Pirahã

Ho finalmente trovato il tempo di leggere il famigerato paper che Daniel Everett pubblicó nel 2005 per riassumere le conclusioni tratte dopo anni di convivenza con la popolazione amazzonica dei Piraha. In questo lavoro, Everett difende la tesi che la cultura umana possa esercitare vincoli molto influenti sul linguaggio, determinandone cosí la struttura in maniera situazione-specifica. Il caso estremo dei Piraha é infatti emblematico a riguardo: il loro vivere in una situazione di continuo presente produce una cultura priva di memorie storiche di lungo corso, di miti e narrazione, di astrazioni e pensieri futuri. Tutto si riduce all´immediatezza della realtá vissuta nel presente e alla percezione materiale degli eventi, cosicché sembra che il linguaggio Piraha si sia evoluto esattamente per rispondere a tali necessitá. Nessuna forma di recursione dunque (i.e.: “Io credo che tu sappia che Giorgio sia…”), né passato remoto o parole che specificano concetti astratti. In virtú di ció la tesi di Everett mira a colpire alla radice la tradizione chomskiana degli universali linguistici, dimostrando che in linea di principio non esistono macchinari linguistici morfogeneticamente determinati, o almeno che questi non spieghino tutti gli aspetti del linguaggio, ma solo alcune parti di esso. Al contrario, il caso dei Piraha sembra proprio dire che la maggior parte della storia potrebbe essere il risultato dell´interazione umana con l´ambiente e che ancora una volta le basi neurali potrebbero essere necessarie all´acquisizione di un linguaggio “standard”, ma non per questo sufficienti al raggiungimento di tale scopo. Ció che realmente colpisce nel paper di Everett, a mio modo di vedere, é la parte inerente i potenziali vincoli che la cultura produce sulla cognizione umana, portando ad esempio i Piraha alla impossibilitá di processare numeri superiori a due, nonché alla assenza di plasticitá nell´apprendimento (i.e.: dopo nove mesi di lezioni sulla aritmetica elementare i Piraha hanno concluso che non era possibile per loro imparare questi concetti numerici). Purtroppo nel lavoro di Everett, data anche la comunitá di riferimento dell´autore, la discussione degli aspetti cognitivi cede il passo ad una trattazione piú approfondita della questione linguistica, lasciandoci con una lacuna teorica e una serie di enigmi di difficile soluzione. Posto infatti che una analisi quantitativa sui Piraha, a colpi di neuroimaging e test comportamentali, appare a tratti utopica, ci rimane solo la possibilitá di un ragionamento qualitativo, a partire dal lavoro di Everett. E, per dare fuoco alle polveri, il primo problema da prendere in considerazione potrebbe essere il seguente: se, come riferisce l´autore, i Piraha sono in grado di produrre degli archi, seppur semplici, come possono non avere alcuna capacitá di compiere viaggi nel tempo mentali? Per costruire un arco sembrerebbe necessario infatti comprendere la fisica della caccia tramite “lancio di proiettili”, per poi generalizzarla e trasferirla a quella delle relazioni tra “corda + freccia + arco” e figurarsi a priori gli effetti di tale logica. Sembra cioé che un sapere concettuale esista nei Piraha, ma che altri aspetti, come la capacitá di acquisire concetti numerici, siano deficitari, il che ci porta dritti a chiederci quanta parte della cognizione concettuale umana sia dipendente dal linguaggio e come, di fatto, l´interazione con l´ambiente scolpisca la architettura neurale e cognitiva dei Piraha in modo da ottenere questi risultati.

D Garofoli

~ di D Garofoli su febbraio 14, 2012.

6 Risposte to “Pirahã”

  1. Bell’articolo.

    I viaggi nel tempo mentali chiaramente li compiono, ma credo non abbiano la necessità di tradurli in linguaggio.

    “Facciamo arco, così poi facciamo bella caccia.”

