Cyrano

Se già nei secoli dell’arma bianca ne uccideva più la penna che la spada mi chiedo se ad oggi, tra internet e comunicazione globale, le parole possano essere interpretate come armi di distruzione di massa. Senza dubbio le parole sono importanti. All’occorrenza comunicano, informano, nascondono, confondono, convincono di qualsiasi cosa. Nella nostra era dell’apparire soprattutto colorano, mimetizzano, mascherano, e adornano. Nello spettacolo come nella cultura, soprattutto quando cultura viene sconsideratamente trasformata in spettacolo. Se ci mettiamo anche le specializzazioni e i tecnicismi propri del nostro tempo, il risultato è da un lato un fiorire di termini nuovi tanto roboanti quanto vacui, dall’altro il riciclo e la svendita di quelli vecchi. Dietro un brodo di idee, pionierismi, proposte e speranze, ma anche incompetenze, accademicismi, luoghi comuni, sponsorizzazioni massmediatiche e quant’altro, coniare un nuovo termine non costa nulla, a parte le spese per la nuova cartellonistica dipartimentale. Anche alla luce della poca stabilità e della scarsa robustezza didattica e educativa dei percorsi accademici, reinventarsi vuol dire ribattezzarsi, cambiarsi il nome per restare gli stessi. Una pittata alla facciata alla fine può costare molto meno che investire in professionalità e cultura. In questo contesto si può forse considerare anche la fioritura di “scientificizzazioni” selvagge di tutto ciò che voglia dar garanzia di colto.  Ed ecco che al posto di una archeologia, di una sociologia, o di una storia, troviamo una mattina le scienze archeologiche, le scienze sociali, le scienze storiche, e le scienze umanistiche. Tanto che male fa, sono solo parole. Scienza e Conoscenza vengono rimischiate come un mazzo da gioco, tutti sono scienziati, tutti sono ricercatori, in quanto qualcosa staranno pure cercando e ri-cercando. E se qualcuno notasse una certa inconsistenza sempre si può utilizzare il vecchio sofisma dell’assenza di confini netti, per poi giustificare con debito illusionismo l’assenza di regole, di verifiche, di merito, e soprattutto di sensatezza. Da qui una riflessione. Coi tempi che corrono il ricercatore scientifico è stato formato psicologicamente e amministrativamente per pubblicare articoli, produrre articoli. Conta il fattore di impatto e la somma delle pubblicazioni, non il loro contenuto. Ovvero ti pagano per pubblicare. E allora, in questo contesto di reinventarsi a costo zero, ho preso una decisione: quando mi chiedono di che mi occupo, io risponderò fieramente “Sono scrittore”!

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su dicembre 20, 2010.

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