Evoluzione autopoietica

The 10000 year explosion é un libro che induce a riflettere. Di fronte allo sviluppo di nuove e dilaganti correnti di pensiero sull’unitá psichica di tutti gli esseri umani moderni e alla nascita di teorie estreme che includono in questa uniformitá collettiva anche i Neanderthal, resta da capire perché un libro di questo tipo sia stato completamente ignorato dai sostenitori di tali modelli. La tesi difesa da Cochran e Harpending costituisce un contro-argomento radicale rispetto all’ipotesi dell’equivalenza cognitiva. Gli autori, infatti, non solo sostengono che l’evoluzione genetica abbia giocato un ruolo cruciale nell’emersione degli esseri umani moderni e che sia dunque necessaria per spiegare la rivoluzione tecnologica del Paleolitico superiore (tesi di Richard Klein e Wynn & Coolidge). Allo stesso tempo, essi sostengono che l’evoluzione biologica umana non si sia mai fermata e che la selezione di alleli favorevoli, che massimizzano cioé la fitness darwiniana, abbia subito addirittura una drastica accelerazione negli ultimi 10000 anni. La tesi é sostenuta su due fronti. Al livello teorico, gli autori fanno un grande lavoro per dimostrare il seguente punto. Se la pressione selettiva diventa enorme e le popolazioni che si riproducono diventano limitate, una variante allelica che produce vantaggio riproduttivo può diffondersi in tempi relativamente brevi e diventare predominante. Secondo gli autori, il progressivo sviluppo di una cultura umana sempre piú complessa produce nuovi problemi e nuove nicchie ecologiche, con alte pressioni selettive che richiedono nuovi adattamenti. Nel contempo, la gerarchizzazione della societá rende il flusso genico intra-popolazione vincolato, mentre viaggi, conquiste e colonizzazioni consentono di esportare le varianti alleliche vantaggiose a nuove popolazioni. Tali alleli possono dunque influenzare innumerevoli aspetti degli esseri umani, inclusi quelli che alterano le proprietá del sistema nervoso centrale, che esercita effetti su processi cognitivi e personalitá. In secondo luogo, al livello empirico gli autori mostrano evidenze genetiche basate su analisi di linkage e conservazione di frammenti allelici recenti (vedi anche Hawkes et al. 2007). In altre parole, se una mutazione è emersa di recente, il frammento di DNA circostante alla mutazione ha molte probabilitá di essere conservato e poco soggetto a ricombinazione, vista la giovane etá del gene mutante. Se questa giovane mutazione risulta tuttavia essere anche molto diffusa nella popolazione sotto esame, ció induce a pensare che essa sia anche estremamente vantaggiosa. Si puó dunque concludere che la mutazione sia esplosa di recente prima che il locus genico fosse ricombinato. Gli autori discutono vari casi di recente emergenza di alleli vantaggiosi nel breve termine, sostenendo dunque la validitá empirica della loro tesi. Il caso emblematico che collega la componente teorica e quella empirica del libro é quello degli ebrei Ashkenazi, un gruppo etnico impiantato in Europa da secoli, il cui QI sembra ad oggi essere superiore alla media. Dopo analisi piú approfondita, gli autori argomentano che tale popolazione fosse soggetta a forte selezione per geni coinvolti nella cognizione. Infatti, membri di tale popolazione erano generalmente coinvolti in mansioni legate ad economia, finanza, prestiti, etc. Allo stesso tempo, gli Ashkenazi erano costretti per vincoli culturali ad evitare matrimoni misti, limitando così il flusso genico e velocizzando cosí il diffondersi di eventuali mutazioni favorevoli, mentre il successo degli individui era chiaramente collegato alle performance lavorative nel settore dei prestiti. Il tutto dunque poneva una forte pressione selettiva su geni cognitivi, che si manifesta ad oggi nella presenza di una variante allelica che potenzia la ricchezza delle arborizzazioni sinaptiche e che é di recente evoluzione. Queste evidenze sembrano dunque giustificare l’aumento del QI negli Ashkenazi e supportare la tesi degli autori: ovvero che la cultura é un potente motore della evoluzione genetica e che persino le grandi rivoluzioni dell’epoca moderna potrebbero essere state supportate da una base di evoluzione genetica. Se tutto ció é vero per quanto riguarda gli ultimi 10000 anni, appare dunque estremamente difficile pensare che gli uomini moderni non abbiano visto alcuna variazione genetica nei precedenti 150000 anni. Cosí come appare implausibile che i Nenaderthal siano stati cognitivamente equivalenti ai moderni. Se tutto questo é vero.

D Garofoli

Immagine: Franco Castelluccio fine art: The double helix.

~ di D Garofoli su maggio 5, 2014.

3 Risposte to “Evoluzione autopoietica”

  1. Non so che pensare … in teoria la prospettiva più sensata è quella opposta (una stasi genetica di Homo sapiens), ma questi esercizi di stile sono stimolanti. Capisco il punto, e detta così c’ha pure il suo senso.

    L’ipotesi contraria (della quale ancora mi ritengo convinto) si regge su molti aspetti differenti. Primo, la numerosità. Per avere un effetto genetico il gene deve dilagare, e questo succede solo se la popolazione/specie è poco numerosa. Noi ormai siamo infestanti, e qualsiasi gene si diluisce come lacrima nella pioggia. Inerzia.

