Menti senza contenuto

GISRadicalizing enactivism, il nuovo libro di Daniel Hutto ed Erik Myin, é una delle cose piú radicali che io abbia mai letto nell´ambito delle scienze cognitive. Certamente non una facile lettura per i non addetti ai lavori, ma questo sembra essere giustificato dalla difficoltá per cosí dire epica della tesi che gli autori cercano di difendere. A differenza del libro di Tony Chemero, questa volta in pars destruens il testo si propone di minare le fondamenta del modello classico delle scienze cognitive (CIC), sostenendo che tale approccio sia afflitto da un problema insormontabile e cioé quello del contenuto.  Dal momento che covariazione non implica contenuto, il fatto che uno stato fisico nell´ambiente esterno covari con uno stato mentale non significa che tale stato abbia contenuto, dove per contenuto si intende l´esistenza di condizioni di verificabilitá dello stesso stato. Nei modelli classici si presuppone che l´informazione raccolta all´esterno funzioni come una sorta di simbolo che rappresenta una certa condizione nella realtá. Come queste rappresentazioni vengano formate a partire dall´informazione non é dato sapere. Ció che appare chiaro nel libro é che il passaggio da covariazione a contenuto richiede costi notevoli per i CICers, come ad esempio l´esistenza di entitá mentali come i qualia, che servono a dare contenuto alla percezione. Un conto che alla fine i sostenitori del CIC sembrano non poter pagare. Gli autori cosí argomentano che la percezione non debba essere pensata in forma di rappresentazioni mentali nella testa, ma che sia situata direttamente nel mondo esterno. Allo stesso modo, forme di controllo dell´azione avverrebbero senza manipolazione di rappresentazioni mentali, ma come parte di sistemi dinamici direttamente associati con l´ambiente. La mente é cosí dipinta come un controllore centrifugo di Watt e non come computer che manipola simboli: eccoci dunque alla tesi centrale dell´embodiment radicale (REC). In pars construens gli autori introducono cosí il concetto di mente basilare, priva cioé di rappresentazioni e contenuto, ma nel contempo capace di svolgere sofisticate attivitá cognitive. A questa mente, si associa poi negli esseri umani una ulteriore struttura mentale costituita dal linguaggio e culturalmente situata, capace dunque di acquisire rappresentazioni mentali e dare contenuto alla forma di base che ne é sprovvista grazie a questi nuovi strumenti. Ci troviamo ora con il problema del contenuto risolto, senza tuttavia necessitá di eliminare fenomeni cognitivi di sana pianta per salvarci, né, al contrario, con la necessitá di aggiungere entitá con alti costi metafisici (come i qualia) per giustificare il funzionamento di aspetti mentali come la percezione. Resta tuttavia il problema della “zona grigia”, e cioé la spiegazione dei fenomeni cognitivi che si trovano compresi tra il linguaggio e le dinamiche basilari di azione e percezione. Ad esempio, REC dovrebbe spiegare quelle forme di ragionamento non linguistico di cui antropomorfe o infanti prelinguistici sono capaci, senza tuttavia far riferimento a rappresentazioni mentali e contenuto, né, ovviamente, al linguaggio. Chiaramente il problema si complica quando il record archeologico mostra l´esistenza di artefatti litici asssociati a specie di ominidi che molto plausibilmente erano sprovvisti di abilitá linguistiche, ma apparentemente capaci di programmare piani comportamentali a lungo termine. Una sfida notevole per i nostri RECers preferiti. Ma diamo loro fiducia.

D Garofoli

~ di D Garofoli su aprile 30, 2013.

12 Risposte to “Menti senza contenuto”

  1. Non sono uno scientologo ma conosco perfettamente Dianetics, se invece di arrampicarsi sugli specchi a spese dei contribuenti, i “cosiddetti scienziati” leggessero il libro fondamentale che cosa una decina di euro, Dianetics, la forza del pensiero sul corpo, avrebbero un punto di partenza molto più “onesto” da cui partire.
    Cominciare le costruzioni del pensiero su solidi mattoni, invece che su saponine teorie, risparmierebbe loro un sacco di brutte figure.
    Perché vedano, la verità, viene sempre a galla, prima o poi.

    Ringrazio anticipatamente per i dotti improperi o per la “liquidatura” in quanto “ignorante”.
    Ma io ho studiato a fondo l’argomento e non ho trovato risposte migliori, al contrario… ogni tanto (e senza vergogna) qualcuno riattinge raffazzonatamene, dalle teorie di Hubbard, mascherandole e riproponendole male, ben 50 anni dopo, il che è veramente vergognoso, soprattutto quando si finge di ignorare le fonti.
    Ciao.

