Il gioco delle tre carte

La scienza è mercato. Da sempre. Continuiamo a voler credere a una scienza oggettiva, indipendente, ricerca della verità, prodotto di una frenesia per il conoscere, affanno per la scoperta, catarsi pura e spontanea dell’amor per il vero. Ma chi fa la ricerca, oggi come ieri, sono le accademie, le lobby, le multinazionali. Incredibile di cosa si possa convincere il genere umano quando vuole crearsi un mito … A volte i “contatti con il mondo reale” sono palesi, basti pensare alle relazioni della ricerca con le case farmaceutiche, o con qualsiasi altro settore di produzione industriale. Ma anche quando il contatto non è diretto, la scienza si trasforma in merce per il massmedia che vende la notizia, l’accademico che vende se stesso, o la compagnia editoriale che vende l’informazione. Abbiamo già considerato come la nuova moda del materiale supplementare abbia eliminato alla vista tutto ciò che toglie eleganza o aggiunge noia al pacchetto usa e getta della notizia scientifica. E all’occorrenza questo restyling torna pure utile per occultare la rogna sotto il tappeto. Se lo scopo è l’estetica, la funzione passa in secondo piano. Si ricerca la leggerezza dell’articolo, o meglio, del prodotto. E quindi i contenuti scientifici più tecnici, noiosi ma soprattutto innecessari nel senso del marketing, si mettono nello sgabuzzino dove nessuno guarda. Adesso aggiungiamo un’altra idea di stilismo editoriale: la trasformazione dei metodi di ricerca in appendice, ovvero in zona di lettura facoltativa. Di fatto, sempre nell’ottica di articolo come sintesi rapida e di rapida fruizione, anche i “Metodi” sono di troppo. In termini di vendita al pubblico sono solo tecnicismi, noiosi, spesso vere supercazzole prematurate interessanti solo per il secchione di turno … E poi soprattutto sul banco del mercato sono i risultati che contano: il fine giustifica i mezzi, come da sempre ci hanno inculcato religione, politica, e economia. E quindi via dal cuore degli articoli scientifici anche i “Metodi”, che vengono relegati alla fine della pubblicazione come nota a culo di pagina e a caratteri dimensionalmente penalizzati. Peccato che dal metodo dipenda il risultato. Peccato che la cara vecchia struttura Introduzione – Metodi – Risultati – Discussione aveva un suo perché strettamente logico e funzionale. Non solo nulla restava fuori, ma tutto si costruiva secondo un processo razionale e progressivo, per non lasciare troppo gioco alla tentazione di eccedere nella narrativa e nell’improvvisazione. Totale, le parti tecniche spariscono nella botola delle informazioni supplementari, il metodo di ricerca resta come testimone di un frivolo tecnicismo di coda, e quel che resta al piacere dell’occhio sono i titoli da strillone e i colori sgargianti dei grafici digitali. E’ il gioco delle tre carte: distraendo il pubblico la sequenza delle informazioni viene alterata, e alcune informazioni vengono nascoste. A questo punto non resta che scommetere. Ma in genere si perde.

 

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su marzo 8, 2011.

5 Risposte to “Il gioco delle tre carte”

  1. Il tuo “gioco delle tre carte” è sconfortante, anche se mi ci hai abituato da molto tempo. Devo tuttavia chiederti se non c’è uno stacco tra la prima parte dell’articolo sulla equiparazione di scienza e mercato da sempre e per sempre e la seconda parte, in cui l’assimilazione è recente, da quando si è persa l’abitudine alla procedura virtuosa nella ricerca e nelle pubblicazioni del tipo “introduzione-metodi-risultati-discussione”. Io credo che sia l’uso della scienza ad essere perverso, come dici giustamente all’inizio. Dammi qualche speranza sulla scienza con la “S” maiuscola!

