Il colore dell’ombra

George Orwell 1984

“Meglio sparuti che spariti”, quando ti ritrovi una sala mezza vuota con i classici e supposti pochi ma buoni che son venuti a reggerti in piedi un qualsiasi tipo di incontro culturale. Se dal manipolo di volenterosi poi scremiamo quelli che partecipano per dovere, quelli che partecipano per appoggio morale,  quelli che sperano nel coffee-break, quelli che si beccano qualche credito per le amministrazioni, e quelli che fuori faceva freddo, a volte la risposta partecipativa dei contesti “professionali” può essere davvero sconfortante. Gli incontri “di settore”, a meno che non ci siano soldi in ballo, ben visibili e fumanti sulla tavola, vengono in genere disertati in massa. I “professionisti” della cultura spesso non sentono il bisogno di aggiornarsi, di partecipare, di approfondire, di condividere. Parliamo della cultura in generale, quella in cui si suppone che le motivazioni siano almeno parzialmente indipendenti dal denaro e dal successo. Scienza, arte, lettere, non si scappa, in molti settori la partecipazione alle attività culturali è ampiamente evitata da parte di quelle stesse persone che dicono essere interessate ad una data disciplina, e se ne fanno portavoce o rappresentanti. Ho partecipato spesso ad incontri in centri di ricerca dove con decine e decine di ricercatori, studenti, e tecnici di laboratorio nei piani dell’edificio ti ritrovavi tra un pubblico di cinque o sei persone quasi casualmente riunite in un salone vuoto e maestoso. Ho partecipato spesso a “incontri nazionali” dove la “nazione” si limitava a una dozzina di attenti partecipanti. Il disinteresse, come sempre accade, si protegge dietro a un legittimo e democratico “non c’ho tempo”. Il “non c’ho tempo” nasconde in realtà semplicemente schemi differenti di priorità, questo è chiaro. Però nasconde, velata e irriverente, anche una presa di posizione un pó offensiva e senz’altro ipocrita: se mi dici che non c’hai tempo di fare qualcosa che io invece ho fatto, a parità di condizione professionale mi stai dicendo indirettamente che io ho partecipato a quell’evento perché non avevo proprio nulla da fare! Senza contare che sappiamo bene che il tempo poi si trova per vedere una partita in televisione o commentare le foto del bimbo o del gatto sulle reti sociali.

La specializzazione dei settori sicuramente non aiuta in questo senso: ci sono sempre più direzioni e più sorgenti, e uno non può star a seguire tutto. Però anche qui credo che questo fattore non possa spiegare da solo la diserzione pressoché totale degli incontri culturali, a volte specialistici ma spesso a carattere generale, su temi comuni di politica o di società. In realtà forse questo disinteresse non deve essere preso come “insuccesso” e come “fallimento” del mondo della cultura, ma come dato. Un numero, un esperimento. I numeri ci stanno dicendo che molti aspetti della cultura, sbandierati come un panda per difendere diritti e privilegi, sono in realtà per alcuni solo un passatempo, per altri un mero lavoro come un altro. E forse va bene così. Dobbiamo riconoscere che le differenze culturali (quelle vere, non quelle dei certificati di laurea e di master comprati in comode rate semestrali) possono essere davvero incredibili, impressionanti, qualcosa di molto diverso da quel superficiale e squallido snobismo che spesso caratterizza i livelli accademici. Le differenze culturali, così come i livelli di percezione e cognizione, potrebbero essere molto più abissali di quello che crediamo. Di fatto dobbiamo riconoscere che la cultura, intesa come processo creativo e progressivo, da sempre si regge su un manipolo relativamente ristretto di persone, una percentuale molto esigua della popolazione totale, che spinge e tira una massa abbastanza inerte e poco reattiva, sia sul piano intellettuale che su quello tecnologico. Quella stessa massa che, nella sua statica e persistente inerzia, manda comunque avanti la baracca a livello del metabolismo di base delle nostre società. L’enzima catalizza, in piccole quantità induce senza farsi notare, orienta senza farsi vedere, e a volte è distrutto dal processo stesso, senza lasciar traccia del suo passaggio. In questo senso non dobbiamo quindi pensare a quei volenterosi come a una selettiva élite di illuminati ma, tant’è, come ad un misero gruppetto di sfigati che in cambio del loro impegno ricevono un duraturo e severo isolamento, che da un lato suscita una certa pietà, dall’altro diffidenza. L’importante è saperlo, che uno si organizza.

E Bruner

***

La citazione di apertura è di Giovanni Palombo, uno dei migliori chitarristi italiani e maestro formidabile delle sei corde, che ricorre a questo mantra sempre utile quando in un contesto di un seminario musicale  “per amanti del genere” si riempiono solo le sedie della prima fila …

~ di Emiliano Bruner su novembre 21, 2013.

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