X-brains

Charles XavierIl neurocentrismo sempre imperante, il riduzionismo sempre più estremo e radicato, e una ricerca a volte un pó disperata di una nuova professionalità della docenza, stanno unendo le forze per riproporre un classico ciclico di tutte le epoche: la ricerca del superuomo. Certo, in tempi di politically correct questo superuomo deve essere a norma iso, integrato nella legislazione comunitaria e certificato dall’azienda. A livello scolare si chiama quindi “studente ad alta capacità”, come fosse un apparecchio elettrico con tanto di bollino di garanzia. In termini di azienda si utilizza invece una parola chiave a metà tra il sensazionalismo cinematografico e il circo di uno spettacolo televisivo da prima serata: talento. Da notare che soprattutto in questo secondo caso il termine è decisamente generico, in quanto il talento dipende dagli obiettivi, e se ci sono di mezzo le imprese gli obiettivi possono non essere espliciti.  Ai fatti, si ripropongono i problemi della selezione: chi riconosce il genio, e soprattutto chi ha le qualità per gestirlo? Le scuole cominciano a pensare a programmi specifici, e si aprono corsi di addestramento per quei docenti “normali” che avranno la responsabilità di allevare la giovane promessa. A prima vista niente del tipo “biondo e occhi azzurri”, ma rigorose valutazioni psicometriche che dovrebbero essere capaci di snidare la dote nascosta secondo criteri analitici. La base concettuale: il bimbo geniale si spreca e si annoia coi programmi convenzionali, degradando la sua motivazione e trascurando il suo talento, che la società ha il dovere di fomentare e il piacere di poter convertire in introito. La rogna: al bimbo talentuoso potrebbe non importare affatto di esserlo, e magari gli piacerebbe vivere come uno qualunque e non come un fenomeno da baraccone su cui tutti caricano le proprie speranze e le proprie aspettative. C’è poi la controparte dei “normali”, che potrebbero non condividere la decisione da parte delle istituzioni di prestare particolari attenzioni solo ad alcuni eletti. Dobbiamo riconoscere che, a parte opinioni e prospettive, la storia ci racconta che la ricerca del superuomo non ha mai funzionato, e per contro ha sempre dato grossi problemi. Quindi, a parte le questioni logistiche e quelle morali, l’esperienza ci insegna che in genere le società umane non sanno affrontare la questione, e quando ci si mettono poi si raccolgono solo magagne. Noi, per quanto riguarda l’aspetto neuroantropologico, ci limitiamo comunque a sottolineare una questione cognitiva. Se infatti pensiamo che la vera rivoluzione nell’evoluzione della mente sia stata la possibilità di estendere percezione, memoria, e calcolo all’ambiente esterno, dobbiamo assumere che è in questi termini che si deve poter manifestare il supposto talento. Ora, le alternative sono due, e opposte: “alta capacità” vuol dire una maggiore abilità di estendere la mente, o al contrario il non aver bisogno di doverlo fare?

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su novembre 13, 2013.

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