L´abisso epistemologico

E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te“.

– Friedrich Nietzsche

melanogaro

In questi due anni dalla pubblicazione del post Episteme, ho avuto la possibilità di presentare le mie ricerche nell´ambito di vari contesti disciplinari, che spaziano dalla neuropsicologia alla antropologia fisica, alla archeologia del Paleolitico, fino alla filosofia. Nella pressoché totalitá dei casi, filosofi esclusi, i miei interlocutori hanno sistematicamente dimenticato i contenuti della mia ricerca, avanzando dubbi e domande sulla reale fattibilità di una disciplina che cerca di costruire teorie su qualcosa che non esiste (i.e.: la mente antica), partendo dall´analisi del record archeologico. Qual é dunque il metodo in archeologia cognitiva? In virtú di cosa una teoria sulla mente antica é meglio di un´altra? Venti anni (20) sono passati dalla fondazione dell´intera disciplina, eppure queste domande fondamentali giacciono indisturbate, mentre il sospetto che i ricercatori in questo campo abbiano edificato una sorta di torre d´avorio autoreferenziale prende piede. Ció diventa ancora piú evidente nel momento in cui tali interrogativi travolgono noi “nuove leve”, portandoci a guardare indietro con un misto di stupore e preoccupazione. Cosí, andando ad indagare le fondamenta della disciplina, ho notato che i suoi padri hanno preso in considerazione tali problemi metodologici in un limitato numero di capitoli del libro fondativo. Al di lá di essi, si apre un abisso epistemologico che si estende fino ai nostri giorni, con qualche piccola luce che compare ogni tanto nell´oscurità. Su JASs 2014, dunque, Miriam Haidle ed io abbiamo deciso di guardare dentro l´abisso. Ci siamo resi conto che l´archeologia cognitiva fin dagli inizi é stata presa in una specie di morsa che ha radici teoriche profonde. Da una parte il materialismo di Binford sosteneva l´impossibilità di costruire teorie sensate in questo dominio, poiché la mente non fossilizza (i.e. impossibilità della “paleopsicologia”). Dall´altra, lo scetticismo epistemologico dei post-processualisti negava la scientificitá delle discipline archeologiche, sostenendo che tutto in archeologia si riduce necessariamente ad una mera interpretazione soggettiva. Ora, per quanto riguarda il secondo caso, scegliere una teoria con lo stesso criterio con cui si sceglie la pizza capricciosa, piuttosto che la margherita, sembra porre terrificanti problemi a tutta l´umanitá. Problemi che é necessario rifiutare al livello di meta-epistemologia (i.e. il metodo con cui si acquista il metodo), piuttosto che in questo contesto “applicato”. Ci siamo dunque concentrati sull´obiezione materialista, che é ad oggi la stessa avanzata dal mondo scientifico. Il risultato della nostra analisi sembrerebbe rafforzare in primo luogo la visione pessimista. Non esiste infatti alcuna componente induttiva diretta tra record archeologico e menti. Non esiste nemmeno una logica empirica indiretta, perché lo stesso artefatto nel record archeologico puó essere espressione di diversi approcci cognitivi (i.e.: fallacia comportamentista). Cioé, un bifacciale puó essere il prodotto di una serie di rotazioni mentali effettuate in uno spazio di memoria di lavoro. Oppure puó essere il prodotto di un approccio gibsoniano dove la struttura dell´oggetto incompiuto rivela le prossime mosse da fare, senza la necessitá di rappresentare nulla nella mente. In entrambi i casi, sempre un bifacciale rimane, mentre i requisiti cognitivi necessari a produrlo possono essere completamente diversi. Dato ció, l´archeologia cognitiva é dunque impossibile? Noi crediamo di no. Abbiamo proposto dunque un metodo filosofico per validare teorie in questo dominio, che é basato su due operazioni cruciali. Prima una deduzione da una rete di teorie costituite nel presente che disciplinano il funzionamento di neuroni, menti e comportamenti. Poi una selezione “alla migliore spiegazione” delle varie possibilitá logiche dedotte in questo modo (abduzione). Ma sulla logica del metodo diró prossimamente. Ora focalizziamoci sul problema da risolvere.

D Garofoli

~ di D Garofoli su giugno 10, 2013.

3 Risposte to “L´abisso epistemologico”

  1. […] dicevo, l´archeologia cognitiva é afflitta da assenza di induzione diretta dal record archeologico alle […]

  2. Sul dualismo mente-cervello si è scritto tanto, in molti casi troppo, ma l’altro giorno ho letto questo articolo e mi è venuto in mente questo post, quindi ve lo metto qui linkato:

    Understanding complexity in the human brain
    Danielle S. Bassetts, Michael S. Gazzaniga

    http://www.cell.com/trends/cognitive-sciences/abstract/S1364-6613%2811%2900041-6

    L’articolo non è particolarmente rivoluzionario, ma sottolinea ancora una volta l’importanza del tema dell’ “emergenza”. E’ un tema sicuramente sensibile a speculazioni eccessive e a paroloni che sanno di molto e portano a poco, ma forse in questo caso (senza dar comunque nessuna chicca stravolgente) almeno si spiega bene in parte quale è l’idea, con una debita associazione a temi biologici.

    Se l’ “emergenza” si potesse evidenziare nel registro archeologico, si potrebbe far un poco di luce nell’abisso … anche fosse solo per tirare un sasso e sentire se c’è o se non c’è fondo …

  3. […] equivalenti ai moderni e avviati verso la produzione di un proprio Paleolitico superiore. Nel mio lavoro per JASs (Garofoli & Haidle 2014) avevo mostrato come la tesi dell´equivalenza qui descritta […]

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