    Classico liguaggio da negretto dei film comici … hehe…
    Non occorre la forma futura per immaginare e esprimere qualcosa nel futuro.

    Forse sto sparando un’eresia atomica, non so, gli esami di linguistica li ho completamente snobbati.
    Il professore era talmente noioso e incapace di comunicare che ho deciso di non interessarmene, per il momento… forse non è stata una buona idea…🙂

    Hai qualche testo interessante da consigliarmi in merito?

  2. Il punto in realtá é tutto lí: se i Piraha possono compiere viaggi mentali nel tempo, allora gli effetti della cultura sulla cognizione non sono quelli che dice Everett e, nonostante le restrizioni linguistiche, la architettura cognitiva dei Piraha potrebbe in larga parte essere uguale alla nostra. D´altronde non é necessario avere una cultura ultra-materialista per non saper processare i numeri: forse é sufficiente essere privati di qualunque forma di istruzione numerica adeguata sin da piccoli per mostrare effetti simili a quelli dei Piraha, pur essendo vissuti in un contesto culturale diverso dal loro. Potrebbe tuttavia essere anche vero che i Piraha abbiano ereditato l´arco da un altro momento della loro storia culturale e lo abbiano trascinato con loro perdendo la memoria delle relazioni concettuali che legano le varie parti dell´arco e la loro funzione, limitandosi cioé ad una serie di operazioni hic et nunc (i.e.: prendo il legno, lego la corda, faccio la freccia, ecc…).

    Sui testi ora come ora non posso darti grandi consigli, visto che anche io ho iniziato ad interessarmi seriamente al problema dell´evoluzione del linguaggio da poco. Comunque, per quanto ho capito, si tratta di uno di quei domini in larga parte autoreferenziali, dove ad esempio sopravvivono teorie che in altri campi sono ad oggi ampiamente poste in discussione… Mentre qui sono ancora veritá indimostrate. Forse inizierei proprio dai lavori “antagonisti”, come quello di Everett, che aiutano a rendersi conto velocemente di quanto ho scritto qui sopra. Leggere il commentario a questo articolo sui Piraha e la replica dell´autore é illuminante.

  3. Molto istruttiva la replica di Everett, in effetti. Il suo lavoro conferma quello che la psicologia culturale va dicendo da qualche anno, sulla base dello studio e della rivalutazione delle idee dello studioso russo (ai suoi tempi “sovietico”) Vygotskij. Mi permetto di consigliarne la lettura, per esempio di “Pensiero e linguaggio” pubblicato dalle Edizioni Laterza.
    saluti

  4. Grazie per il commento. Seguo le idee di Vygotskij con interesse e sto di fatto cercando di comprendere perché ad oggi debbano essere “rivalutate”… Forse il declino di queste idee fa riferimento al mero avvento del paradigma cognitivista, che ha posto l´attenzione su neurocentrismo, funzionalismo, psicologia evoluzionistica, ecc… Tuttavia su quello che oggi é uno dei piú quotati manuali di psicologia culturale é riportato che le idee di V. sono comunque un tantino “vintage” anche nell´ambito in cui dovrebbero avere maggiore presa. Capirne il perché non é affatto semplice, specialmente quando il pensiero di un autore é estrapolato dal contesto in cui era situato originariamente e riportato a decenni di distanza…

  5. […] ma non banale. L´autore parte dalle osservazioni sui Piraha di cui giá si é discusso su questo blog e sostiene che in tale popolazione esista una differenza linguistica notevole rispetto alla realtá […]

  6. Sulla natura del linguaggio sembra si navighi ancora in un mare di incertezze; nondimeno, se mi è permesso, avrei dei buoni motivi per pensare che il linguaggio sia determinato dal comportamento inteso soprattutto come usi e costumi. In questo senso sarebbe chiaro che se una civiltà nella sua evoluzione non fosse stata per vari motivi pervasa da determinate problematiche anche la loro lingua avrebbe dovuto risentirne in tal senso.

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