Australopithecus sediba

Da mezzo secolo si litiga sulla validità dei caratteri endocranici per capire la situazione paleoneurologica degli australopiteci, anche utilizzando fossili abbastanza completi e rappresentativi. Le variazioni di taglia non sono decisive per evidenziare un processo di encefalizzazione effettivo, e le variazioni anatomiche sono così sottili che non ci si riesce a mettere d’accordo se ci siano o no tracce di affinità con il genere umano. Sembrerebbe quindi che da un calco endocranico come quello di MH1 (Australopithecus sediba, 2 milioni di anni, presenti solo le aree frontali, i poli temporali, e parte delle aree parieto-temporali sinistre, con qualche deformazione sparsa) si possa ricavare ben poca informazione. Ma non bisogna disperare, siamo paleontologi, non siamo tenuti necessariamente a dimostrare le nostre affermazioni, possiamo vendere le opinioni personali come ipotesi scientifiche, le sensazioni come fatti accaduti, non facciamo del male a nessuno, solo abbiamo il compito di intrattenere il nostro amato pubblico. Ed ecco che quindi, con un numero dedicato di Science e un frullato al sincrotrone, dai poveri resti defunti di un residuo di australopiteco subadulto esce un articolo di impatto che da un pezzo di corteccia orbitale scolpito nella roccia ti tira fuori linguaggio, cognizione, rivoluzione, e tensioni neuronali. Per quel poco che si vede sembrerebbe un cervello di australopiteco. La capacità cranica poi, è proprio quella di un piccolo australopiteco. Allora facciamo un po’ di metrica sulle proporzioni delle aree frontali, e scopriamo che … è proprio un cervello di australopiteco! Di fatto è identico a Sts5, l’australopiteco africano più australopiteco del mondo … Ma non fa nulla, anche se sembra un australopiteco e ha misure di australopiteco posso sempre dire che ha un qualcosa che mi ricorda l’uomo moderno, montare uno scenario su linguaggio e ristrutturazione delle aree frontali, e pubblicare su Science. Mica muore nessuno. Un dettaglio: nel confronto metrico e occhio-metrico vengono utilizzati solo australopiteci, umani moderni, e scimpanzé. Nessun fossile umano. Per un articolo di paleoneurologia è perfetto, geniale, complimenti davvero. Inoltre, coi suoi 2 milioni di anni, MH1 passeggia su terra africana insieme ai supposti primi esponenti del genere Homo, ossia evolvendo “verso” qualcosa che era già evoluto. Insomma, siamo alle solite. Che stanchezza.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su settembre 26, 2011.

5 Risposte to “Australopithecus sediba”

  1. insomma nulla di nuovo all’orizzonte … purtroppo questo e’ uno dei tanti esempi di come va la scienza oggi, non e’ solo la paleoneurologia a vendere storielle, ma anche discipline dove le parole rischiano di uccidere persone o far estinguere specie! Ma queste sono cose che ormai conosciamo bene, credo sia ora di pensare al passo successivo, ovvero a come rispondere … dobbiamo chinare il capo e dire semplicemente ‘il mondo va cosi, non ci si puo’ fare niente’, oppure possiamo provare a creare un movimento contrario, fatto di lettere di protesta (tipo quelle che si spediscono ai quotidiani o alla televisioni), rebuttal, interviste in programmi radio o tv dove si parla di scienza? ……

  2. Non sono troppo sicuro che la risposta migliore sia una contrapposizione “attiva”. E’ una questione di “democrazia”: qui non è una persona o un gruppo di persone che forzano la questione, ma tutto il sistema. Si vende fumo a chi fumo vuole comprare. E’ un commercio legale, soprattutto acconsentito. Accademia, editoria, mass media, pubblico. La parte lesa è la ricerca, la scienza, ma in termini “democratici” tutti gli operatori sono d’accordo. In questo senso una contrapposizione attiva non trova seguito. Ti trovi a denunciare qualcuno direttamente ai suoi complici. Da un lato non nascondo una certa dose di rassegnazione, lo ammetto. Dall’altro credo che se comunque uno si vuole dar da fare l’unica è offrire una alternativa, proporre un’altra prospettiva. Se la proposta convince, bene. Se non convince amen. La società fa le sue scelte, ed è giusto che ne raccolga i frutti se queste scelte sono buone, o ne soffra le conseguenze se sono cattive.

    Il dibattito continua anche su Leucophaea:
    http://leucophaea.blogspot.com/2011/09/capire-levoluzione-no.html

  3. Concordo con Emiliano. Fare il proprio lavoro,e farlo bene, vendendo arrosto e non fumo, e’ la risposta migliore. Aggiungo che chi ha una posizione stabile e’ nella posizione piu’ adatta per farlo.

  4. Nell´epoca in cui i grandi Journal endorsano presidenti e la autoreferenzialitá della ricerca pone il criterio della pacca sulla spalla (dicasi: “é ampiamente condiviso che….”) per accreditare teorie, anche io non sono convinto della bontá di una protesta attiva come soluzione, piú che altro perché al massimo potrebbe incidere su quelle menti illuminate recettive al cambiamento, che tuttavia sono quasi sempre lontane anni luce dalla macchina che muove tutto questo, con il risultato di investire tempo ed energie in qualcosa che alla fine non ha effetto. I blog che trattano di temi politici, ad esempio, discutono da anni di grandi problemi nella loro totale autoreferenzialitá, mentre i destinatari delle loro critiche fanno il bello e cattivo tempo senza battere ciglio. Forse, la strategia migliore é quella di creare davvero una alternativa, ma che sia davvero tale, cioé si configuri come un gruppo critico che sceglie di seguire una via differente da quella comune.

  5. […] Ma già su Le Scienze la realtà era stata un po’ “aggiustata”, sembra infatti che si possa escludere comunque che A. sediba sia stato un nostro progenitore, come aveva fatto notare un darwinista serio come Emiliano Bruner: […]

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