Kramer vs Kramer

Scimpanzé e Bonobo sono stati a lungo ascritti allo stesso taxon, data la loro notevole somiglianza morfologica, genetica e la loro stretta vicinanza evolutiva. Tuttavia, con l´avanzare delle ricerche, nuove conoscenze si stanno accumulando sulle differenze tra queste due specie, che, sebbene a prima vista possano apparire limitate, ad una analisi piú approfondita si rivelano per nulla trascurabili. Se una differenza nei comportamenti sociali era stata individuata in queste due specie allo stato naturale, con gli scimpanzé piú aggressivi e dipendenti dall´uso di strumenti per il foraggiamento e i bonobo piú tolleranti e meno legati al tool-use, il gruppo di Tomasello si é di recente chiesto se tale differenza comportamentale fosse indice di una diversitá nelle abilitá cognitive tra le due specie. Date le premesse, gli autori si aspettavano dunque che i bonobo fossero piú competenti nei compiti ascrivibili all´ambito della teoria della mente (comprensione della causalitá sociale), mentre gli scimpanzé piú capaci nelle abilitá cognitive riguardanti l´uso di attrezzi (comprensione della causalitá fisica). I risultati degli esperimenti prodotti su batterie di test che indagavano queste ed altre abilitá cognitive in soggetti sperimentali ospitati presso vari “santuari” in Africa, hanno mostrato in effetti che le due specie, pur presentando una architettura cognitiva molto simile, con prestazioni analoghe in numerosi compiti cognitivi, presentavano una difformitá proprio al livello della teoria della mente e del tool use, con i bonobo piú abili nella prima e gli scimpanzé nel secondo.
Ora, le conclusioni cui arriva questo lavoro potrebbero portare ad affermare tesi nativiste secondo cui un differente sviluppo quantitativo dei due moduli cognitivi, Teoria della mente e Tool use, sia stato determinato a priori dall´evoluzione allo scopo di garantire alle due specie il migliore adattamento possibile al proprio ambiente sociale e naturale. Tuttavia, io credo che un radicalismo di questo tipo non sia necessario per spiegare questi risultati e che ancora una volta l´evoluzione abbia agito su meccanismi di plasticitá, piuttosto che su moduli cognitivi impacchettati nel corso dei millenni in modo da risultare oggi diversi. Pertanto, io credo che il modello di societá piú tollerante dei bonobo venga incorporato durante lo sviluppo neurocognitivo, producendo una traiettoria che termina in una maggiore specializzazione nelle abilitá di teoria della mente piuttosto che nel tool use e che a sua volta contribuisce a definire il modello sociale (viceversa accade negli scimpanzé). La plasticitá di sistemi nervosi comparabili tra scimpanzé e bonobo in realtá sembra consentire alle due specie di ottenere risultati assolutamente notevoli anche nel “modulo” di specializzazione altrui. Ad esempio, bonobo come Kanzi sono in grado di approcciare in cattivitá addirittura a meccanismi di produzione di artefatti olduvaiani (sebbene riuscendo ad ottenere schegge soltanto in maniera diversa da quella realmente implicata in questa industria litica), raggiungendo un grado di specializzazione superiore a qualunque scimpanzé in natura, a testimonianza del fatto che l´interazione sociale con esseri umani sin dalla nascita puó portare sistemi neurali plastici a sviluppare abilitá cognitive differenti rispetto a quelle che comunemente si ottengono in ambiente naturale. Dunque, esperimenti come quello del gruppo di Michael Tomasello a mio parere sono estremamente utili per dimostrare come la variazione di meccanismi sociali/ambientali possa notevolmente influire sullo sviluppo di capacitá cognitive, piuttosto che essere usati a sostegno dell´argomento della psicologia evoluzionistica, secondo cui la cognizione é predeterminata dall´evoluzione alla nascita.

Hat Tip: Neuromancer

D Garofoli

~ di D Garofoli su marzo 21, 2011.