  2. Ho finito abbastanza recentemente il libro Perché non siamo il nostro cervello, di Alva Noe, ed avevo intenzione di trascrivere sul mio blog uno degli ultimi capitoli, in cui critica proprio la teoria computazionale.
    Appena ho qualche ora libera, mi metto di buona volontà a fare da ocr umano, e trascrivo tutto.🙂

    Quanto all’osservazione sul linguaggio, la prima cosa che, intuitivamente, mi verrebbe da fare, è di chiarire se non si può considerare come sostituto del linguaggio anche la manipolazione dell’ambiente. Se invece di usare principalmente il comodo strumento della memoria (che è sempre disponibile ed accessibile, quindi considerandolo dal punto di vista della teoria della mente estesa, che è implicita nell’anattivismo, lo si può trattare alla stregua di un qualsiasi altro strumento che tradizionalmente collocheremmo all’esterno), usassimo l’azione verso oggetti edesseri viventi modificandone la disposizione ed il comportamento, come conseguenza avremmo un feedback che modificherebbe a sua volta il nostro comportamento. Non è necessario che sia un processo cosciente, anzi, in questo caso penserei che è più probabile che non lo sia, ma mi chiedo se, comunque, in questo modo, non otterremmo risultati simili a quelli che ottiemiano quando usiamo memoria e linguaggio (chiamando questo processo “ragionamento”). Non sono molto bravo a spiegarmi…
    L’idea può essere azzardata, perché si potrebbe rischiare di considerare fenomeni come l’evoluzione naturale e l’adattamento all’ambiente, degli analoghi del ragionamento.
    Tuttavia, potrebbe essere coerente con l’idea dell’enattivismo, di cervello come “semplice” coordinatore e regolatore delle percezioni e di mente come risultato dell’interazione con il mondo.

  3. Ciao Masque, grazie per il commento.

    Data la difficoltá dei concetti in ballo, spiegarsi bene non é cosa facile nemmeno per chi fa questo tutto il giorno. Visto che ne abbiamo la possibilitá, cerchiamo di capirci bene.

    Quello che mi sembra il punto cruciale del tuo commento é la possibilitá che fenomeni di ragionamento possano essere spiegati mediante sistemi dinamici di azione e percezione che in sostanza sostituiscono il ragionamento linguistico. Se questo é realmente il punto, non ho capito, in base a quanto scrivi, come dovrebbe avvenire la sostituzione. Cioé come la manipolazione dell´ambiente di fatto rimpiazzi il ragionamento linguistico (es: se X, allora Y). Cioé intendevi dire che l´esposizione ambientale a lungo termine crea una serie di regole di azione che simulano il ragionamento “se->allora”, senza che questo necessiti di essere pensato in termini di proposizioni?

    Fammi sapere.

    PS: Secondo mei qualunque approccio eliminativista presenta un problema comune. Se per far sparire un problema correlato alla spiegazione di un fenomeno io elimino il fenomeno stesso, a mio modo di vedere il risultato é assurdo. Ad esempio per spiegare l´esperienza fenomenica del rosso senza il “quale” rosso, io devo eliminare il quale. Non posso eliminare il rosso. Quindi qui si tratta di spiegare forme di ragionamento senza linguaggio e senza rappresentazioni. Non posso eliminare il ragionamento sostituendolo a cose diverse che consentono di raggiungere un risultato simile.

  4. Esatto. Hai scritto meglio di me quello che intendevo dire. Comunque, devo ragionarci (eh!) un po’, specialmente sul PS🙂

  5. […] Questo articolo ed il precedente si inseriscono nel discorso iniziato sul post Menti senza contenuto del blog Neuro@antropologia. […]

  6. Ci ho riflettuto un po’ (mentre passavo la giornata trascrivendo testi :D).

    Si potrebbe provare a difendere l’ipotesi radicale equiparando il ragionamento ad altre forme di adattamento ed interazione con l’ambiente. Cosa rende “speciale” il ragionamento rispetto al sedimentarsi di azioni abitudinarie? Se la penso dal punto di vista funzionalistico, potrei dire che molte pratiche che consideriamo risultato di ragionamento, possono trasformarsi in abitudini per poi venir svolte con la stessa efficacia (anzi, spesso maggiore) di prima. Parlare una lingua, guidare un veicolo, fare un qualsiasi gioco di abilita’, dagli scacchi ad un videogioco d’azione.
    Ma mi e’ necessario fare una rappresentazione mentale di cio’ che avviene all’interno dell’automobile quando cambio marcia, per poter imparare a fa re la manovra corretta? Se un animale imparasse a fare le stesse azioni, dovrei dedurre che anch’esso ha delle rappresentazioni mentali, oppure che le rappresentazioni mentali non sono necessarie?
    Il bambino che sta imparando a parlare, non ha alcuna istruzione precedente. Impara per imitazione (grazie al funzionamento “a specchio” di alcuni neuroni, che legano “l’osservazione” all’azione) e, con la continua interazione le prove e l’esperienza, riesce a produrre un linguaggio che soddisfi abbastanza bene le regole grammaticali, senza che nessuno gliele abbia insegnate esplicitamente. Tu supponi che quello che accade in questo processo, la zona grigia, debba comprendere comunque qualche forma di rappresentazione mentale. Sarebbe interessante riuscire ad avere delle dimostrazioni che tutto cio’ e’ possibile anche senza rappresentazioni, nonostante ci sembri davvero cosi’ intuitivamente che esse ci siano. Ma d’altronde quando guardiamo degli oggetti, un paesaggio o altro, ci sembra come se quello che viene catturato dai nostri occhi venga proiettato all’interno del cervello, come se fosse la tela di un cinema, anche se sappiamo che in realta’ non funziona cosi’.

