Nomen omen

La legge - Bucchi 2013Continua la saga delle questioni sui metodi di pubblicazione scientifica. Il tema rimane dei più ostili, e la sintesi delle puntate precedenti è semplice: il processo di pubblicazione dei risultati scientifici è una delle componenti fondamentali della ricerca, ma allo stesso tempo è altamente imperfetto e inquinato da fattori umani, economici, amministrativi e istituzionali, che lo rendono inefficiente e corruttibile. La qualità della ricerca spesso non è strettamente correlata agli indici di valutazione e di riconoscimento professionale, e ancor meno all’attenzione mediatica e accademica. E il sistema di revisione è danneggiato da relazioni personali e istituzionali che vanno dalle geopolitiche su tutte le scale alle basiche relazioni di amore-odio, privilegio, e onnipotenza. Il dibattito è aperto, e le riviste stanno cercando di minimizzare i danni mantenendo le casse in attivo. Le riviste Open Access sono quelle che stanno proponendo più alternative, perché in fin dei conti non hanno nulla da perdere. Sono riviste che nascono dal giorno alla notte come funghi, hanno costi quasi nulli perché pubblicano solo in rete, e sotto le mentite spoglie della condivisione dell’informazione stanno trasformando la scienza in un mercato di chincaglierie: ti pubblicano l’articolo sotto pagamento, trasformando l’autore in cliente. I prezzi possono essere davvero esorbitanti, il cliente ha sempre ragione, e queste riviste si sono già fatte una mala fama, che però non sembra fermare o rallentare il business. Qualcuna si vende meglio di qualcun’altra, creando relazioni accademiche che garantiscono un flusso di mercato costante e una facciata di riconosciuta rispettabilità. Un tentativo timido di cambiare qualche carta alla tavola del problematico metodo di referaggio scientifico è quello di rendere anonimo non solo il nome del revisore ma anche quello dell’autore, per non influenzare i giudizi. Apparentemente equo, in realtà nasconde un problema sincero: non conoscendo il nome degli autori, un revisore che deve accettare l’incarico non può sapere se ha un conflitto di interessi verso quel gruppo di lavoro. In campi grandi questo fattore può avere un peso più contenuto, ma in settori specialistici le relazioni personali contano di più, i conflitti ci sono, e un revisore deve poter tenerne conto prima di accettare un articolo. Alcune riviste rompono allora gli schemi con il criterio opposto: nessun anonimato né per autori né per revisori. Il revisore fa il suo lavoro, ma poi il suo nome viene pubblicato ufficialmente sulla prima pagina dell’articolo, facendolo responsabile del contenuto. C’è poco da dire. Quanti revisori saranno sinceri sapendo che gli autori conosceranno la loro identità? Il mondo professionale è spietato ed egoista, le relazioni personali sono fondamentali, e l’animo umano è spesso suscettibile e spocchioso. Quanti revisori sapranno conciliare lo sguardo attento della valutazione di qualità scientifica con le necessità di buon vicinato dell’accademia e delle sue implicazioni economiche e professionali? Il metodo di pubblicazione scientifica è imperfetto, e le alternative devono sempre essere considerate con interesse e disponibilità. In realtà, spesso ci dimentichiamo che l’imperfezione non è una qualità del metodo stesso, ma della sua applicazione. Come sempre, una buona prospettiva si può portare avanti male se gli obiettivi sono annacquati, e al contrario una cattiva proposta può dare buoni frutti se chi ci mette mano è realmente capace. In questo caso e come sempre l’ottimismo è benvenuto, ma la cautela è d’obbligo.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su marzo 26, 2014.

Una Risposta to “Nomen omen”

  1. tutto condivisibile ma qualcosa di alternativo esiste, anche se non affronta tutti i problemi sollevati: in fisica la comunità scientifica si e’ organizzata: dopo avere stabilito una struttura per la peer review (immagino di qualità) hanno messo a “concorso” tra i publisher la gestione del sito con i lavori. In questo modo hanno abbattuto i costi rispetto ai vari Plos One, BMC etc. Questo potrebbe essere un modello positivo, ma e’ difficile organizzare una comunità scientifica, o almeno parte di essa. Certo se pensiamo che Plos ha fatto utili per 7-8 milioni di dollari …..e poi gestisce i lavori molto male, sia sul piano editoriale (review …sbrigative…) che della presentazione (usa layout diversi a seconda se il lavoro va in “prima pagina” o no), sarebbe utile esportare questo modello in altri campi. Noi con la nostra rivistina (JASs) facciamo del nostro meglio ma siamo e rimarremo di nicchia.

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