Prospettive neandertaliane

Brain and Orbit (EBruner)La paleoneurologia cerca di interpretare l’evoluzione cerebrale in funzione delle geometrie che nascono dalla relazione tra cranio e encefalo. C’è però anche un’altra opzione, che apre a nuove possibilità di ricerca. Eiluned Pearce e colleghi trovano una correlazione molto forte nei primati tra dimensione dell’orbita e dimensione della corteccia visiva. Fatte le debite alchimie morfometriche, stimano la proporzione di corteccia visiva nei Neandertaliani, con risultati piuttosto consistenti e senza troppe pennellate innecessarie. Ebbene, sembrerebbe che lo spazio dedicato alla visione in questo gruppo estinto fosse maggiore che nell’uomo moderno, che invece ha fatto la scelta opposta: ampliare le aree parietali a scapito di quelle occipitali. Da un lato quindi c’è il risultato evolutivo, che propone una differente organizzazione cerebrale tra uomini moderni e neandertaliani. In questo caso è bene ricordare che linee filetiche indipendenti possono attraversare percorsi di cambio differenti, potenziando o al contrario depotenziando distinte capacità cognitive in funzione delle possibilità e delle necessità comportamentali. In secondo luogo c’è la proposta metodologica: stimare inferenze su componenti neurali impossibili da valutare in termini di anatomia endocraniale, ma tradite da una forte correlazione con altri elementi non-neurali. Nel caso specifico due cautele sono necessarie. Primo, la cabala metrica per cercare di contenere tutti i fattori è dovuta, ma rappresenta un rischio per le numerose assunzioni e inferenze che necessita. Secondo, sappiamo che nelle forme moderne e in quelle neandertaliane le orbite finiscono proprio sotto le aree prefrontali, con vincoli conseguenti che magari rendono modelli di correlazione con altre specie non troppo sicuri. Lo studio è elegante e bilanciato, la proposta metodologica è abbastanza illuminante, e i risultati si sposano bene con le informazioni che si stanno poco a poco immagazzinando su questi argomenti. Come valore aggiunto, gli autori usano queste stime sulle proporzioni cerebrali anche per inferenze cognitive, riferendosi per esempio alle correlazioni tra encefalizzazione e dimensione dei gruppi sociali.

L’articolo sta già facendo dibattere gridando allerte sulla “paleo-frenologia”. Evidentemente non di questo si tratta. Una correlazione è una correlazione. Sebbene si possa entrare in dettaglio nell’analisi e nella discussione dei metodi e delle assunzioni, bisogna però riconoscere che il dato resta: la teoria può o non può spiegare la correlazione, ma se la correlazione c’è il risultato dell’inferenza è interessante, e non sembra saggio scartarlo a priori. E’ strano come ipotesi lineari e superficiali passino spesso il filtro della critica e dell’accettazione, mentre ipotesi complesse siano sottoposte al vaglio millimetrico e spietato della controversia. Uno studio come questo genera diffidenza, in una società che invece accetta inferenze su capacità cognitive basate su una sola molecola o su singolo gene …

Un commento sul National Geographic.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su marzo 14, 2013.

2 Risposte to “Prospettive neandertaliane”

  1. Dopo alcune settimane dalla pubblicazione di questo articolo di Pearce e colleghi, di tutta la mambassa mediatica circola ancora nella rete soprattutto una fonte:

    http://www.bbc.co.uk/news/science-environment-21759233

    La BBC (eminenza mondiale della comunicazione), riduce un lavoro di questa complessità teorica e analitica a un semplice “I Neandertaliani si sono estinti perché avevano gli occhi grandi”. E, evidentemente, quelli che hanno letto questa notizia (o addirittura solo il suo titolo) sono molto di più di quelli che hanno letto l’articolo originale.

    (per chi non avesse letto l’articolo, specifico che il lavoro non ha nulla a che vedere con la sparata del titolo della BBC, e nessuno ha proposto che i Neandertaliani si siano estinti per avere gli occhi grandi)

    La mala informazione è il peggior danno per la ricerca e per la conoscenza. La mala informazione crea miti e barriere, e isola la scienza. Quando poi viene da colossi della divulgazione come questo, a nome di uno che ha la responsabilità di “corrispondente scientifico”, la sentenza dovrebbe essere chiara. Se la calunnia, la diffamazione, l’abuso di posizione dominante, si applicano in altri settori della società, perché invece il giornalismo scientifico non deve minimamente attenersi alle regole di correttezza e professionalità di altri settori analoghi?

    La frequente mancanza di professionalità nel giornalismo e nella divulgazione crea un danno irreparabile alla scienza, e bisognerebbe non lasciar correre.

  2. gli esseri umani sono abbastanza limitati e per questo hanno bisogno di messaggi semplici che si traducono in messaggi ‘falsi’ se riferiti a scoperte scientifiche. La mala informazione nasce sia da questo che dall’incapacita’ giornalistica di comprendere il significato vero di un dato scientifico….

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