Jātis, Varnas and Pariahas

Una analisi della storia della scienza permette di comprendere come il piú delle volte un modello teorico sia tanto solido quanto passibile di conferma a partire da molteplici prospettive di analisi. Ció spiega il perché gli approcci multidisciplinari abbiano spesso un potere euristico che supera quello di indagini monotematiche e “lineari”. E se questo é valido in generale anche per le scienze epistemologicamente piú rocciose, diventa poco meno che un dogma nelle discipline in cui la sfera delle probabilitá sembrerebbe definire l´oggetto stesso di indagine. Per quanto riguarda l´evoluzione cognitiva umana, dunque, un buon modello teorico é quello costituito a partire dall´integrazione di evidenze archeologiche, paleoantropologiche, neuroscientifiche e transculturali, ed un impianto teorico che riesca a soddisfare le necessitá dei differenti domini di indagine costitutivi, potrebbe di conseguenza essere considerato una buona approssimazione della realtá, almeno fino a prova a contraria.

Tuttavia, se questo concetto é valido in linea teorica, il diabolico realismo ci riporta con i piedi a terra, mettendoci a confronto con quelle che da Kuhn in poi sono considerate le variabili non scientifiche del la scienza. Cosí, consolidata l´idea che per fare ricerca non sia necessario produrre fantastici modelli integrati, ma sia sufficiente avere un gruppo di qualche decina/centinaia di persone che seguono le dinamiche interne alla casta, ci troviamo ad osservare dei fantastici filoni paralleli scorrere assolutamente indisturbati l´uno accanto all´altro, limitando le interazioni il piú possibile per non sconfinare nel territorio altrui, dove tutto puó succedere.

Ergo, nel dettaglio, abbiamo una archeologia del Paleolitico semplicemente immune alle evidenze prodotte dai paleoantropologi, i quali, dal canto loro, non si immischiano piú di tanto nelle faccende dei cugini, mentre le neuroscienze tradizionali pescano ogni tanto nel calderone, con il risultato che si vanno a definire vari livelli di autoreferenzialitá. Un esempio emblematico di ció riguarda l´ormai datato dibattito sulla acculturazione dei Neanderthal, il Castelperroniano e le culture di transizione, che ha mosso i suoi passi, per quanto io ne sappia, esclusivamente su un binario “culturalista”, ignorando selettivamente l´idea di includere una prospettiva psicologica e dunque biologica nella trattazione. Cosí ad oggi continuiamo ad assistere all´uscita di articoli sull´onda del pensiero dominante in archeologia del Paleolitico, che mirano a dimostrare con sempre nuove collezioni quanto i neandertaliani siano piú o meno moderni e quanto la loro modernitá sia piú o meno uguale a quella di Homo sapiens.  Analisi del comportamento senza psicologia cognitiva dunque, simbolismo senza semiotica, e disinteresse per la paleoneurologia. Ma il punto é che non esiste solo un rifiuto ad aprire il discorso a nuove prospettive: il vero problema é che anche le ipotesi e i modelli giá pubblicati vengono sacrificati in nome della autoreferenzialitá. Ad esempio, Wynn e Coolidge nel 2004 hanno prodotto un ottimo modello multidisciplinare che propone la memoria a lungo termine e l´intelligenza cristallizzata come forma di pensiero dominante nei neanderthaliani e l´emulazione (applicazione di regole proprie per ottenere risultati altrui) come possibile chiave per risolvere il dilemma del Castelperroniano, senza dover lanciare ogni volta l´idea di microculture di transizione basate sulla “innovazione indipendente” o parlare di capacitá imitative che porrebbero comunque notevoli interrogativi evolutivi.  Eppure, nonostante sia sostenuta da un contesto multidisciplinare che la rende notevolmente piú solida dei modelli concorrenti, sono convinto che questa idea non abbia prodotto grosse rivoluzioni, né suscitato un nuovo dibattito in materia, forse perché le teorie formulate da un manipolo di avanguardisti in fondo sono viste a loro volta come autoreferenziali… Ed eccoci qua dunque, in attesa dell´ennesimo lavoro che dimostri le inequivocabili capacitá di innovazione nei neandertaliani.  Che il dibattito (?) inizi. 

D Garofoli

~ di D Garofoli su dicembre 3, 2010.

Una Risposta to “Jātis, Varnas and Pariahas”

  1. […] cui tali ricerche sono destinate. Per un approfondimento in materia vi invio nuovamente al post Jati, Varnas & Pariahas, nel quale avevo discusso il problema limitandomi all’esempio della archeologia del […]

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