Neurochip

Le discipline anatomiche hanno strumenti, fisici e concettuali, adatti ad analizzare oggetti reali che possono essere distinti e localizzati. Le discipline cognitive invece utilizzano spesso modelli teorici, che frequentemente possono essere analizzati sono in termini di risposte statistiche a test psicometrici. La risonanza funzionale ha fatto un favore non da poco alla sintesi tra queste due discipline, ma la terminologia e le differenti prospettive tra i due settori ancora creano molte contraddizioni e evidenti difficoltà. Parliamo spesso di “sistemi” e “sottosistemi” al momento di disegnare una ipotesi cognitiva. Termini generali come “buffer” o più specifici come “central executive” sono all’ordine del giorno nei tentativi di dissezionare, visualizzare, e schematizzare il processo, per renderlo descrivibile e investigabile. Ma di che cosa parliamo quando usiamo questi termini? Abbiamo almeno due possibilità. La prima è avere una corrispondenza anatomica, gruppi funzionali di neuroni che condividono una certa localizzazione formando una unità biologica e anatomica riconoscibile. In questo caso il gioco è abbastanza facile, avendo la cautela e la decenza di non cadere in uno spudorato riduzionismo frenologico. In altri casi non c’è corrispondenza anatomica, e il “sistema” si riferisce a una “rete”. Evidentemente qui il problema esiste, fosse anche solo terminologico, perché ci si sta riferendo a qualcosa che non è localizzato né localizzabile, e in quanto tale sfugge agli strumenti analitici della ricerca. Legittimo, ma il rischio è quello di sviluppare complessi scenari cognitivi basati solo su speculazioni, che non generano ipotesi ma opinioni. Attenzione, non si vuole con questo cercare di ridurre il tutto ai processi neurali, dimenticando che la sfera comportamentale e quella mentale hanno delle componenti evidentemente che vanno oltre le evidenze anatomiche. Ma se le teorie cognitive vogliono cercare una porta di accesso alla verifica e ad una effettiva influenza nel sapere devono poter rendersi visibili, tangibili. Non è solo poi un problema analitico, perché se il substrato rimane etereo, per quanto magari corretto e illuminante, avrà anche delle enormi difficoltà nella comunicazione, con conseguente mancanza di condivisione della prospettiva, malintesi, interpretazioni soggettive, e scetticismo dei settori più conservatori. La domanda banale e ingenua “dove è” cela una necessità analitica propria del contesto sperimentale. Semplicemente, non è facile investigare qualcosa che non è possibile localizzare. Dobbiamo pensare che questo sia un limite del sistema analitico, e non che tutto sia necessariamente localizzabile. In questo caso, bisogna evidentemente trovare nuovi paradigmi, perché generare modelli utilizzando sistemi scarsamente definiti non aiuta a chiarire come stanno le cose, potendo anche arrivare a confondere le idee.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su maggio 15, 2012.

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