Altre fibre

Le tecniche di immagine in biomedicina hanno rivoluzionato la clinica e la ricerca, non ci sono dubbi. Il fatto di chiamarle spesso tecniche di “realtà virtuale” ci mette però in guardia sulla tendenza sempre più frequente a prendere per veri e assoluti i risultati grafici che escono dalle elaborazioni digitali. Non ci scordiamo infatti che la realtà dell’oggetto biologico che vogliamo studiare viene intercettata in funzione di parametri e fattori decisi a priori secondo leggi che crediamo plausibili, trasformata in segnale con metodi di elaborazione strutturati dalle nostre conoscenze tecniche del momento, e rappresenta in risultati con algoritmi e altre cabale numeriche che possano dare un codice interpretabile per la nostra mente. Tutto questo funziona. Ma è meglio ricordarsi che di realtà non si tratta, se non di elaborazione e interpretazione della realtà. Le tecniche di diffusione hanno evidenziato fibre longitudinali che integrano le aree superiori frontali e parietali. Adesso, andando ad aprire qualche cervello con le classiche tecniche occhiometriche, queste fibre non si trovano. Il risultato non è stato pubblicato su un rivista di peso eccessivo, il che vuol dire o che ha qualche problema interno, o semplicemente che non è un articolo avvallato dall’ortodossia e dalle cerchie accademiche. Sicuramente sia le tecniche di dissezione che quelle di imaging si perdono un pó di informazione. Ma certo non trovare quelle fibre aprendo direttamente la capoccia lascia un pó perplessi. Ho sentito a volte i chirurgi commentare cose simili, farsi largo nell’anatomia secondo le indicazioni di immagine e trovarsi, una volta dentro, in una situazione geografica abbastanza differente. A livello di resa tridimensionale, è anche noto che spesso gli algoritmi accorpano pixel secondo criteri che non sempre funzionano, e a volte si creano vasi o strutture secondo una continuità che non c`è. Sembrano esserci invece, lassù tra frontali e parietali, tante fibrette piccole e brevi che uniscono localmente i giri. E ci sono invece fibre lunghe fronto-parietali nelle zone più profonde, come anche nelle aree parietali inferiori, già ben conosciute. Tutto questo meglio saperlo, quando si cerca di elaborare teorie sull’evoluzione del sistema fronto-parietale nella nostra specie. Una nota degna di stima la troviamo nei ringraziamenti di questo lavoro: prima di tutto, chi ci ha messo la mente ringrazia chi ci ha messo il cervello.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su febbraio 6, 2012.

Una Risposta to “Altre fibre”

  1. Aggiungo la traduzione di un commento sul tema che mi invia Miguel Burgaleta, che lavora all’Università Pompeu Fabra di Barcellona proprio su tecniche di diffusione …

    “È un lavoro interessante, anche se molto descrittivo e poco quantitativo per i miei gusti. L’argomento è complicato e difficile da investigare. Ci sono molti tratti problematici per i quali è difficile dimostrare che “esistono” (per esempio il fascicolo fronto-occipitale inferiore). Si possono vedere con tecniche di diffusione, ma non si puó garantire che dietro de la lunghezza del tratto si nascondano davvero assoni que percorrono tutta la distanza. Questo articolo si muove in questo senso, dicendo que il fascicolo longitudinale superiore sia composto in realtà da piccol connessioni tra i giri.

    Una tecnica di diffusione a alta risoluzione potrebbe servire, come anche utilizzare tecniche di analisi che permettono di stimare più di un insieme di fibre per voxel. Anche se il rischio è che le analisi continuino a dire che esiste un asse principale di fibre longitudinali. Per valutare davvero strutture come queste bisognerebbe arrivare a una risoluzione incredibile, niente che si possa fare per il momento …

    Comunque gli autori avrebbero dovuto scansionare gli encefali prima di farli a pezzetti!”

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