Ancore di plausibilitá

octan1Come dicevo, l´archeologia cognitiva é afflitta da assenza di induzione diretta dal record archeologico alle proprietà delle menti antiche, cosí come dalla fallacia comportamentista che nega anche approcci indiretti. Come ne usciamo senza ridurre il tutto ad una mera serie di opinioni? La soluzione passa per la rinuncia al carattere scientifico di questa disciplina. Invece di procedere mediante validazione empirica delle teorie, assumiamo un metodo basato su una validazione “logica” e cioè un approccio filosofico che consente di produrre e selezionare teorie in situazioni non-empiriche. ciò non implica una rinuncia completa al riferimento empirico, che in realtà resta cruciale, ma solo all´idea che possa esistere una testabilità scientifica, laddove non esiste alcun un oggetto di scienza. A mio modo di vedere il metodo in questa disciplina é fondato su due passaggi logici fondamentali. Nel primo, una rete di teorie progressivamente più astratte ed indirette é costruita mediante ricerca nel presente. Tale rete è costituita da una interazione di teorie che disciplinano il comportamento di neuroni, menti e comportamenti. Ogni sistema è connesso all’altro da una serie di principi profondi che regolano la loro reciproca interazione. L’obiettivo di questa rete è quello di rappresentare un’equazione matematica, dove la sostituzione di un particolare assetto sistemico (i.e., una particolare architettura), produce una variazione corrispondente nei sistemi associati, in virtù dei meccanismi di connettività esistenti. L’archeologia cognitiva dunque non fa altro che costruire una architettura comportamentale partendo dagli artefatti ed interrogare la rete di teorie a disposizione, per inferire quali proprietà dei sistemi mentali e neurali sono almeno logicamente possibili per giustificare l´esistenza di tali artefatti. Dalla nostra rete di teorie dunque un insieme di spiegazioni logicamente possibili viene dedotto. Ora, questa deduzione già è sufficiente ad eliminare ciò che è teoricamente impossibile. Se nel record archeologico compare, diciamo, un libro, possiamo escludere con sicurezza che una architettura cognitiva paragonabile a quella di uno scimpanzé abbia prodotto il libro. Il problema salta fuori quando la stessa pratica comportamentale è logicamente compatibile con più architetture cognitive. Un cebo spacca noci con le pietre. Un umano spacca noci con le pietre, se vuole e se non ha uno schiaccianoci a portata di mano. Ciò implica che le due specie hanno la stessa architettura cognitiva? Allo scopo di evitare questa forma di fallacia comportamentista, è dunque necessario restringere il campo delle possibilità logiche, mappando il più ampio numero di pratiche comportamentali nel record archeologico con una teoria della mente e traendo poi le somme. Poichè accanto alla pietra con cui gli umani spaccano delle noci esistono centrali nucleari e sculture astratte, concludiamo che gli umani ed i cebi non hanno la stessa architettura cognitiva. Questo processo di selezione delle possibilità logiche più plausibili avviene dunque mediante un meccanismo di abduzione, o selezione alla migliore spiegazione. L’intero progetto della archeologia cognitiva si fonda esattamente su questo presupposto metodologico: individuare condizioni di necessità e sufficienza che collegano il record archeologico ad una architettura cognitiva. Ciò che risulta solo sufficiente per giustificare un comportamento rimane una mera possibilità logica che è tuttavia disconnessa dal record archeologico. Il riferimento empirico serve dunque a restringere la gamma di possibilitá logiche eliminando le spiegazioni disconnesse a favore di quelle vincolate. É cioé perfettamente possibile che le popolazioni acheuleane abbiano avuto una architettura cognitiva moderna, pur non essendoci alcuna connessione necessaria tra la loro cultura materiale e tale struttura mentale. Il punto é che questa condizione (i.e. “pur non essendoci, ecc…) rappresenta una aggiunta ad hoc che rende la teoria implausibile rispetto alla piú semplice spiegazione: “erano dotati di una architettura cognitiva primitiva che é ancorata sufficientemente a tutte le parti della loro cultura materiale”. L´archeologia cognitiva dunque é tutta qui: c´é chi getta ancore e chi taglia i cavi.

D Garofoli

~ di D Garofoli su giugno 18, 2013.

4 Risposte to “Ancore di plausibilitá”

  1. […] ragionevole e nel contempo interessante. Al contrario, attenzione limitata viene riposta sui vincoli di plausibilitá, ossia sulle relazioni logiche che legano il record archeologico (ad esempio) ai contenuti della […]

  2. Sono interessata a capire la natura degli artefatti cognitivi. Leggendo il blog ho visto che l’archeologia cognitiva si occupa di ciò e mi chiedevo se poteste consigliarmi qualcosa sull’argomento. Vorrei capire quali proprietà mentali spiegano gli artefatti e la differenza che vi è, in merito ad essi, tra primati ed esseri umani. Grazie.

  3. Ciao Bianca. Non é facile costruire una categoria omogenea di “artefatti umani”. In fondo una scheggia Levallois, un arpione composito, la Divina Commedia ed un microscopio elettronico sono tutti artefatti umani, anche se implicano probabilmente una serie di proprietá cognitive molto diverse per essere realizzati.

    Se peró sei interessata ad un resoconto generale di come l´archeologia possa essere connessa all´evoluzione della mente, consiglio il testo da cui un pó tutti coloro che operano in questo campo sono partiti e cioé:

    Mithen, S. (1996). Tre Prehistory of the Mind. A Search for the Origins of Art, Religion and Science.

    Credo sia un´ottima introduzione al tema, allo scopo della disciplina, ai metodi teorici usati, ecc… Anche se, nello specifico, la teoria di riferimento utilizzata, e cioé la psicologia evoluzionistica, ha numerosi problemi. Dubito che purtroppo esista qualcosa in italiano su questo tema.

  4. Grazie per la rapidissima risposta!Per fortuna l’inglese non è un problema, quindi vedrò di procurarmi il libro!Grazie per la dritta.

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