Macrosupremazia

Con il termine Macrocognizione potremmo generalmente definire un approccio olistico allo studio della mente, che mira a valutare come essa si interfaccia con le ovvie regolaritá dell´esperienza umana, piuttosto che suddividere la mente in una serie di unitá teoriche, definite in condizioni di laboratorio mediante una serie di evidenze sperimentali. Di conseguenza, un approccio macrocognitivo produce una teoria del “Ricordare”, piuttosto che della memoria nelle sue suddivisioni a breve e lungo termine, si concentra sull´Essere attenti, piuttosto che sui limiti della capacitá dei canali attentivi e cosí via. In evoluzione cognitiva, dunque, una prospettiva di questo tipo focalizza l´attenzione sulla variazione delle intere architetture cognitive, piuttosto che sul potenziamento di singole funzioni inquadrabili a livello microteorico.
Tuttavia, sebbene l´approccio inziale di Mithen (1996) potrebbe essere ascritto all´ambito macroteorico, ad oggi l´impianto teorico piú noto in archeologica cognitiva (Coolidge & Wynn, 2005) é fondato su una applicazione del modello tripartito di Alan Baddeley della Working Memory ed in quanto tale concentra l´attenzione sul potenziamento quantitativo delle funzioni della WM, assumendo cosí una chiave interpretativa che sembra essere esclusivamente micro-teorica. In realtá, una alternativa macroteorica a questo approccio é stata fornita a partire dal 2007 da Philip Barnard, che ha proposto una applicazione della sua efficace, quanto complessa, teoria degli Interacting Central Subsystems (ICS) in archeologia cognitiva. Una sintesi di questo intricato modello risulta praticamente impossibile nello spazio di un post, ma ai nostri scopi é necessario tenere a mente le seguenti linee guida. Secondo l´argomentazione di Barnard la mente si é evoluta a partire da fenomeni di differenziamento di una architettura cognitiva a 4 subcomponenti, nella quale un sottosistema multimodale centrale, capace di cogliere gli invarianti presenti nelle diverse modalitá di informazione processate, si differenzia gradualmente, dando origine ad ulteriori sottosistemi centrali (prima spaziale prassico, poi morfonolessicale). Questi due sottosistemi generano loop di interazioni con il modulo multimodale e grazie ad esso arrivano ad interagire tra loro nella architettura ad 8 componenti, ipoteticamente associata ai Neanderthal e ad Homo sapiens arcaico, in modo da poter processare una realtá progressivamente piú astratta all´interno di questa rete di interazioni. Quando poi la realtá mentale-linguistica e quella materiale spaziale prassica sono poste a confronto, ecco che si differenzia negli uomini moderni un nono sottosistema in grado di cogliere gli elementi invarianti che incorrono tra  le due realtá, consentendo cosí ad esempio di riempire proposizioni di connotati emotivi, o di pensare a determinate situazioni e al loro contenuto emozionale senza doverle necessariamente sperimentare ogni volta. 
Nonostante la complessitá di cui sopra, il modello di Barnard riesce incredibilmente a far sparire alcuni problemi notevoli inclusi nell´approccio tipo-Baddeley. Ad esempio, le funzioni esecutive sono definite come proprietá emergenti che risultano dall´interazione tra i sottosistemi dell´architettura cognitiva, piuttosto che come enti teorici postulati a tavolino, mentre il problema dell´Homunculus é risolto focalizzando l´attenzione sulla presenza di diversi moduli centrali, piuttosto che di un solo sistema esecutivo difficilmente giustificabile, cosicché anche la teoria del rientro formulata da Damasio in relazione alla coscienza neurale sembra totalmente compatibile con questo impianto.  Inoltre, il modello trova applicazioni in psichiatria e Intelligenza Artificiale e tutto questo adottando una prospettiva macroteorica. Go Ahead Prof. Barnard!

D Garofoli

~ di D Garofoli su febbraio 4, 2011.

2 Risposte to “Macrosupremazia”

  1. Interessante post. Faccio notare che modelli top-down hanno avuto successo perché consone alla metafora della mente/computer quando negli anni settanta cominciava la rivoluzione cognitiva e erano in auge la teoria della informazione e l’informatica. Piccola correzione: la teoria del rientro è di Edelman, non di Damasio.

  2. In effetti hai ragione a dire che la teoria del rientro, nella sua versione originale, é di Edelman. Tuttavia la citazione presente nel post fa riferimento alla versione discussa proprio da Damasio nel libro “Emozione e Coscienza”, dove la teoria del rientro é estesa con il concetto di mappe di terzo ordine e elaborata in una versione un pó piú “neurologica”.

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