  2. Dunque, innanzi tutto una considerazione dovuta. Il fatto che la scienza non sia né libera né tantomeno spontanea o “vocazionale” non è sempre e comunque negativo! Ci sono molti contesti dove i vincoli della produzione e delle imprese canalizzano il prodotto secondo fattori di reale efficienza e di buona qualità. Sicuramente accade anche il contrario (e posso anche pensare che accada frequentemente), ma il riconoscere le influenze della società e dell’economia nella ricerca non vuol dire sempre che la cosa sia automaticamente sconfortante! Di fatto, credo che la situazione peggiori proprio quando non c’è relazione diretta con produzione e (quindi) controllo, ovvero nei settori teorici e nella ricerca di base. Discipline come l’antropologia sono (quasi) totalmente estranee ad una verifica di qualità, le regole di giudizio effettivo non ci sono, e quelle che si presentano ad hoc nel momento della supposta valutazione sono create e modellate in genere dallo stesso establishment che dovrebbe essere con queste regole giudicato.

    Andiamo poi sul secondo punto, la Scienza con la “S” maiuscola … Credo che non solo ne abbia ancora da vendere, ma credo che sia dovunque, e in forze. Solo che è sommersa. Non si vede. Non fa notizia. Non si vende. A fronte di una singola ricerca spaventapasseri strillata a forza dai mezzi di comunicazione o inculcata come dogma dai good-fellows dell’accademia, magari ce ne sono dieci di ottima fattura, portate avanti con rigore e professionalità. Però magari queste dieci, proprio per il loro contenuto non facilmente vendibile alla società della leggerezza e del minestrone mediatico, non ricevono i favori dei mezzi di comunicazione. O semplicemente queste ricerche non sono interne a una certa geopolitica del momento, e quindi gli sponsor dell’accademia non le avvallano. Il problema è nell’interfaccia con la società, con il pubblico. Chi sta dentro ben sa come stanno le cose, dove finisce l’inguacchio, e dove inizia la Scienza.

  3. L’aspetto che mi piace sottolineare è che quando la scienza entra nel mercato ne trae benefici come pure svantaggi. Nel mercato cioè domanda e offerta trovi tutto, dai lavori di ricerca fatti per bene alle ridicoli reclàme di scoperte “scientifiche” a scopo lucrativo o comunque a vantaggi personali. La possibilità di allargare la platea dei lettori sulle ricerche nelle varie discipline scientifiche rimane un vantaggio, nonostante tutto. Pubblicazioni, peer review, blog, network scientifici che connettono il lavoro in progress dei laboratori, innescano una circolazione di idee e incrementano interesse a più persone. Questo significa che il mio lavoro lo posso condividere in una soluzione espositiva più semplice con altre persone che intervengono con i loro feedback rilevando delle intuizioni, degli spunti di riflessione, degli errori, che a priori magari riservavo agli addetti. Una specie di controllo procedurale informale, generato dalle conoscenze che io in quanto ricercatore non prevedo nel mio modello esclusivistico.

    Vengo al secondo punto. La ricerca più complicata, più articolata spesso è noiosa. Ebbene sì. Non solo perché siamo bravi all’interno del nostro modello con un linguaggio pertinente ma poco “viabile” per il lettore interessato e profano. Ma anche perché può non interessare, perché non riguarda la sfera privata di chi fruisce le informazioni che proponiamo. Questo significa che diventa fondamentale la divulgazione intelligente e mentre un po’ all’ombra una ristretta categoria di persone, all’interno della propria disciplina, porti avanti il lavoro specifico e complesso. Un po’ lontano dalle luci della ribalta, più a contatto con l’equipe di persone che collaborano alla ricerca. Fa parte del mercato, della concorrenza, della selezione, del merito.

