Integrazione con la materia

how-things-shape-the-mindHow things shape the mind é il titolo del nuovo libro di Lambros Malafouris, fondamentalmente una sintesi del pensiero che l´autore ha sviluppato nel corso della sua carriera, integrata dall´aggiunta di nuovi esempi chiarificatori e di capitoli inediti. Obiettivo centrale é quello di dare finalmente corpo alla tesi del Material Engagement, vera e propria chiave di volta che lega le numerose tesi sostenute dall´autore e che costituisce un interessante approccio sia per le scienze cognitive che per l´archeologia teorica. Rendere giustizia a ciascuno degli spunti presenti nel libro risulta arduo nello spazio di un post e quindi é necessario soffermarsi su alcuni aspetti principali. Malafouris propone una teoria dell´integrazione tra artefatti ed esseri umani che combina elementi dell´embodiment classico e della mente estesa con aspetti piú radicali che mirano almeno a ridurre la necessitá di rappresentazioni mentali e computazioni in favore di sistemi dinamici artefatto-umano. Propone cosí una nuova teoria dell´azione, che attribuisce un ruolo attivo non solo alla componente umana, ma anche a quella materiale. Quest´ultima non si limita al semplice ruolo di deposito di informazioni, ma modifica il processo cognitivo, ne altera la struttura profonda in virtú delle sue proprietá, in pratica lo trasforma integralmente. L´interazione con la materia diventa cosí condizione necessaria per l´acquisizione di nuovi processi cognitivi. Da questa premessa, si apre l´applicazione della tesi malafourisiana in archeologia cognitiva. L´intero libro ruota intorna all´idea che la lenta trasformazione della mente, guidata dall´integrazione con la materia, rappresenti il motore dell´evoluzione cognitiva umana. La linea curva che viene pitturata sulla parete di una grotta nel Paleolitico superiore porta alla coscienza la rappresentazione del dorso di un animale e consente agli uomini di percepire una nuova realtá costituita da immagini pittoriche. A differenza del vecchio modello cognitivista in archeologia cognitiva, non occorre dunque pensare a rappresentazioni mentali che l´evoluzione inscrive nel sistema neurale umano e che vengono imposte sulla materia dagli uomini del passato per ottenere un significato. Non esistono, cioé, immagini di animali che vengono prima create nella mente e poi riprodotte con i pigmenti sulla parete. L´immagine ed il significato emergono come risultato dell´azione dell´uomo sulla materia e attraverso la materia stessa. Tale approccio enattivo produce cosí la possibilitá di pensare ad immagini come rappresentazioni e gradualmente consente di manipolare mentalmente il processo di produzione delle stesse e dunque di pensare a ció che gli altri pensano delle immagini. Questa lenta trasformazione cognitiva é supportata al livello neurale da fenomeni di plasticitá indotta dall´esperienza, che portano a ristrutturare anche l´architettura cerebrale, sia al livello funzionale che strutturale. Ció apre a nuove possibilitá di sviluppo tecnologico, le quali producono nuove alterazioni neurali, alimentando il feedback a valanga che abbiamo piú volte descritto su questo blog (vedi anche la nozione di metaplasticitá). Domanda cruciale per l´intero progetto dell´archeologia cognitiva diventa cosí non solo il “cosa” (i.e. quali requisiti neurali sono necessari per ottenere una certa tecnologia), ma anche il “come”. Come si arriva, cioé, ad una certa espressione tecnologica, a partire da precedenti forme di integrazione con la materia? Quali interfacce mente/artefatto sono condizioni necessarie per enattivare la produzione di simboli materiali?

D Garofoli

~ di D Garofoli su ottobre 25, 2013.

9 Risposte to “Integrazione con la materia”

  1. Grazie della segnalazione! E` davvero molto interessante e si collega alle belle chiacchierate sull’enattivismo che avevamo fatto in un paio di occasioni.
    Per pigrizia/comodita` mi piacerebbe che venisse tradotto.🙂

    Da un punto di vista filosofico, si potrebbe pensarlo come all’inclusione di altra materia non cosciente, in un sistema complesso di materia da cui emerge coscienza.
    Mi viene da fare un parallelo con abiogenesi e simbiogenesi.

  2. Il parallelismo sembra interessante. Perché non provi a svilupparlo un attimo (ovviamente se hai tempo)? Magari ne esce fuori un´altra discussione utile.

  3. Questa e` una descrizione della simbiogenesi, che ho trovato in un’intervista a Lynn Margulis: «le variazioni ereditarie, significative nell’evoluzione, non vengono principalmente da mutazioni casuali. Piuttosto, nuovi tessuti, organi e anche nuove specie derivano primariamente da un contatto fisico continuato tra appartenenti a specie diverse. La fusione dei genomi di organismi simbionti, seguita dalla selezione naturale, porta a un aumento della complessità individuale»

    Secondo la simbiogenesi, le mutazioni che permettono le variazioni del patrimonio genetico, non avvengono casualmente, come nell’evoluzionismo classico, ma mediante il contatto costante, simbiotico, con batteri e microorganismi.

    Il termine abiogenesi definisce la nascita della vita da materia inanimata.

    Immaginavo un parallelo fra come si modifica la coscienza mediante l’interazione con oggetti con gli oggetti (anche non coscenti) e l’evoluzione di una specie mediante l’interazione con organismi semplicissimi come i batteri.
    Con la coscienza, infine, che non e` il risultato di un solo “elaborìo” interno, ma di una costante e continua interazione con oggetti che non farebbero parte di quella coscienza, ma che ne diventano parte nel momento in cui il rapporto fra l’individuo ed essi diventa abituale (come nella teoria della mente estesa).