    Secondo, sappiamo ormai che relazioni lineari gene->carattere sono rare e discutibili. I caratteri sono controllati da molti geni, un gene controlla molti caratteri, i caratteri sono integrati tra di loro, i geni pure, il tutto cambia in funzione degli stimoli ambientali, etc. Tutto questo genera una rete che difficilmente risponde all’equazione sempliciona un gene->un carattere, almeno a livello di selezione.

    Terzo, la selezione si accorge di un cambiamento solo quando questo influisce globalmente sul numero di figli. E la nostra situazione (a parte comunità specifiche) è abbastanza alterata. La cultura sopperisce, e rende cambi biologici non strettamente necessari. Inoltre almeno nelle società occidentali la funzione sessuale e quella riproduttiva sono totalmente svincolate (o addirittura antagoniste!!!), e il “successo genetico” è spesso associato a situazioni culturalmente degradate.

    Vi ricordate il film “Idiocracy”!!!

    Insomma, la proposta mi pare interessante, bisogna pensarci, ma senza cadere in rivoluzioni sostenute solo da meri esercizi logici …

    Un tema a parte è poi la stabilità delle conoscenze molecolari … io sono abbastanza critico sulle applicazioni e sulle interpretazioni genetiche così come si vendono con scioltezza ad oggi, e quindi credo che al momento di mettersi a riflettere seriamente su questa ipotesi bisognerebbe comunque non dare per scontati i risultati che ci presentano continuamente e religiosamente come verità assolute …

  2. Provo a difendere la tesi degli autori rispondendo ai tuoi tre punti:

    1) Numerositá: Gli autori prendono in considerazione il punto della numerositá crescente delle popolazioni umane negli ultimi 10 kya. É vero che la numerositá rallenta di molto il processo di diffusione di eventuali geni favorevoli, ma la tesi degli autori sembra aggirare questo problema. Infatti, uno degli aspetti cruciali del loro modello, che é forse anche il piú radicale, é che strutture culturali come la gerarchizzazione creino dei flussi genici relativi all´interno della popolazione stessa. In altre parole, si riproducono di piú alcuni gruppi sociali di potere che detengono piú risorse, rispetto alla grande massa di individui negli strati sociali piú bassi. Il caso emblematico é quello di Gengis Kahn, che le cronache riportano vantarsi di giacere con le donne dei vinti a mo´ di bottino di guerra. Ebbene, il punto é che evidenze genetiche sembrerebbero mostrare che i discendenti di Gengis sarebbero milioni. Se si espande il tempo a disposizione e si aumenta il numero di individui componenti l´elite, c´é la possibilitá che piccoli gruppi abbiano impiantato i loro geni in popolazioni enormi.

    2) Relazioni gene-carattere univoche: é vero, ma al livello di selezione il problema si dovrebbe porre nel momento in cui la somma degli effetti prodotti da eventuali geni pleiotropici é negativa. Poniamo il caso di un gene che aumenta ad esempio la ricchezza delle arborizzazioni dendritiche, ma che nel contempo riduce la qualitá di alcune proteine muscolari. Se la selezione agisce su individui che devono fare i banchieri o i fisici teorici, molto probabilmente non si cura piú di tanto del problema muscolare, ma punta a massimizzare il QI dell´individuo. Questo puó portare nella popolazione all´insorgenza di patologie genetiche, quali la distrofia muscolare, che rappresentano il prezzo da pagare per l´aumento del QI. A quanto ho capito, questo sembra essere proprio il caso degli ebrei Ashkenazi.

    3) Selezione genetica nel mondo occidentale: forse questa é la cosa piú problematica su cui discutere e temo che ci porterebbe troppo lontano. Ma forse il contenuto del libro non necessitá di questo elemento aggiuntivo per essere valido.

  3. Ci sono molti casi in cui una condizione sociale o di potere ha lasciato tracce importanti nella genetica di un popolo, ma mi riesce difficile pensare che questo possa avere a che fare con selezione e evoluzione. Interessante per biologia delle popolazioni e fluttuazioni, ma non su una scala evolutiva. Il problema della numerosità comporta che anche eventuali variazioni importanti finiscano come oscillazioni momentanee (su scala evolutiva). Senza contare che appena esci dal contesto locale (su scala geografica o cronologica) magari non solo c’è diluizione, ma soprattutto i fattori di selezione non sono più gli stessi, cambiando nella nostra storia, cultura, e società, con una rapidità e una imprevidibilità stupefacente. Quello che oggi è adattativo già non lo è più tra una settimana … Insomma, tutto è come sempre possibile, ma è meglio restare su ciò che è probabile …

    E comunque in tutto questo stiamo lasciando fuori una parte importante: l’interazione con l’ambiente che, soprattutto alla luce dei nostri tanti commenti su mente estesa, embodiment, e compagnia, rende qualsiasi cambio genetico ancor più difficile da interpretare linearmente …

    Certo, la capacità stessa di estendere la mente potrebbe essere suscettibile di influenza genetica, ma anche in questo caso non dimentichiamo che una gran parte della selezione è stabilizzatrice: a chi si allontana troppo dalla media … non gli fanno fare figli (o non ci pensa proprio)!

    Insomma, interessante la proposta, stimolante, provocativa, ma io resto in attesa di argomenti più sperimentali o quantitativi!

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