  4. Mi sembra corretto parlare di doppio rapporto tra scienza e mercato. Per vari motivi, questo tema nella mia mente è collegato al problema dell’oggettività. Mi rendo conto che l’antropologia, essendo una scienza “ricostruttiva”, lavora su di un oggetto che esiste a metà, sotto forma di resti, di tracce, e che, pertanto, le teorie hanno un difficile riscontro nella realtà. La fisica, la chimica, la biologia lavorano con oggetti più definiti. Il mio dubbio è il seguente: coloro che credono in un mondo oggettivo e in una possibile corrispondenza tra teoria e realtà – almeno nei casi fortunati – cosa devono pensare a proposito, ad esempio, della teoria dell’evoluzione? Chi crede che la teoria di Darwin sia una scoperta e non una invenzione, nonostante tutte le lacune che presenta, deve anche credere che l’unica cosa che conta sia il risultato. In questo modo si spiega il motivo per cui il mercato possa essere positivo o negativo, giacché la purezza degli intenti non è obbligatoria, essendo infinite le vie della verità. Onestà e validità, nella scienza come nella politica, non corrono sempre insieme: i santi possono essere serafici o iracondi – diceva un filosofo italiano – ma anche gli scienziati, o i politici – come diceva Machiavelli – possono essere venduti o non venduti: solo i risultati ci diranno chi è stato più bravo.

  5. Innanzi tutto credo sia importantissimo fare attenzione a non confondere una disciplina coi suoi rappresentanti, ovvero l’antropologia con gli antropologi, la chimica con i chimici, o una ideologia politica coi politici. I limiti sono dei ricercatori, non della ricerca. A livello di struttura del sapere e del conoscere, la paleontologia umana non ha meno risorse concettuali della fisica nucleare. Continuo a voler sottolineare che la scienza non scopre, ma piuttosto interpreta. Che l’interpretazione sia giusta o sbagliata, utile o inutile, è poi un altro paio di maniche … La superficialità che si riscontra in molte discipline non è intrinseca della disciplina stessa, ma conseguenza di una mancanza di vincoli di cui i ricercatori si approfittano. Non bisogna colpevolizzare a tutti i costi ma nemmeno deresponsabilizzare chi di fatto promuove e beneficia del degrado, a livello scientifico come anche politico o sociale.

    Non sono d’accordo sull’affermazione che quel che conta sia il risultato, almeno non sempre. Come detto, mi sembra una prospettiva che troppo spesso è caduta in mani sbagliate … Anzi, molte volte non conta la meta, ma il cammino. Una montagna si scala spesso per godere del percorso, non necessariamente per arrivare sulla cima.

    E veniamo all’evoluzione. Siamo spesso sulla difensiva per i temi associati al creazionismo, cosa che io non comparto. Credo infatti che il creazionismo integralista sia frutto di una sinergia quasi spontanea tra ignoranza, arroganza, ottusità, e qualche magari importante intrallazzo personale. Ergo, non mi sembra il caso di mettere all’ordine del giorno della tavola alta un qualcosa avulso da logica, razionalità, rispetto, e conoscenza. Insomma, non vedo nel creazionismo un tema di discussione serio, e credo che dargli importanza faccia solo pubblicità a qualcosa che non ce l’ha. Ma con tutta la pressione dei media e dell’accademia alla fine ecco che gli si da corda, e di qui la difensiva di cui sopra. Allora, se da una parte non mi metto evidentemente a difendere il creazionismo, non voglio nemmeno difendere a tutti i costi una accademia di scarso valore solo per contrastare il creazionismo! Mi sembrerebbe una situazione surreale: difendere una posizione spesso indecente per non avvallarne un’altra talmente improponibile che di fatto non avrei mai pensato di proporre! I fatti parlano da soli … gran parte della comunità scientifica reputa gli studi evoluzionistici o paleontologici di bassa lega, in molti settori nemmeno si considerano le pubblicazioni di questo campo per mancanza di affidabilità … i dipartimenti di antropologia stanno chiudendo dovunque per mancanza di iscritti (a Roma ha chiuso quest’anno tutto il corso di biologia evolutiva, e il dipartimento di antropologia è stato agglomerato parte in quello di molecolare, parte in quello di … botanica!!!). Ovvero, qualcuno da dentro sta lavorando molto male! Credo anche che spesso si parli tanto di creazionismo perché criticare e mettersi contro qualcosa è sempre più facile che proporre … Di fatto in Italia si parla più di anti-creazionismo che di biologia evoluzionistica!!!

    E sui risultati che ci diranno chi è stato il più bravo … non so … tutto è relativo … più bravo in che? La storia la raccontano i vincitori … e non sempre vincono i più corretti …

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