In-co-scienza

Please do not scienceLa teoria: la scienza deve essere libera, indipendente, e finalizzata alla conoscenza e al progresso culturale. Ecco lo stato attuale, al principio del ventunesimo secolo, nella società occidentale:

1. Le università non cercano studenti ma clienti. I Dipartimenti incassano quattrini proporzionalmente al numero di studenti, e spesso anche gli stessi docenti sono pagati in base al numero di iscritti al loro corso. Lo studente decide direttamente o indirettamente i contenuti e la forma dell’insegnamento. Lo studente deve sentirsi a suo agio, perché è il cliente che paga. Lo studente deve sentirsi soddisfatto, qualunque sia il suo obiettivo, qualunque sia la sua unità di misura, e le sue capacità di considerazione. Lo studente giudica il docente, e non il contrario. E il pollice verso non è buon segno.

2. Le istituzioni sono interessate soprattutto ad una specifica ricerca: quella dei fondi. Il risultato scientifico è generalmente secondario. L’importante è far entrare fondi, per poter mettere in cassa le percentuali di gestione. Le ricerche a basso costo non interessano, quelle a costo zero sono praticamente proibite. La ricerca è valutata soprattutto in funzione dei suoi costi, e se non costa nulla non ha valore, almeno agli occhi dei gestori e del sistema di valutazione istituzionale. Il valore del ricercatore è proporzionale ai fondi apportati e consumati, e solo secondariamente ai risultati ottenuti con quei fondi. In una sorta di capitalismo scientifico, quando più si spende quanto più (almeno in teoria)  si guadagna. Il sistema amministrativo ha generato questo processo di marketing della scienza, ma i ricercatori lo hanno avallato, accettando di trasformarsi in manager.

3. Le riviste, invece di pagare l’autore, lo fanno pagare. E’ un raro caso in cui il lavoratore paga per il suo lavoro. Anche in questo caso, l’autore non è più autore ma cliente. L’autore paga la pubblicazione del suo articolo, ovvero compra l’accettazione del suo lavoro. Se il lavoro non viene accettato e pubblicato, il cliente non paga. Il cliente deve avere sempre ragione. I costi di gestione on-line sono estremamente bassi, e stanno fiorendo dal nulla centinaia di riviste “scientifiche” che per qualche dollaro in più pubblicano qualsiasi cosa. Le poche riviste di prestigio sono in mano ai soliti noti, cerchie editoriali accademiche che filtrano gli accessi al giro in base alle geopolitiche di sempre, adesso ulteriormente ampliate su scala internazionale.

4. I mass-media sono a caccia di scoop, non di contenuti. L’informazione viaggia veloce e distratta. I contenuti tecnici e approfonditi, ampiamente ammessi e permessi in campi come l’economia o la giurisprudenza (il latinorum di Don Abbondio …), sono banditi dalla divulgazione scientifica, che invece deve essere superficiale e sensazionalistica per potersi vendere ad un pubblico sempre più annoiato e con una capacità di attenzione minima. Quando la comunicazione scientifica non segue il filone sensazionalista, vuol dire allora che segue quello di promozione istituzionale, finalizzato (su richiesta diretta o indiretta) ad avallare o a rimproverare qualche investimento non andato come si sperava.

5. I settori teorici della scienza, non dovendo necessariamente presentare un prodotto finito alla società, considerando tutti i punti precedenti sono abbandonati ad una deriva generalizzata e incontrollabile, in pieno saccheggio culturale, scoordinato e improvvisato, a caccia selvaggia di clienti e di notizie lampo. I settori applicati sono strettamente vincolati a multinazionali e imprese di servizi. La recente crisi economica crea una giustificazione sfacciata per i progetti di marketing scientifico, e gli amministratori si sentono adesso ampiamente autorizzati a forgiare la ricerca su basi economicamente produttive. Chi si oppone a questo processo viene isolato.

Devo necessariamente concludere con una nota sull’interpretazione di questi commenti. Tutto questo non vuole essere ovviamente un attacco o una critica alla scienza o alla ricerca. Semmai, ai ricercatori e alle istituzioni coinvolte. Sono un ricercatore, e credo fermamente nella ricerca e nel metodo scientifico. Lo scopo di queste critiche non è quello di screditare la ricerca, ma di denunciare una serie di processi che la stanno degradando. Proprio perché credo così tanto nella ricerca e nella scienza, penso che sia necessario non negare le evidenze, ma al contrario raccontare a chi sta fuori quelle corruzioni che la stanno contaminando da dentro. Spesso si evita di attaccare la propria comunità, per comodità o per interessi personali. Ma far finta di non vedere le crepe immense che si stanno creando, o addirittura negare la loro esistenza, vuol dire solo contribuire al processo di degrado, aspettando silenziosi e consapevoli il crollo.

Buonanotte, e buona fortuna.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su aprile 4, 2013.

6 Risposte to “In-co-scienza”

  1. Dopo aver trattato diverse volte questi temi, vi rimando ad alcuni post precedenti …

    Il mercato della scienza

    Carriera e lavoro

    Scienza aperta

    Scienza occulta

    Chi revisiona il revisore

    Il metodo, o la sua assenza

    Autori e clienti

  2. Sono anch’io un ricercatore e concordo pienamente con Emiliano. Purtroppo questa e’ la cruda realta’. Ho lavorato per un anno in Svizzera e 3 anni in Gran Bretagna, e devo dire che le universita’ di questi paesi (come di tanti altri) hanno sposato pienamente questo nuovo modo di fare scienza…. che mi piace chiamare business science…. In Gran Bretagna, in particolare, i ricercatori vengono valutati per quanti finanziamenti ottengono piuttosto che per il prodotto scientifico. Ho conosciuto colleghi che nonostante curriculum notevoli sono andati a casa o quasi perche’ portavano avanti ricerche che richiedevano pochi soldi. Le interview per posti di lavoro nei centri di ricerca si focalizzano ferocemente sulle qualita’ del candidato di ottenere grant…. insomma se sei bravo a vendere prendi il posto…. tutto veramente molto triste… Concludo suggerendo questa lettura http://www.georgealozano.com/papers/mine/Lozano2010-IPD.pdf
    dove viene proposto di valutare l’impatto della ricerca per dollaro speso.

