Biocommunity

Ho cominciato da qualche tempo a questa parte ad adottare il termine Metaricerca, allo scopo di definire tutta quella serie di problemi che non riguardano nè la teoria, nè i metodi dello specifico campo di indagine in cui una persona è impegnata, ma il backstage ed il contesto culturale di fondo cui tali ricerche sono destinate. Per un approfondimento in materia vi invio nuovamente al post Jati, Varnas & Pariahas, nel quale avevo discusso il problema limitandomi all’esempio della archeologia del Paleolitico. Oggi, vorrei provare a convincervi della bontà della teoria ponendo come ulteriore esempio il caso delle neuroscienze. Infatti ho di recente avuto modo di accorgermi dell’esistenza di due comunità neuroscientifiche che si muovono parallelamente, ciascuna con i propri metodi, le proprie verità, ed il proprio backstage: la comunità neuroscientifica tradizionale, abituata a vedere il mondo sotto la logica della fMRI, delle lesioni cerebrali, delle quantificazioni solide, ecc… e quella evoluzionistica, che per forza di cose ha sempre lavorato su comparazione tra volumi, volumi relativi, forme e substrutture. Ciò che per l’una può essere un normale metodo di indagine, dunque, per l’altra può essere tranquillamente una eresia, ma qualunque incidente è evitato limitando la commistione tra comunità e tenendo il proprio pubblico, i propri estimatori ed i propri critici, ben separati da quelli altrui. Emblematico a riguardo il caso del recente paper di Powell et al. (2010) in cui vengono indagate le correlazioni tra i volumi della corteccia orbitofrontale e le competenze sociali di alcuni soggetti sani. Avendo avuto modo di discutere questo lavoro sia in ambito evoluzionistico che tradizionale, non posso che denotare che la reazione è stata eufemisticamente discordante nei due casi. Al neuroscienziato evoluzionistico il paper è apparso come una interessante prova a sostegno di uno degli impianti teorici più in voga nel proprio ambito di ricerca, cioè l’ipotesi del social brain. Al neuropsicologo classico, invece, lavori come questo sono apparsi come un tentativo di far rivivere un approccio settecentesco scomparso ormai da anni. Eppure, questo lavoro non è il primo nel suo genere, ma affonda le radici in una serie di paper che presentano correlazioni tra indici psicometrici e volumi relativi (per una review in materia cfr. Luders et al. 2009) e che vengono ad oggi riportati dalle neuroscienze darwiniane senza troppi problemi. Dunque, la domanda sorge spontanea: come ha fatto questo blocco teorico a sparire dalle neuroscienze tradizionali? Da ciò risulta chiaro che esiste una sorta di ecologia delle comunità scientifiche, che appaiono come organismi capaci di adattare le scelte teoriche alle pressioni ambientali imposte dall´ambito della metaricerca. Ma allo stesso tempo il fatto che uno stesso oggetto di ricerca, in questo caso il sistema nervoso centrale, possa variare la propria natura in maniera comunità-dipendente, permettendo a Tizio e a Caio di dire tutto ed il suo contrario in materia, resta ad oggi un mistero della scienza lontano dall’essere compreso.

D Garofoli

~ di D Garofoli su maggio 30, 2011.

Una Risposta to “Biocommunity”

  1. Non mi sembra strano che la comunità neuroscientifica tradizionale possa guardare con diffidenza i tentativi di mettere in correlazione “volumi” cerebrali con funzioni cognitive. D’altra parte, l’articolo di Powell addirittura parla di funzione cognitiva sociale, che va al di là di una neuropsicologia evoluzionistica sfociando in una specie di sociopsicobiologia.

    Ma questi tentativi sono in fondo possibili proprio perché il non tanto tradizionale paradigma delle neuroscienze, rispetto a quello darwiniano, permette di “fingere” euristiche che consentono nuove prospettive di analisi su come sono potute andare le cose. In fondo, se cerchi di lavorare con tutta la tecnologia che consolida un meccanismo riduzionistico a discapito di una visione circolare dei meccanismi neuroevolutivi, la battaglia è persa e le nicchie comunitarie si automantengono.

    D’altra parte, ti noto che i paradigmi scientifici ufficiali non consentono una vita facile ai progetti di ricerca gregari, specie quando le analisi vengono fatte sulla “storia” scientifica di un fenomeno che cerchi di comprendere. Le analisi storiche a mio parere sono guardate con una cinica accondiscendenza dal paradigma di ricerca ufficiale. Ciò che conta, mi pare, sia la neurovisione prodotta da “vendibili” cause prime scatenanti. Così gira il vento (a proposito di venti nuovi che soffiano..😉

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