Spazio alla ragione

opPer centinaia di anni la filosofia si é misurata con un problema notevole, e cioé quello di spiegare la natura del ragionamento umano. Una chiara ipotesi, naturalmente é che il ragionamento sia da intendersi necessariamente in termini linguistici e cioé mediante la costruzione di regole sintattiche che colleghino premesse e conclusioni. Opposta a questa concezione, invece, é l´idea che il ragionamento si basi sulla costruzione di immagini visive, che rappresentano i termini di un argomento e che sono a loro volta confrontate allo scopo di trarre una conclusione. Nonostante la rivoluzione cognitivista abbia ridotto l´importanza di teorie basate su immagini, alcune evidenze sperimentali hanno gradualmente portato alla nascita di modelli pluralisti. Secondo questi modelli, le due componenti del ragionamento, quella imagistica e quella linguistica, coesistono negli umani moderni. Il nuovo libro di Markus Knauff, Space to reason, mira a proporre una soluzione preliminare a questi problemi. Muovendosi a cavallo tra l´ambito sperimentale e quello teorico, Knauff suggerisce di guardare alle aree cerebrali che si attivano durante un compito di ragionamento per trarre conseguenze teoriche sulla natura stessa del processo. La logica proposta, in generale, é la seguente. Knauff presenta ai suoi soggetti compiti di ragionamento deduttivo basato su relazioni (e.g. A é piú vecchio di B, B é piú vecchio di C, dunque A rispetto a C?). Altera poi il grado di immaginabilitá di una parola, proponendo termini via via piú astratti. Qualora l´attivazione di regioni cerebrali legate alla visione fosse presente in ogni compito proposto, si potrebbe concludere che le immagini siano in qualche modo connesse al ragionamento. Allo stesso tempo, se l´uso di parole molto immaginabili dovesse facilitare il compito, questo implicherebbe che le immagini giochino un ruolo causale nel ragionamento. In caso contrario, si dovrebbe guardare ad altre strategie cognitive per spiegare il ragionamento relazionale. Nel libro, Knauff passa in rassegna gran parte delle sue pubblicazioni sul tema. La sua conclusione é che le aree modali della visione non sono attivate nei processi cruciali che costituiscono il ragionamento, ma si attivano solo come effetto collaterale della costruzione di premesse molto concrete. Sorprendentemente, i suoi risultati mostrano che le immagini possono addirittura interferire con il processo di integrazione delle premesse e con il controllo della coerenza delle conclusioni (vedi concetto di impedenza visiva). Da qui ci si aspetterebbe che il ragionamento sia basato su regole linguistiche di tipo “se—>allora”. Tuttavia, il pattern di attivazioni corticali rivela che nemmeno le regioni linguistiche sono implicate in questo processo. Al contrario, i compiti relazionali impegnano un network frontoparietale, con importanza cruciale delle aree parietali superiori nello stadio di analisi delle conclusioni. Knauff conclude dunque che il ragionamento relazionale viene risolto mediante la costruzione di un layout simbolico, che elimina i dettagli visivi di un´immagine per focalizzarsi sulla logica delle relazioni fra gli elementi. L´esempio di proprietá transitiva citato sopra verrebbe cosí trattato allineando i termini spazialmente uno sopra all´altro e valutando la relativa posizione di A rispetto a C, per poi concludere sull´etá relativa dei soggetti. Da ció si evince che il ragionamento relazionale umano é basato sulla costruzione di modelli spaziali parzialmente fisici e parzialmente simbolici. Tali modelli, appaiono piú astratti rispetto alla costruzione di immagini, ma meno astratti rispetto all´uso di proposizioni e regole linguistiche. É comunque interessante notare che tutte le relazioni utilizzate da Knauff nei propri esperimenti si basano sul comparativo di maggioranza, se non direttamente su posizioni spaziali. Il rischio é che la teoria dello “spazio alla ragione” si applichi soltanto a queste specifiche forme di ragionamento relazionale, anche se l´autore riporta casi di coinvolgimento di regioni parietali superiori in deduzioni che difficilmente possono essere concepite in termini spaziali.

D Garofoli

Illus. Allen Williams, Wizards of the Coast.

~ di D Garofoli su dicembre 3, 2013.