3 Risposte to “Kramer vs Kramer”

  1. Ottima segnalazione! Tomasello e colleghi procurano notevoli dati che gettano luce su teoria della mente, rapporto tra cultura e natura, sulla psicologia evolutiva, sul rapporto tra psicologia ed etologia.
    In realtà non penso che sia proprio “radicalismo” riferirsi in termini evolutivi sull’emergenza di proprietà cognitive differenziate tra le due specie. Oltre tutto il discorso è più articolato di come possa apparire se osservi l’influenza dell’età e delle differenze sessuali. Risultai che possono essere generalizzati su altri temi di psicologia a riguardo le differenze di genere.
    Io penso che l’evoluzione abbia agito su individui (magari che nascondono responsabilità più nascoste…dna!) che statisticamente tendono a conservarsi che ad essere plastici. Con questo voglio dire che la plasticità mi interessa di più su un versante cognitivo di sviluppo e sul versante culturale piuttosto che nella interazione tra psicologia e selezione naturale.
    In questo senso le ricerche di Tomasello sono interessantissime (accanto al suo lavoro apprezzo Franz De Waal) perché verificano la stretta interdipendenza tra genetica ( quindi filogenesi), apprendimento (psicologia dello sviluppo) e cultura (memoria semantica e mitica, per menzionare Donald Merlin).
    IN conclusione però sarei più cauto nell’estrapolare la selezione naturale sull’individuo sino al gruppo sociale in modo deterministico, e mi pare che sia questa la tua sostanziale tesi. Nondimeno la psicologia evoluzionistica in questi casi ha il pregio di fornire una prospettiva processuale e epistemologicamente innovativa (gli organismi sono teorie del loro ambiente) rispetto alle vecchie impostazioni psicologiche (e mediche) del rapporto passivo tra individuo e natura.

  2. “IN conclusione però sarei più cauto nell’estrapolare la selezione naturale sull’individuo sino al gruppo sociale in modo deterministico, e mi pare che sia questa la tua sostanziale tesi.”

    No, in realtá, se ho interpretato bene il tuo appunto qui sopra, la mia tesi vuole dire esattamente il contrario: cioé si pone in opposizione a forme di determinismo morfogenetico secondo cui l´evoluzione arriverebbe a “preconfezionare” moduli cognitivi estremamente specifici e nel contempo incapsulati, cosí da produrre a priori alcune specie con il modulo di Teoria della Mente piú “avanzato” rispetto a quello di altre e viceversa piú deboli in un modulo di intelligenza tecnica… Se ti ricordi il mio post sul libro di Steven Mithen, alla fine una concezione di questo tipo porta inevitabilmente all´idea modulare estrema secondo cui non si ha un´intelligenza generale, ma una serie di “intelligenze” che rispondono a interi pacchetti di conoscenza, piuttosto che di funzione (intelligenza sociale, intelligenza natura, tecnica, ecc…).

    Non sono sicuro di essere stato chiaro a questo punto, ma questo post serviva proprio per mettere in guardia dai rischi della psicologia evoluzionistica e dell´innatismo, che producono spesso teorie unidirezionali poco flessibili.

  3. Sei stato chiaro. Io d’altra parte ci ho messo del mio perché mi interessa molto il discorso sul ruolo della selezione e della psicologia evolutiva (lo sviluppo psicologico del bambino per intenderci) in rapporto alla cultura.
    Hai ragione a non calcare troppo la mano su certi aspetti innatistici e deterministici della psicologia evoluzionistica, specie di quella parte che si presta a facili news su riviste pseudointelligenti.
    Nota che il mio appunto poi verteva su una cauta attenzione a non creare causalità troppo veloci tra selezione, moduli cognitivi e modelli di società. Mi pare a questo punto che stiamo dicendo più o meno le stesse cose ma da angolazioni diverse.
    E poi parlare in termini radicali è sempre poco scientifico, e soprattutto poco ragionevole.

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