano la bocca per manipolare e lavorare gli oggetti, e se queste impronte sono differenti tra maschio e femmina e tra giovani e adulti vuol dire che queste popolazioni si ripartivano il lavoro in base alla struttura sociale e demografica. L’associazione tra le strie e specifiche attività manipolative è estremamente interessante. Bisogna dire che, evidentemente, è un lavoro che richiede cautele interpretative. Primo, bisogna supporre che strie differenti per lunghezza o per spessore siano il risultato di processi manipolativi differenti. Secondo, bisogna fare una supposizione sul sesso dei reperti, decidendo chi è maschio e chi è femmina. Terzo, bisognerebbe valutare il tutto in un contesto statistico che, con i pochi esemplari disponibili, in questo caso non può essere considerato. Ovvero, assumendo che queste tracce possano rivelare differenti tipi di operazioni, assumendo che il sesso di questi individui si possa conoscere, e assumendo che questi pochi individui ben rappresentino una intera specie continentale, allora posso pensare che c’era divisione del lavoro. L’idea è ottima ma il contesto analitico, speculativo e preliminare,  forse non era adeguato all’importanza della rivista in cui è stato pubblicato lo studio. E qui lo sappiamo, c’è una catena democratica di revisori e editori che decide chi pubblica dove come e quando. In paleontologia umana, è noto, il poter “raccontare una storia” è molto più importante del contesto scientifico o del paradigma analitico.

Poi sono arrivati i mezzi di comunicazione, che hanno contribuito a fare di questo caso un buon esempio di come funzionano le cose. Anche se siamo nell’era dell’informazione indipendente da tempo e spazio, il giornalismo continua a fondarsi integralmente sul principio del “qui e adesso”. L’articolo è stato pubblicato da un ricercatore di Madrid, e questo è stato sufficiente a giustificare l’eco decisamente sorprendente di tutti i mezzi di comunicazione nazionali spagnoli. Ovvero in questo caso il giornalismo, totalmente dissociato dai contenuti scientifici, si è nutrito di due fattori: la “storia” del quotidiano neandertaliano, e la firma di un ricercatore della Capitale. Spesso la regola del “qui e adesso” che ottunde e impregna il giornalismo scientifico si basa su un tradizionale principio di “vantaggio reciproco” (lo stesso termine applicato a situazioni molto più importanti si chiama “corruzione”): promuovo quelle istituzioni e quelle persone che possono darmi in cambio una relazione di vantaggio. Da qui, si pesca nel quartiere. Altre volte, solamente è un vizio dei limiti psicologici umani: l’interesse è proporzionale alla vicinanza della notizia, e al nome dell’istituzione. In entrambi i casi, andiamo male. Ovviamente questa non è una tendenza spagnola, e in Italia la situazione è la stessa: basta che cambi di città per essere coinvolto in un giro di riviste e di periodici totalmente differente, come se per un contatto via email o per telefono fosse rilevante la distanza geografica.

Il giornalismo scientifico insiste nel suo ruolo di intrattenimento e diversivo, e la paleontologia umana continua ad affermarsi come racconto da prima serata. C’è anche da aggiungere che l’eclatante conclusione finale di questo studio, ovvero la ripartizione del lavoro da parte dei gruppi Neandertaliani, non sembra qualcosa di troppo sconvolgente. Credo che tra le differenti specie del genere umano ci siano state differenze sostanziali, ma allo stesso tempo suppongo che tutte queste forme abbiano avuto capacità generalmente confrontabili. Non vedo quindi nella possibilità di dividersi il lavoro, di sotterrare un cadavere, di lasciare una marca su un muro, o di mangiarsi il vicino, qualcosa di strabiliante e inatteso, tra specie che saranno pure differenti ma che alla fine appartengono allo stesso genere zoologico, che non per niente chiamiamo “umano”. Tutti i cacciatori-raccoglitori hanno una divisione del lavoro, non vedo perché i Neandertaliani dovrebbero essere l’eccezione. Non sono sicuro che comunque si possa verificare questa ipotesi misurando la lunghezza delle strie dentali di alcuni individui. L’idea è interessante, e il lavoro è ben strutturato, ma questiono sinceramente l’attenzione mediatica. Di tutto questo io mi tengo  la proposta di misurare quelle tracce per valutare se possano darci informazioni sulla varietà dei processi manipolativi che le hanno generate. L’intuizione è sensata, e necessaria a orientare le idee sulle possibili differenze nell’uso dell’interfaccia-corpo tra gli uomini moderni e quelli estinti.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su febbraio 20, 2015.

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