5 Risposte to “Spazio alla ragione”

  1. Buogiorno,
    vorrei richiedere un piccolo chiarimento, le due teorie, imaginistica e linguistica, sono concepite come innatiste? oppure sono frutto di un modello evolutivo/educativo (quale che sia)?
    grazie

  2. Grazie per l´intervento. Devo ammettere che la domanda non si presta a facile risposta. A quanto ricordo, il libro di Knauff non prende in considerazione piú di tanto i meccanismi che spiegano l´origine di queste due forme di ragionamento. Forse si potrebbe dare una risposta a tutto ció andando a leggersi il libro di Allan Paivio sull´evoluzione della mente, ma forse potrei provare direttamente a darti una risposta io sul tema. In questo caso, peró, mi servirebbe di capire una cosa fondamentale: che cosa intendi per innatismo? Che cosa per “frutto di un modello educativo”?

  3. Grazie per il titolo, lo cercherò.
    Direi per innatismo, stando un poco sul generico, di parlare di capacità plastiche di coordinamento cognitivo già in qualche maniera prestrutturata alla nascita (o quasi…), che so geometricamente, alla gibson, o ad albero, come capacità *già* compresa nel nostro assetto cognitivo; invece come educativo più sulla scia della copia o dell’apprendimento per modelli, che siano i genitori, la società o i nostri cari neuroni mirror, e che si plasmano lentamente mentre apprendiamo tutte le potenzialità del nostro corpo (e forse apprendiamo il corpo stesso…).
    Il risultato può ben evidentemente essere lo stesso, ma capire la genesi di relazioni misurabili non mi pare una questione trascurabile, per quanto complessa e probabilmente, non del tutto intuibile.
    spero di essermi spigato almeno un po’.
    A tratti quella che ho fatto sembra essere uan domanda retorica, ma temo quello dell’origine si dimostri un quesito tanto irrisolvibile quanto inelubile…
    grazie

  4. Ciao It. Dopo Rethinking Innateness (Elman et al., 1996), penso che la dicotomia innato vs acquisito vada completamente riconsiderata. Prima la componente innata era basata sull´esistenza di rappresentazioni neurali native. Ora la componente innata si riduce a vincoli fisici nella architettura del sistema nervoso. Le abilitá cognitive sono dunque il risultato della relazione enattiva degli esseri umani con la realtá, posta l´esistenza di vincoli biologici alla relazione stessa. Alla luce di tutto questo, provo a rispondere alla tua domanda.

    Se ha ragione Daniel Everett, il linguaggio rappresenta un´invenzione culturale umana alla pari del fuoco. Chiaramente questa invenzione implica che esistano gli strumenti innati per inventarla e cioé regioni i cui vincoli strutturali ammettano l´acquisizione di proprietá linguistiche. Il contesto sociale diventa lentamente vincolo ed interagendo con le proprietá native del sistema nervoso e corporeo del bambino incrementa smisuratamente le probabilitá di acquisire il linguaggio. Se il mondo richiede poi che si facciano deduzioni basate sul linguaggio, ebbene credo che questo strumento venga adattato alla struttura del problema.

    La teoria imaginistica sembra al contrario non supportare il ragionamento deduttivo, in quanto le immagini sono epifenomeni del reale meccanismo di ragionamento, che in realtá é spaziale. In questo ultimo caso, una deduzione priva di linguaggio é risolta con il sistema incorporato delle relazioni spaziali, dove sopra diventa ad esempio “meglio di” e sotto “peggio di”. Il meccanismo si costruisce dunque sulla base di strumenti innati, che hanno a che vedere con la relazione corpo-spazio.

    Quanto l´influenza dell´ambiente sociale é cruciale per queste due abilitá? Direi che nel primo caso é intuitivamente molto piú influente, per il fatto che anche lo strumento é culturalmente costruito.

    Spero si capisca, fammi sapere che ne pensi.

  5. Si si, è molto chiaro.
    …solo che adesso ho altro da leggere!
    Se vincoli cognitivi rappresentano una sorta di limite innato alla relazione io\mondo (nonchè la sua possibilità), la qualità di questa iterazione è evidentemente dipendente dalla qualità del processo che la struttura e dalla modalità con cui l’iterazione di tali vincoli si evolve e si complica.
    In questo senso è forzatamente dinamica, sociale e, in una certa misura, linguistica.
    Sarebbe possibile ipotizzare che l’ampliamento delle capacità motorie ampli a sua volta la disponibilità di mondo che a sua volta incrementi – o permetta di definire e utilizzare meglio – l’uso del linguaggio e delle immagini, che a loro volta permetterebbero di ritrutturare nel senso di maggiore o migliore complessità i vincoli biologici con cui siamo nati in feedback positivo incredibilmente forte.
    Quindi per studiare grammatica, fate ginnastica!

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