  7. Aggiungo un’altra cosa. Per l’enattivismo, l’animale non e’ mai isolato dal mondo, ma vi e’ costantemente calato, ed il mondo e’ a sua disposizione in ogni momento. Riprodurre un pezzo di mondo al proprio interno diventerebbe necessario se fossimo a contatto col mondo solo discretamente.
    Anche la memoria non riproduce pezzi di mondo, ma l’elaborato del mondo che e’ passato attraverso la percezione. Quando la utilizziamo, interagiamo con l’elaborato, non con la riproduzione di un pezzo di mondo. In questo senso, cio’ che abbiamo non e’ una vera a propria rappresentazione.
    Inoltre, cio’ che rende “speciale” la memoria non e’ il fatto che sia interna, ma l’essere sempre a disposizione. Da questo punto di vista, avere la memoria sempre a disposizione e’ speciale come avere due mani sempre collegate al proprio corpo.

  8. Rispondo ora al tuo primo commento.

    a) Trasformazione in abitudini: Un CIC-er pignolo potrebbe sottolineare che l´uso che tu fai della parola “trasformazione” giá é sintomo dell´instabilitá della REC. L´esperienza e l´interazione a lungo termine con una pratica potrebbero infatti servire semplicemente a rimpiazzare pratiche che inizialmente sono apprese e gestite mediante l´uso di rappresentazioni mentali. Quindi in questo senso il sistema dinamico é secondario all´uso di rappresentazioni e diventa solo un sistema che insorge quando é necessario fare economia cognitiva.

    b) Zona grigia: occhio che io non sto dicendo che la zona grigia richiede necessariamente rappresentazioni, ma che REC dovrebbe convincermi del contrario. Ad oggi purtroppo il problema resta solo accennato dai RECers, mentre io credo sia realmente l´aspetto piú cruciale.

    c) Esempio di problema della zona grigia da chiarire: Uno scimpanzé riesce ad apprendere abbastanza facilmente una regola di identitá, cioé capisce che la scelta di due oggetti identici o diversi gli consente di ottenere una ricompensa a prescindere dalle speficiche caratteristiche fisiche dell´oggetto. Quindi lo scimpanzé impara a ragionare in termini di X=X. Dopo di che lo scimpanzé riesce anche ad acquisire la regola che AA é analogo a BB, ma non a CD. Ora il punto é il seguente: che cosa significa in termini di REC il fatto che lo scimpanzé impari a giudicare le relazioni tra relazioni? Cioé, fondamentalmente, che cos´é la relazione UGUALE in un essere senza linguaggio che dovrebbe avere una mente base? CIC lo potrebbe spiegare tranquillamente dicendo che é la regola di estrazione di invarianti che viene rappresentata nella mente dell´antropomorfa.

    Dopo ti rispondo sul resto.

  9. a) e’ la stessa cosa che pensavo mentre lo stavo scrivendo. infatti mi aspettavo che venisse notato.

    b) nemmeno io ho trovato ancora delle spiegazioni esplicite riguardo a questo. il massimo dell’esplicito che sono riuscito a trovare, sono quei pezzi di Alva Noe che ho postato. ho pensato che fosse perche’ la non necessita’ delle rappresentazioni e’ una conseguenza implicita dell’enattivismo (anzi, probabilmente dei sistemi complessi in se’) e che quindi viene data per scontata.
    con questi commenti, sto cercando di capire quale potrebbe essere questo passaggio implicito.

    c) il problema mi sembra simile a quello del bambino che impara un linguaggio partendo da zero. sto pensando ad un’altra analogia. in una rete neurale io fornisco il feedback necessario per far ottenere il risultato desiderato. alcuni collegamenti vengono rinforzati, aumenta il loro “peso”, ad altri accade il contrario. il risultato, dopo varie iterazioni, e’ che la rete mi restituisce il risultato che desidero. poniamo il caso di una rete che dovrebbe riconoscere il carattere ‘A’: potremmo pensare che al suo interno si e’ formata una rappresentazione del carattere ‘A’, ma sappiamo che non e’ cosi’, anche se ci viene intuitivo pensarlo (in modo simile a quello che avevo scritto sulla vista).
    questo e’ un caso semplice, ma lo stesso ragionamento lo si potrebbe portare anche su problemi piu’ complessi.

