Le distorsioni

BADistortionL’editore capo di Science, Bruce Alberts, si sente doverosamente in dovere di denunciare la vergognosa degenerazione dell’Impact Factor delle riviste scientifiche, che sta degradando la qualità della ricerca internazionale. Prende le rime da un incontro di suoi compatrioti, che hanno detto che bisogna metter fine a questa indegna corruzione culturale e a queste distorsioni della scienza. L’Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza, che pubblica Science, concorda. Alberts fa notare che l’impact factor, originariamente creato per giudicare le riviste, è stato alla fine utilizzato per giudicare i ricercatori. L’assegnazione dei fondi e delle carriere sono stati formalmente calibrati su questa metrica, con conseguenze a cascata che hanno deformato le finalità della ricerca. Questo abuso “altamente distruttivo” ha indotto i ricercatori a muoversi solo in campi proficui in termini di pubblicazione, a tentare di pubblicare a raffica (spesso a discapito della qualità del contenuto) e a bombardare le riviste quotate di un carico eccessivo e eccessivamente inutile di tentativi disperati. Insomma, tanto per capirci, le grandi lobby dell’editoria scientifica, quelli che hanno creato la metrica del valore sulla base della pubblicazione “cool”, quelli che hanno inculcato la strategia del titolo “sexy”, quelli che hanno centrato il merito sul calcolo delle citazioni delle loro stesse riviste, quelli che hanno tratto profitto economico e prestigio accademico dalla generazione di circoli “in” a esclusione di circoli “out”, quelli che hanno drogato il sistema delle pubblicazioni con valori strettamente basati sulle politiche delle riviste, sulla competizione editoriale, e sullo star-system della ricerca, adesso ci mettono all’erta sulle distorsioni delle loro stesse strategie, invitandoci a “mantenere la scienza sana”. Qui gatta ci cova. O hanno cambiato interessi e devono, come solo loro sanno fare, riscrivere un pó la storia, cominciando a raccontarla con disinvoltura da una prospettiva sfacciatamente ipocrita. O la barca fa acqua, e bisogna metterci una pezza. In entrambi i casi, denunciano i loro stessi metodi facendo proprie le critiche che da anni gli fanno gli altri, e per di più mettendoci del moralismo. In entrambi i casi, una faccia tosta nel rigirare la frittata che solo si spiega con molto potere e poca vergogna. In entrambi i casi, viene voglia di mandarli a quel paese.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su maggio 24, 2013.

7 Risposte to “Le distorsioni”

  1. In relazione al problema dell´IF, stavo pensando ad una cosa che riguarda appunto la relazione tra giornali di impatto e campi multidisciplinari come l´archeologia cognitiva, che nel contempo sono peró molto piccoli. Sappiamo benissimo che l´IF produce dinamiche autoreferenziali tremende, per cui la gente guarda a quello, piú che alla effettiva qualitá e al contesto in cui il paper viene pubblicato. Ora, a guardare i journal specialistici per l´archeologia cognitiva, o almeno focalizzati in domini multidisciplinari delle scienze cognitive/antropologia, sembra che i giornali piú appropriati per pubblicazioni di questo tipo abbiano per ovvi motivi IF di medio valore. Quindi, che cosa fare, quando si ha un paper da sottomettere che si reputa di ottimo valore in archeologia cognitiva? Mandare a giornali specialistici come il Cambridge Archaeological Journal, che focalizzano l´attenzione di tutti coloro che lavorano nel tuo stesso campo, massimizzano le probabilitá di essere citati, ecc… ma hanno IF=1,… Oppure mandare il proprio paper ad un journal generico, ma con alto IF, rischiando cosí di finire fra un paper che parla della percezione del tempo negli infanti e uno che tratta di psicologia di massa nell´era di Facebook?

    Non so, c´é qualcosa che mi sfugge. A me sembra meglio un journal specialistico che uno importante ma generico. Anche perché se pubblichi sul journal specialistico, c´é ampia probabilitá che a referarti sia una persona competente nel tuo stesso campo e non un generico scienziato cognitivo che studia tutt´altro. Quindi il lavoro qualitativamente dovrebbe essere migliore. O no?

  2. E’ evidente che il problema IF è differente nei differenti campi, con problemi specifici in ogni settore … questo è un esempio abbastanza chiaro … E’ vero probabilmente che la gente in genere opta per l’opzione IF anche se la rivista non è adeguata.

    Evidentemente ci sono almeno due fattori opposti di cui bisogna tener conto. Da un lato siamo in epoca pdf: puoi pubblicare su una rivista più o meno importante o conosciuta, ma se ti cercano ti trovano uguale. Questo porterebbe a fregarsene della rivista. Ma d’altra parte ci sono le barriere culturali: anche se un pdf è un pdf, gli specialisti spesso continuano a non prestare attenzione a quello che si pubblica al di fuori del loro settore. Questo porta a dover prendere decisioni sul grado di specificità della rivista.