    Infine, il parallelo con l’idea di abiogenesi e` che in un caso si definisce la nascita della vita da materia inanimata, mentre nell’altro si definisce la nascita della coscienza da materia che non e` intrinsecamente cosciente.

    Niente che non sia gia` stato detto, ma il parallelo mi sembrava affascinante.

  4. Grazie per la spiegazione. Anche se si rischia di andare leggermente OT, devo denotare che sei la seconda persona in pochi giorni che parla del problema della coscienza associato all´esternalismo. E cioé di coscienza che emerge in seguito all´integrazione tra componenti neurali e componenti corporee/artefattuali. Io ho come il sospetto che qui si stia comunque parlando del problema “facile” della coscienza e cioé ci si riferisca a come gli esseri umani prendano coscienza di alcuni aspetti della realtá in seguito al material engagement. Il problema della “nascita” della coscienza, o meglio del perché la coscienza esista, potrebbe essere non correlato alla questione dei substrati che producono coscienza. E cioé: se il substrato é ora cervello + corpo + artefatti, non si capisce comunque perché il colore rosso appaia come rosso e perché esista una esperienza qualitativa del rosso. O almeno questo é quello che sembra sostenere Jesse Prinz, riguardo al rapporto tra percezione enattiva e qualitá dell´esperienza cosciente.

  5. Scusa il ritardo. Il discorso sull'”esperienza del rosso” e` molto frequente e, secondo me, dipende un po’ da che angolazione si osserva il problema.
    Ad esmepio, potremmo dire che “l’esperienza del rosso” si possa descrivere come al modo in cui il corpo di chi percepisce reagisce in seguito alla percezione di quella caratteristica ambientale. Da questo punto di vista, si potrebbe arrivare ad affermare che perche` un essere senziente abbia l’esperienza del rosso, non sia necessario che esso abbia anche una coscienza (nel senso in cui comunemente la si intende).
    Tanto per chiarire, mi viene da pensare che, dal punto di vista evoluzionistico, un’organismo percepisce il rosso in modo salitente, perche` nel corso delle generazioni, reagire a quello stimolo si era rivelato piu` conveniente che non reagirvi. La reazione allo stimolo, contribuisce a definire una parte di cio` che fa emergere un comportamento piu` complesso. Quindi, gia` da questo, si potrebbe affermare che l’interazione con l’ambiente (o con oggetti, alla fine), anche se ad un livello che non definiremmo cosciente, nel senso comune, contribuisce a costruire il substrato organico che permette l’emergere di una possibile coscienza.
    Penso anche che l’esempio del colore abbia delle implicazioni troppo complesse, che si potrebbero aggirare usando altri tipi di stimoli piu` semplici. Prendiamo ad esempio una semplice fonte di luce. Esistono organismi non propriamente coscienti, che reagiscono allo stimolo luminoso, ed anche negli organismi che noi riconosciamo come coscienti possiamo notare che vi sono diversi separati livelli di reazione allo stesso stimolo luminoso. Dal riflesso, fino ad arrivare al pensiero autorerenziale “ho visto una luce molto forte che mi ha abbagliato”. E tutto questo fa parte dell'”esperienza della fonte di luce”.
    Dato questo, mi verrebbe da pensare che l’esperienza, in se` non sia inscindibilmente legata alla coscienza.

  6. Ciao e benvenuto. La tua idea porta a riflettere su come in linea di principio potrebbe funzionare uno zombie filosofico e cioé un essere dotato di intenzionalitá, ma non di coscienza. Ne risulta che esseri di questo tipo sono

    a) macchine deterministiche impostate al dettaglio dalla selezione naturale b) esseri le cui dinamiche di azione e percezione sono spiegate in termini behavioristici

    Cioé, la selezione naturale imposta il pesce combattente in modo che la frequenza del rosso percepita indica un pesce combattente rivale e attiva il comportamento aggressivo. L´esperienza del rosso si identifica dunque con la disposizione del pesce ad aggredire il rivale. Chiaro é che tutto questo apre ad una serie di problemi enormi.

    Tornando in tema con il contenuto del post, l´idea da prendere in considerazione é che la percezione sia attiva. Quindi il rosso appare qualitativamente tale in quanto gli esseri viventi lo testano contro altri colori. L´esperienza qualitativa emerge dunque come risultato di questa interazione costitutiva tra esseri viventi e materia. Il controargomento di Prinz é che testare il rosso contro altri colori, coglierne la sua peculiare invarianza, non fa apparire il rosso come tale. Cogliere invarianti nell´ambiente, cioé, non rende questi invarianti dotati di qualitá fenomenologiche.

    Esiste un contro-controargomento, naturalmente. Vediamo se é il caso di parlarne. Si potrebbe aprire uno spazio apposito, visto che questo post era piú incentrato su “significazione enattiva”.

  7. Sono sempre Masque.😉

  8. […] intitolata “The material dimensions of cognition”, focalizzata sulla teoria dell´Engagement materiale (Malafouris 2013). In questo contesto, abbiamo esaminato alcuni problemi teorici dei modelli […]

  9. […] abbiamo visto di recente, la teoria dell´integrazione con la materia é il tema centrale del nuovo libro di Lambros Malafouris. Uno degli aspetti fondamentali di questo […]

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