Paleo, Archeo, Neuro

Un pó off-topic, un pó polemico, volevo riflettere su alcuni aspetti del contesto storico e culturale di questi termini e di questi prefissi a volte appiccicati come si faceva (e come si fa ancora in molte amministrazioni) coi timbri istituzionali: magari alla rinfusa, ma quanti di più ne appongo tanto più fregio. La paleontologia nasce con la geologia. Geologi sono i primi paleontologi, e geologici i primi dipartimenti ad aprire le porte alla nuova disciplina. Cuvier rappresenta l’anatomia, ma la storia lascia spesso i personaggi a rappresentare se stessi, delegando invece alle istituzioni il marketing disciplinare. Storicamente il paleontologo proviene da una formazione specifica per le scienze della terra, e ancora oggi il panorama professionale attinge da un reservoir universitario dove evidentemente la composizione del suolo o la formazione delle rocce hanno una componente ben più rilevante dell’anatomia stessa che ha forgiato il fossile, o della fisiologia e della genetica che lo hanno generato. Poi c’é la soglia dell’umano, meno accessibile al geologo, e qui la storia associa senza ombra di dubbio la paleoantropologia all’archeologia. Ovvero, lo studio e l’interpretazione dell’Uomo fossile passa spesso per una carriera accademica dove per forza di cose la letteratura o la numismatica hanno un peso più riconosciuto dell’istologia che c’è dietro a quelle ossa o della biochimica che ne ha coordinato la formazione. Riassumendo sembrerebbe quindi che nel caso della paleontologia generale lo studio dell’organismo sia storicamente responsabilità di chi ne studia la matrice ambientale che lo include, mentre nel caso della paleontologia umana lo studio dell’organismo sia storicamente responsabilità di chi ne studia la matrice culturale che lo stesso organismo ha generato. Detto in soldoni, di default la considerazione anatomica spetta a gruppi professionali che, almeno a rigor di curriculum formativo, non hanno previsto preparazione biologica. Per dovere di cronaca e responsabilità neuroantropologica dobbiamo anche dare una frecciata alle neuroscienze, che si trovano da sempre a vivere un paradosso molto simile: gli studi cerebrali in vivo sull’uomo sono per tacita regola appannaggio di medici e psicologi, e  il biologo deve limitarsi ai sorci se vuole iniziare la carriera in questa direzione.

La variabilità umana ci insegna che è molto difficile associare capacità o potenzialità culturali ai singoli individui, e che le risorse personali possono molto (ma molto) di più di un curriculum universitario. Di fatto sono frequenti casi eclatanti di chi ha seguito una formazione di un tipo per poi rivelarsi  con gran merito in un contesto totalmente differente. Ma, al contrario, i corsi accademici funzionano su medie e deviazioni standard, e il loro prodotto è (e deve essere) evidentemente più caratterizzabile. Se allora uno studio in formazioni geologiche può portare ad occuparsi della morfologia del bacino, e una preparazione in storia della ceramica può portare ad occuparsi dell’anatomia del cranio, la domanda viene spontanea: un biologo, che ha studiato anatomia, morfologia, genetica, biochimica, istologia, e tutte quelle discipline che indagano la formazione e l’evoluzione degli organismi, che fa? Se si mettesse a far commenti di stratigrafia o di rituali funerari sarebbe un disastro, e soprattutto un peccato …

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su maggio 11, 2011.

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