  3. Un ulteriore commento sulla “Graticola”:
    http://lagraticoladisanlorenzo.wordpress.com/2013/04/05/innovo-ergo-sum/

    I tecnicismi amministrativi sulle definizioni sono cosa sottile, il vero strumento di depredazione a norma iso. E il chiarimento del primo ministro finlandese chiaro e diretto. Un messaggio completo. Un ordine.

  4. Io al contrario, pur riconoscendo i problemi descritti nel post, sono in disaccordo con la tesi proposta. Credo ci siano aspetti profondi che se presi in considerazione ridefiniscono completamente il problema. La premessa del post piú che una teoria é un´utopia. La scienza puó essere libera, indipendente, ecc… laddove le risorse umane sono infinite. Dal momento che non lo sono, ecco che la scienza é vincolata alle fonti di risorse. Questa é la teoria, o almeno io la penso cosí.

    Ora, qual é la logica grazie alla quale il ricercatore ottiene risorse?

    a) É una logica di efficienza basata su domanda-offerta. Il ricercatore tira fuori un prodotto efficiente e dunque incrementa la qualitá della vita degli usufruitori. Convince cosí le persone ad investire il frutto del proprio lavoro su ció che riconoscono come utile. Cioé, qualcuno sceglie di diventare cliente quando qualcun altro offre un servizio efficiente.

    b) É una logica centralista, per cui un gruppo di persone al potere, dopo aver definito ció che é cultura, progresso, conoscenza, ecc… costringono il popolo a lavorare per tutto ció, finanziando ció che loro ritengono utile per l´umanitá, non si sa in base a quale criterio.

    Posto che (b) mi spaventa, il punto é che la ricerca di base produce benefici lenti ed indiretti e si sposa molto male con (a). Ad una offerta smisurata di ricercatori/ricerche di base che il sistema ha prodotto, segue una domanda molto limitata del servizio offerto. Peró, piuttosto che attaccare la logica dell´impresa, che per quanto brutta e cattiva, é l´unica che funziona realmente, bisognerebbe cercare di correggere i problemi che essa presenta, quando applicati alla ricerca di base. Ad esempio, si potrebbe discutere di come superare la disconnessione oggi presente tra ricerca di base e ricerca applicata.

    Oggi, il sistema esistente é un ibrido tra (a) e (b). É un sistema che mantiene con la forza un meccanismo che nulla ha a che vedere con la logica che ha il progettista di motori e forse anche l´ortolano. Mantiene cioé in piedi servizi non richiesti attorno ai quali si crea poi tutto un meccanismo di impresa parallela, che naturalmente esula da qualunque logica di efficienza.

    Credo sia necessario distinguere tra questi due casi, piuttosto che prendersela con l´impresa in termini generici.

  5. Devo dire che tra logiche centraliste e ortolani non seguo molto il filo del discorso … Ma credo che non si centri un punto fondamentale della questione. Bene e giusto (nonché ovvio) che si debba far ricerca in funzione delle risorse. Questo vuol dire che le mie scoperte non devono produrre più spesa di quella che si può sostenere. Ma il punto della questione qui è che la situazione è andata ben oltre: la ricerca deve fruttare denaro, altrimenti non interessa.

    Immaginiamo due ricercatori. Entrambi pubblicano una ricerca sensazionale e utilissima su una rivista di primo piano. Il primo ha ottenuto risultati senza spendere un soldo. Il secondo si è giocato invece decine di migliaia di euro per arrivare a un risultato simile. In teoria, il primo è più sveglio del secondo. Il pratica, il primo (lo sveglio, che è arrivato al risultato senza spendere risorse) viene licenziato perché non ha fatto circolare denaro nelle casse dell’impresa. Il secondo (quello che ha speso tanto) ha successo, perché ha fatto guadagnare alla sua “impresa” le percentuali sui costi.

    La tua critica funziona se uno stesse difendendo l’appozzo incondizionato dei fondi da parte della ricerca. Ma non di questo si tratta. Il problema è che ormai si è affermata una ricerca che ha come obiettivo solo il circolo del denaro. Come detto, una ricerca ottima ma a spese zero è osteggiata e proibita dalle istituzioni, sia quello che sia il suo risultato. Se produci senza spendere non sei impiegato gradito. L’ “impresa”, contrariamente a quello che dici tu, non garantisce i costi, ma semmai li moltiplica, perché si basa sullo sfruttamento delle risorse esistenti, e non sulla loro ottimizzazione.

    Di fatto, ormai per un ricercatore ci sono dieci amministratori che ne “gestiscono” le risorse. I progetti sono labirinti amministrativi, e la maggior parte del tempo di un progetto se ne va per amministrare le carte, gestire firme, contratti, rendiconti, accordi, scadenze, permessi, convenzioni, e così via … Quel poco che resta si fa un pó di ricerca, ma a quel punto è soddisfazione tua personale, perché l’ “impresa” ha già avuto il suo tornaconto.

    Impossibile difendere un sistema come questo.

  6. Suggerisco questa ulteriore lettura:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/02/vuoi-essere-ricercatore-di-successo-fatti-tanti-amici-su-facebook/580650/

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