Episteme

A dieci anni dalla review fondativa di Thomas Wynn in cui si discutevano le possibilità di investigare l´archeologia della mente, di fronte alla sistematica domanda dell’accademico di turno “Sì ma come fai a testare tutto questo ambaradan teorico?”, dobbiamo necessariamente concludere che le cose siano andate storte in qualche modo e che: o non abbiamo sviluppato una epistemologia seria per la archeologia cognitiva, o non siamo stati in grado di comunicarla per qualsivoglia motivo, o ancora qualcuno si è rifiutato di capirla. Proviamo a ricominciare dunque e cerchiamo di chiarire una volta per tutte il problema. E il problema è che ad assumere un falsificazionismo radicale come approccio epistemologico, l’archeologia cognitiva non è una scienza in senso stretto, cioè non è un qualcosa di testabile, di confrontabile con l’esperienza seguendo una logica strettamente induttiva. È piuttosto un approccio filosofico che tenta di combinare più campi disciplinari a supporto di una serie di ipotesi di fondo e che fa questo usando la deduzione e la abduzione. Non dunque qualcosa che necessiti di “essere testato”, ma qualcosa che serva a testare, cioè a supportare ipotesi, creando modelli che siano il più solidi possibile in termini logici. La mente, infatti, è un oggetto di scienza molto vago e la pretesa che sia possibile applicare il metodo scientifico addirittura allo studio della sua evoluzione risulta ardua da concepire, senza il ricorso a macchine del tempo e a scansioni cerebrali di neanderthaliani e australopitecine. Ci rimane solo la logica dunque, come ultima possibilità di resistere ad un agnosticismo scientista che rifiuta l’esistenza dei problemi che non può controllare, sostenendo l’incomprensibile idea secondo cui la non testabilità di un modello produca un relativismo teorico, per cui tutti i modelli formulati hanno lo stesso valore epistemico. Veniamo all’esempio archeocognitivo. Secondo la logica del relativismo teorico selvaggio, ipotesi come acculturamento, mutazione magica e metaplasticità, non essendo strettamente testabili, avrebbero tutte lo stesso valore, cioè la loro validità sarebbe semplicemente legata ai gusti degli autori. Quindi, l’applicazione di una prospettiva che congiunge lo studio della cultura materiale ai correlati neurali necessari a produrla e che cerca ulteriore supporto nella paleoneurologia genererebbe risultati comunque non testabili e per questo arbitrariamente scambiabili senza troppi problemi con un approccio che ricostruisce la mente a partire da una semplice quanto arbitraria analisi della cultura materiale. Questo approccio è più o meno identico a quello che i neuroscienziati adottano nei confronti del problema duro della coscienza: non è accessibile al metodo scientifico, quindi non esiste e ogni cosa che viene detta in proposito è solo un’opinione. Ahinoi, il caso vuole che sia anche la stessa logica che il creazionismo usa comunemente per screditare l’evoluzionismo, suscitando, in quel caso, l’indignazione degli accademici di tutto il mondo, il che induce a sederci un attimo e a riflettere sui meccanismi profondi che dominano la scienza.

D Garofoli

~ di D Garofoli su maggio 25, 2011.

2 Risposte to “Episteme”

  1. […] nel campo neuroscientifico e antropologico. Ci sono dunque buone ragioni per ritenere che la babele epistemologica esistente in questo dominio di ricerca sia legata in parte all´assenza di una […]

  2. […] questi due anni dalla pubblicazione del post Episteme, ho avuto la possibilità di presentare le mie ricerche nell´ambito di vari contesti disciplinari, […]

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