Fuoco cognitivo

Daniel Everett é certamente una figura discussa. Vuoi perché con le sue ricerche sui Piraha ha avuto il coraggio di mettere in discussione intere scuole di pensiero, vuoi perché il riduzionismo in ambito scientifico é realmente una brutta bestia e critiche provenienti da campi come l´etnografia, senza dubbio piú umanistici, suonano sempre come provocazioni per chi mantiene una logica scientista. Veniamo dunque a parlare di Language, the cultural tool, l´ultima fatica everettiana. Nel libro, l´autore riassume le evidenze etnografiche raccolte in anni di convivenza con varie popolazioni di indigeni amazzonici e le inquadra in un generale argomento teorico, che definisce la sua alternativa al nativismo psicologico. Secondo questa scuola di pensiero, infatti, il linguaggio si configura come una proprietá innata della mente umana, scolpita dall´evoluzione a colpi di adattamento, che viene acquisita dai bambini mediante processi dominio-specifici codificati a priori nel sistema nervoso. Tali processi vanno a costituire dunque un modulo cognitivo presente alla nascita e consentono di elaborare uno stimolo, quello linguistico, in sé troppo povero per essere appreso induttivamente. La velocitá di apprendimento linguistico nei bambini e l´universalitá di alcune proprietá di base del linguaggio (Grammatica Universale, ad esempio) vanno a costituire il supporto per questo argomento.
Il contro-argomento di Everett é lineare, ma non banale. L´autore parte dalle osservazioni sui Piraha di cui giá si é discusso su questo blog e sostiene che in tale popolazione esista una differenza linguistica notevole rispetto alla realtá di lingue come il portoghese o l´inglese, che sarebbe sostenuta da vincoli di natura culturale. Nello specifico, l´essere situati in una realtá culturale diversa, il guardare a problemi di natura differente, l´occupare una “nicchia cognitiva” alternativa producono effetti profondi sulla struttura del linguaggio. Quest´ultimo va dunque considerato alla stregua del fuoco, cioé uno strumento di invenzione umana, il cui utilizzo varia, cosí come la forma del linguaggio, in base alla funzione che esso deve ricoprire in una particolare cultura. Se le cose stanno cosí, dunque, ed il linguaggio é realmente un artefatto culturale, forse non é piú necessario postulare la presenza di una innovazione biologica specifica nel sistema nervoso che sia stata responsabile dell´origine del linguaggio. Se le cose stanno cosí, ancora, un meccanismo cognitivo dominio-specifico non é piú necessario, mentre un meccanismo generale che processa la realtá in maniera statistica potrebbe essere sufficiente all´acquisizione il linguaggio. Se le cose stanno cosí, forse abbiamo interpretato l´universalitá del linguaggio in maniera sbagliata per decenni, scambiando quella che potrebbe essere una gigantesca correlazione (abbiamo di fronte gli stessi problemi da risolvere e inventiamo le stesse soluzioni), con un meccanismo causale innato che livella le differenze in partenza. Da tutto ció emerge dunque una prospettiva piú che plausibile, che trova terreno fertile nella tradizione vygotskyana, ma che, soprattutto, potrebbe incarnare il fulcro di una nuova agenda di ricerca che mira a comprendere come cultura, linguaggio e cognizione interagiscano tra loro.

D Garofoli

~ di D Garofoli su luglio 9, 2012.

3 Risposte to “Fuoco cognitivo”

  1. L’argomento è un classico della storia della psicologia e delle neuroscienze. Il linguaggio evidentemente ci contraddistingue in maniera clamorosa dalle altre specie per cui rinforza la “percezione teorica” che sia il fattore decisivo a renderci unici.
    Io protenderei per l’ipotesi del linguaggio come artefatto culturale data l’intensa influenza della storia della nicchia familiare, sociale, etnica e geografica entro il quale prende forma. Tuttavia non posso fare a meno di pensare che ci sono precisi moduli cognitivi correlati perentoriamente alla elaborazione del linguaggio e alla sua produzione (aree di Broca e di Werniicke).

    Insomma si tratta si uno di quei giochi prospettici tipici della capacità di concettualizzazione del mondo da parte dell’uomo. Il modo in cui costruiamo e organizziamo la conoscenza penso che sia profondamente radicato in precise “gestalt” mentali di natura metaforica e quindi, secondo Lakoff, vincolate dalla nostra fisicità. In sostanza cerchiamo di spiegarci un fenomeno partendo dalla causa per finire in un effetto e in questo schema a yo-yo l’effetto può trasfigurarsi nella causa. Chi determina chi: il linguaggio verso la cultura o la cultura verso il linguaggio?

    La scorciatoia di ridurre la questione in un modulo cognitivo a mio parere non risolve tutto, perché un modulo è un dominio descrittivo dell’osservatore che ha l’ambizione di costruire una conoscenza lineare e prevedibile. Mappare il cervello è utile nella storia della scienza, ma scoraggiante nelle sue manifestazioni frenologiche più becere. Però operativamente parlando funziona, c’è e bisogna prenderne atto.

    Come pure, a mio parere (ne abbiamo parlato via skype), c’è pure la possibilità che un esteso fenotipo esterno (la cultura) sia in grado di selezionare quelle particolari strutture genomiche che danno istruzioni per lo sviluppo del linguaggio.
    Ipotesi arrischiata, ma affascinante.

  2. “Tuttavia non posso fare a meno di pensare che ci sono precisi moduli cognitivi correlati perentoriamente alla elaborazione del linguaggio e alla sua produzione (aree di Broca e di Werniicke).”

    Ciao Carmelo e grazie per il commento. Everett prende in considerazione l´argomento, ma a parte il discutere la non-specificitá dell´area di Broca nel processare il linguaggio (fa anche altro), non chiarisce l´argomento in maniera esaustiva. Per avere tutto piú chiaro, bisognerebbe leggersi “Rethinking Innateness”, di Elman e colleghi e “What´s within?” di Fiona Cowie, che, sfortunatemente, in numerose parti, potrebbero sembrare a molti come arabo puro (specialmente il secondo). Peró, riassumendo l´argomento in poche righe, l´obiezione al punto di cui sopra é questa:

    Se anche il linguaggio dovesse essere perfettamente localizzato in una regione cerebrale che risponde solo e unicamente ad esso, é questa condizione per caso sufficiente ad affermare che il linguaggio é localizzato lí dalla nascita e iscritto nella corteccia dall´evoluzione? Se ogni volta che c´é un incendio trovi sempre i pompieri sul posto, significa necessariamente che c´erano sin dall´inizio e hanno appiccato loro il fuoco?

  3. Ma guarda che questo genere di speculazione è spettacolare, perchè si basa su ipotesi rivolte all’indietro, in flashback cerchiamo di ricostruire improbabili scenari. Allora cerchiamo di stabilire cosa possa esserci utile: misure craniometriche, reperti paleontologici, indagini comparate tra specie imparentate, analisi genomiche.
    Ecco, che il linguaggio abbia un preciso indirizzo fisico lo escluso anche io in effetti, perchè non è il luogo che risolve l’empasse, ma la rete. A collaborare per la produzione del linguaggio ci sono diversi network a partiere dalla bocca e dall’orecchie! Allora, se ci sono precisi moduli cognitivi lo possiamo affermare sino ad un certo punto, come esite una precisa area primaria della visione i cui viene analizzato l’orientamento dello stimolo.
    Non c’è nulla di localizzato evolutivamente parlando, ma ci sono coalizioni di network neuronali.

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