  10. Sul tuo commento delle 8.49:

    L´idea di memoria che tu prendi in considerazione, a mio modo di vedere, é la chiave d´accesso della REC alla zona grigia (quindi good job!). Potresti indicare il capitolo del libro dove Noe (o chi per lui) descrive queste forme di memoria come non-rappresentazionali per favore? Resta sempre da capire ad esempio che cosa significhi ragionare con memorie che in realtá non sono rappresentazioni mentali.

    Note sull´enattivismo: dopo la lettura del suddetto libro ho capito varie cose molto importanti. Primo, solo REC é una tesi realmente anti-rappresentazionalista. Le altre forme di enattivismo sembrerebbero a prima vista concedere sempre qualcosa al cosiddetto embodiment classico (CEC). Paradossalmente, sembrerebbe che persino l´approccio di Alva Noe in qualche modo non elimini le rappresentazioni (se vuoi ti dico il perché con piú calma). Ecco perché il libro si chiama Radicalizing enactivism.
    Secondo, quando tu parli di mente estesa implicita nell´enattivismo, in realtá stai alludendo ad un´idea stile-CEC. Questo perché CEC e REC sono modelli antagonisti. CEC implica l´esistenza di rappresentazioni ibride, minime, concetti e memorie che sono simulazioni sensorimotorie, ecc… REC nega l´esistenza di rappresentazioni in menti basilari. Questo secondo me implica che con CEC hai sempre dei substrati rappresentazionali, sebbene diversi da quelli della CIC, su cui lavorare quando devi spiegare il ragionamento, ad esempio. (Ps: scusa per gli acronimi vari).

    Su (c): ci devo ragionare. Ora come ora sul rapporto tra reti neurali e rappresentazioni non ti posso dire nulla di preciso. Un mio amico professore di scienze cognitive sostiene che i modelli connessionisti sono ottimi per compiti cognitivi semplici, ma hanno problemi quando devono lavorare con cose di livello elevato. Inoltre avevo letto da qualche parte che in effetti la struttura della rete stessa dopo il training potrebbe contare da rappresentazione. Questo peró mi fa pensare che allora anche la posizione dei bracci nel governatore di Watt dovrebbe contare come rappresentazione dello stato del sistema (valvola chiusa o aperta). Solo che questo tipo di rappresentazione non ha alcun ruolo causale, nel senso che non é questa informazione (stato dei bracci) ad essere passata ad un esecutore che agisce sulla base di essa per regolare l´azione. L´informazione sembra cioé correlare semplicemente con lo stato del sistema e non esserne parte causale.

  11. Dopo che ne avevamo gia’ parlato in occasione di un altro tuo articolo, speravo che ad un certo punto il libro di Noe trattasse questo argomento, ma purtroppo non parla esplicitamente di memoria ne’ di rappresentazioni…
    Quella che ho scritto e’ un’idea che mi sono fatto cercando di dedurla da cio’ che scrive piu’ esplicitamente riguardo ad altri argomenti. Ad esempio, quando parla della visione, o dei dispositivi di sostituzione sensoriale (come l’apparecchio di Bach-y-Rita). Ho cercato di usare, con la memoria, lo stesso approccio che gli ho visto usare altrove.

    Sul resto, mi prendi alla sprovvista, perche’ non sapevo di una distinzione fra embodiment classico e radicale. Credevo che fosse sempre radicale… Quindi, non so proprio dov’e’ Noe.
    Una cosa che ho notato, a sostegno di quello che dici, e’ che nella lettura, il linguaggio faceva talvolta immaginare che una qualche sorta di rappresentazione fosse data per scontata. Non quanto per il significato di cio’ che veniva scritto, quando per il modo in cui era espresso. Avevo comunque accantonato questa impressione pensando che potesse essere perche’ la teoria che sostiene e’ abbastanza controintuitiva ed e’ difficile da esprimere con un linguaggio che si e’ sviluppato in una cultura che da per scontato cio’ che questa teoria mette in discussione. (Oppure a causa della traduzione).

    Comunque, stavo pensando di cercare di contattare la mia ex insegnante di filosofia della mente, che era stata la prima persona da cui avevo, ormai quasi otto anni fa, sentito parlare di enattivismo, per chiederle cosa ne pensa.

  12. Sempre a tema, potrebbe interessarti anche questo: https://some1elsenotme.wordpress.com/2013/05/05/i-significati-non-esistono/

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