Il parietale profondo

Bruner et al 2014 (J Anat)Dieci anni fa pubblicai i primi articoli in cui, confrontando la geometria cerebrale nel genere umano, si vedeva che la differenza sostanziale tra la specie moderna e quelle estinte stava in una espansione delle aree parietali. Da sempre si è saputo che Homo sapiens si caratterizza per una forma “globulare” del cervello rispetto agli altri ominidi, ma fino a quel momento non si era quantificato questo “carattere”, non si era dimostrata una discontinuità tra le forme viventi e quelle estinte, e soprattutto non si era localizzata la ragione spaziale di questa morfologia nelle aree parietali. Il risultato ebbe una certa difficoltà a circolare, per la reticenza (spesso giustificata) che hanno le neuroscienze verso la paleontologia, e per quella (meno giustificata) che la scienza in generale ha verso la ricerca indipendente dalle grandi accademie dei compagni di merende. Poi però il rigore del Max Planck Institute confermò che l’uomo moderno ha uno stadio di sviluppo specifico delle aree cerebrali posteriori, successivo al parto, assente nelle scimmie antropomorfe e nei Neandertaliani. Nel frattempo le aree parietali si stavano facendo notare anche in altri settori. Si trovarono strutture cellulari assenti nei primati non-umani. Si scoprì che nella geometria delle aree parietali convergevano le reti strutturali e funzionali del cervello umano. Si riconobbe l’importanza del sistema fronto-parietale nelle funzioni cognitive complesse. Si scoprì che le aree parietali stanno dietro a processi cognitivi specificatamente umani associati a simulazione e immaginazione. Abbiamo inoltre proposto che questa nuova complessità delle aree parietali profonde possa aver generato una certa vulnerabilità alla neurodegenerazione, anche considerando che il degrado funzionale e strutturale del morbo di Alzheimer comincia proprio da queste parti.

Dopo dieci anni da quelle prime evidenze, questo mese abbiamo pubblicato uno studio sulla variabilità intraspecifica della geometria cerebrale. E con certa sorpresa abbiamo scoperto che, anche se la morfologia del cervello non è strettamente incanalata dentro schemi di variazione definiti, però il carattere più variabile, quello che genera le maggiori differenze tra gli individui, e quello che più influenza l’organizzazione spaziale del cervello, è proprio il precuneo. Le proporzioni delle aree parietali profonde hanno fortemente caratterizzato la variazione cerebrale nel genere Homo, soprattutto nella nostra specie.  Adesso scopriamo che le stesse variazioni sono anche alla base delle attuali differenze tra gli individui. E vanno a toccare proprio quelle aree che sono il fulcro strutturale e funzionale delle reti cerebrali. Non solo siamo di fronte a conferme che arrivano da territori differenti, ma anche a una incredibile convergenza di evidenze.

Il precuneo è un punto critico di molte funzioni cognitive, soprattutto quelle che coordinano l’integrazione visuo-spaziale con la memoria. Il solco intraparietale, struttura con una nuova complessità nella nostra specie, coordina le porte di interfaccia tra corpo e ambiente, ovvero l’occhio e la mano, integrando le informazioni esterne e interne per generare uno spazio virtuale di simulazione. Non solo queste aree parietali profonde stanno richiamando su di se l’attenzione di molti settori di ricerca, ma stanno anche inequivocabilmente suggerendo che l’evoluzione della mente sia strettamente legata alle forme e ai processi con cui il substrato organico neurale si allaccia all’ambiente esterno, crea relazioni tra un fuori e dentro, gli da una connotazione temporale e un contesto, e genera coscienza di sé nel tempo e nello spazio. E’ impossibile non vedere la stretta relazione tra l’evoluzione delle aree parietali e la mente estesa.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su gennaio 10, 2014.

2 Risposte to “Il parietale profondo”

  1. In realtá se la teoria di Markus Knauff che descrivevo nel post precedente é vera, i lobi parietali sembrerebbero coinvolti anche nel ragionamento deduttivo. La teoria dello spazio alla ragione sembra dirci che il ragionamento deduttivo proceda in questa maniera. 1) Le premesse vengono costruite (e come conseguenza di ció si attivano le regioni occipitali legate alle visione). 2) Le premesse vengono integrate costruendo un modello in cui vengono specificate le relazioni spaziali tra i termini dell´argomento. Es.: “piú grande di” é rappresentato come “sopra”. In questo caso si attiva la corteccia prefrontale anteriore. 3) Il modello viene analizzato per vedere se le conclusioni che seguono dalle premesse hanno senso. In questo caso, a quanto ho capito, la corteccia parietale superiore rappresenta differenti possibili conclusioni. La corteccia prefrontale dorsolaterale invece ispeziona tali possibili conclusioni. Dall´interazione delle due aree cerebrali vengono validate le conclusioni.

    Come dicevo, peró, la teoria é agli albori ed il suo limite attuale é che non si capisce se realmente il modello si estende ad ogni forma di ragionamento umano, o se per ragionamento si intende solo quello deduttivo. Allo stesso tempo, anche all´interno del ragionamento deduttivo stesso non si capisce bene se il modello si applica interamente anche a forme di deduzione non relazionali. In particolare mi riferisco a termini che non sono confrontati per relazioni comparative (es.: maggiore di) o realmente spaziali.

    Fatto sta che anche se la teoria fosse semplicemente limitata al ragionamento deduttivo relazionale, un eventuale potenziamento su questo processo cognitivo avrebbe effetti comportamentali notevoli in evoluzione umana.

  2. […] proprio per un aumento delle aree parietali profonde, particolarmente dedicate all’integrazione visuo-spaziale, alla gestione del sistema occhio-mano, e all’integrazione di tutto questo con la memoria e con […]

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