    Forse è anche per questi due fattori opposti che alla fine uno decide di abbandonarsi al dopaggio dell’IF: non sapendo quale scelta sia la più adeguata, opto per seguire l’impatto, che almeno mi da più medaglie sul curriculum, non si sa mai …

    Chiaramente questo vale per chi ci fa un discorso dietro. Ci sono molti altri che non si fanno nessuna domanda, e vanno solo a caccia del riconoscimento sociale … Ho il dubbio che questi “molti” possano in realtà essere “moltissimi”.

  3. Personalmente ho sempre trovato i referaggi decisamente superiori nelle riviste specialistiche che in quelle generali. Le riviste specialistiche sono interessate alla robustezza dei metodi e dei risultati mentre quelle generali al modo in cui vendi il prodotto; quindi se sei bravo nel gioco delle 3 carte passi facile anche con metodi frallocchi ed interpretazioni assurde. Meglio ancora se poi sei anche un barone della ricerca o lavori per le istituzioni ‘top’.
    Per quanto riguarda l’IF io ho firmato la San Francisco declaration
    http://am.ascb.org/dora/index.php/sign-the-declaration
    Magari fatelo anche voi, piu’ siamo meglio e’

  4. Una ulteriore cosa che non capisco é il fatto che l´IF é dipendente dal dominio di ricerca. Cosí lo stesso valore assoluto di IF puó pesare in maniera differente se considerato in due campi diversi, come ad esempio scienze cognitive e biologia molecolare. Solo non tutti hanno la percezione di questa variazione relativa, anche perché non so se esista realmente un criterio per rendersene conto. Inoltre non capisco benissimo nemmeno la questione IF e giornali specialistici vs generici. Cioé, mi sembra chiaro che un giornale che ospita contributi da 20 campi diversi possa aumentare notevolemente il numero delle citazioni (e cosí l´IF), rispetto ad un giornale che si specializza su un piccolo dominio costituito da 30 persone in tutto il mondo. Certamente il giornale specialistico puó produrre paper di qualitá maggiore rispetto al generico ed avere un importanza superiore nel proprio piccolo campo rispetto al journal generico. Eppure le dinamiche di calcolo di IF attuale sembrerebbero ignorare tutto ció…

  5. arrivo un po’ in ritardo….
    per l’IF, credo non vada buttato il bambino insieme all’acqua sporca (che Emiliano efficacemente descrive). In una realta’ incancrenita da tendenze “mafiose”, secondo cui e’ piu’ importamte a che gruppo appartieni rispetto a quello che fai, parametri come IF, indice H e quant’altro hanno permesso di far emergere e dare sostanza numerica al valore di ricercatori che altrimenti sarebbero state facilmenti penalizzati perché non sufficentemente “interni” al sistema. Ovviamente poi, almeno in Italia,c’e’ chi (e, ahimè, sono molti) li ha usati a ai fini delle logiche di potere, facendo un uso spregiudicato della numerologia: confrontando valori senza tenere conto della diversità tra discipline e/o del fattore di proprieta’, e/o dei finanziamenti ricevuti, ma soprattutto senza pensare che i lavori vanno anche letti e capiti per poterli valutare…

    Nella mia esperienza specifica, la rivista che con l’aiuto di Emiliano portiamo avanti (JASs), si e’ guadagnata un minimo di credibilità internazionale anche grazie all’IF conquistato e coltivato nel tempo, a cui siamo arrivati senza avere amici o amici degli amici, mentre altre riviste con dietro “omini de panza” non ce l’hanno fatta.

    Certo, tutto questo non sminuisce l’importanza di essere consapevoli dell’ipocrisia dei “soliti noti” …

  6. Totalmente d’accordo, e questo ci ricorda una cosa fondamentale: non bisogna giudicare uno strumento, ma il suo utilizzo. E’ utile e anche necessario dover sviluppare una metrica per poter quantificare l’attività di un ricercatore, di una istituzione, o di una rivista. Ma bisogna tenere gli occhi aperti, perché fatta la regola si trova l’inganno. Quando poi girano soldi e interessi (come quelli delle grandi accademie, delle industrie, o dei mass-media) si può star praticamente certi che qualcuno muoverà le carte come non si dovrebbe fare. Questo qualcuno in genere è proprio il mazziere, il ché rende le cose abbastanza difficili da controllare.

  7. […] inefficiente e corruttibile. La qualità della ricerca spesso non è strettamente correlata agli indici di valutazione e di riconoscimento professionale, e ancor meno all’attenzione mediatica e accademica. E il […]

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