Paleoneurologia quantitativa

La capacità cranica è stata per più di un secolo centro di attenzione paleoneurologica. Anzi, chissà possiamo dire che sia stata l’unico centro di attenzione paleoneurologica. Un pó perché variabile intuitiva, un pó perché relativamente facile da quantificare. Ovvero, a misura d’uomo nel concetto e nella metrica. L’approccio è stato da sempre abbastanza semplice: immergere nell’acqua il calco endocranico e chiedere a Archimede il suo volume, oppure tappare bene il cranio e riempirlo di semi (con ampia variabilità di scelta botanica), per poi svuotare il tutto e misurarne il valore. Certo, i calchi endocranici fisici erano quel che erano: mettere nella cavità endocranica qualche composto, aspettare che prenda un pó di forma, estrarlo prima che indurisca troppo, aggiustare ad occhio il risultato e mettere il tutto nel calderone dei dati volumetrici. Processo necessario, ma evidentemente vincolato a una serie di errori e rischi del mestiere. I valori diventano poi nella migliore delle ipotesi numeri persi in una statistica descrittiva, o spesso invece solo questione di dibattito non sempre interessante sulle sfumature delle possibili alternative di misura. Tecniche e materiali per creare calchi endocranici hanno generato in passato un mestiere a parte non privo di soddisfazioni e di risultati che, nella loro instabilità, offrono comunque ancora oggi dei punti di riferimento accettabilissimi. Con l’anatomia digitale cambiano le cose. La ricostruzione in voxel (pixel tridimensionali) è fedele al millimetro, automatica o semi-automatica, riproducibile a catena e mettiamoci pure estranea all’uso di sostanze tossiche o comunque appiccicose. Rimangono due problemi fondamentali nelle stime e nelle inferenze sulla capacità cranica nei fossili: le parti mancanti dell’anatomia neurocraniale, e le scarse numerosità campionarie. Simon Neubauer e i suoi colleghi, noti per l’applicazione di analisi della forma ai calchi endocranici, hanno pubblicato una recente revisione dei valori di capacità cranica in Australopithecus africanus. I risultati sono piuttosto comodi per i paleoneurologi (la discussione anatomica dei fossili è incredibilmente completa), ma la cosa davvero interessante è il contorno metodologico al caso studio. Con tecniche di ricampionamento e utilizzando uomo e scimpanzé come riferimenti, per la prima volta viene quantificato con dettaglio l’errore associato all’incompletezza dei reperti e alla limitate dimensioni del campione. E dei due limiti intrinseci nella ricostruzione endocraniale, la scarsa numerosità campionaria si rivela più dannosa che l’incompletezza anatomica. La paleoneurologia si fa quantitativa, nei suoi metodi, nei suoi approcci, e nelle sue prospettive. La speranza è che questi buoni esempi siano di stimolo, e non d’eccezione.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su marzo 5, 2012.

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