Franz

La riscoperta dei classici. Soprattutto adesso che i classici sono disponibili in rete. Altrimenti può essere difficile scartabellare cercando un volume delle Transactions of the American Philosophical Society del 1941, e leggere di come Franz Weidenreich aveva già dettagliatamente focalizzato in quegli anni gran parte dei problemi ancora attualissimi degli studi craniologici in paleoantropologia. Quanto tempo deve passare perché un autore e i suoi scritti vengano esclusi dal comune bagaglio conoscitivo di una disciplina? E quanto tempo è necessario per recuperarli facendoli rientrare ufficialmente come riscoperta dei classici? Weidenreich nasce nel 1873 in Germania, preparazione medica, embriologia e ematologia, Università di Strasburgo, poi Heidelberg, poi l’affiliazione alle istituzioni cinesi, e una carriera sul Sinantropo di Pechino e sull’evoluzione umana. Con la guerra i reperti di Zhoukoudian spariscono, e gli ebrei vanno negli Stati Uniti d’America. Weidenreich si associa all’Università di Chicago e all’American Museum of Natural History di New York. Negli anni trenta afferma che “l’espansione dei lobi frontali nell’evoluzione umana è una leggenda”, e che le aree più coinvolte in questo processo sono invece quelle parietali.

Il testo del 1941 (un panettone di 123 pagine) è una summa di craniologia funzionale, di una qualità tale che per molti aspetti potrebbe risultare incredibilmente pioneristico anche oggi. Di fatto, molti dei concetti sviluppati in quel testo sono stati poi seriamente presi in considerazione solo negli ultimi dieci anni, e in gran parte della comunità scientifica ancora nemmeno hanno attecchito. Si parte dalle suture, dai processi morfogenetici che correlano cause e conseguenze tra la morfologia del cranio e le loro dinamiche ontogenetiche, nella specie umana come nelle scimmie antropomorfe. Poi, in un’ottica assolutamente evodevo, passa a considerare le variazioni allometriche nelle razze canine e in altri taxa dove l’escursione delle dimensioni del cranio è notevole, cercando le relazioni strutturali e funzionali tra neurocranio, basicranio, e strutture facciali. Evidenzia la componente eterocronica, senza sapere che decenni dopo qualcuno la chiamerà così. Afferma che nel cranio ci sono livelli di integrazione e di modularità per i quali i caratteri non hanno tutti lo stesso valore, ma si dividono in cause e conseguenze, e il vero studio morfologico sta nell’analisi delle loro correlazioni.

Dai cani passa ai felini, poi ai primati. Tra considerazioni allometriche e eterocroniche, analisi anatomiche di estremo dettaglio, e esempi fulminanti di craniologia funzionale, traspone tutto il blocco di inferenze all’evoluzione umana, considerando le differenze tra l’uomo attuale, il Sinantropo, e le scimmie antropomorfe, e utilizzando le forme microcefaliche come esperimento anatomico d’eccezione. Graficamente applica tecniche di superimposizione geometrica, per normalizzare i dati. Valuta possibili influenze dei muscoli e degli elementi facciali nell’interazione con la morfogenesi cerebrale. Considera capacità cranica e metrica di encefalizzazione cosí come i caratteri vascolari dell’arteria meningea media. Affronta qualitativamente e quantitativamente il problema della ritenzione dei caratteri giovanili, della relazione tra embriogenesi e filogenesi. Inquadra il tutto nell’organizzazione spaziale delle componenti endocraniali, e nei loro rapporti con il resto del corpo. Confida con speranza e aspettativa nel futuro sviluppo della genetica, ma afferma anche che la vera chiave di interpretazione sta nell’integrazione tra anatomia comparata e paleontologia. Arriva a concludere che nell’evoluzione del cranio umano il vero unico e universale fattore è l’aumento del volume cerebrale, potendo interpretare il resto come aggiustamenti e conseguenze secondarie di questa primaria necessità. Il tutto – e qui si crea la frattura con una sua impressionante modernità – in un’ottica assolutamente e indubbiamente ortogenetica: l’evoluzione è una scala, lineare, con stadi e fasi di passaggio, dal primitivo all’evoluto, un percorso obbligatoriamente direzionale e progressivo. Una volta innescato il meccanismo, congenito e intrinseco nel modello biologico, l’evoluzione si canalizza, e segue quasi automaticamente un destino e un progetto che a quel punto è scritto.

A causa degli eccessi finalisti in odor di religione o di epurazione etnica perpetrati da tutte le società in tutti i tempi e luoghi del pianeta, da Steven Jay Gould in poi la visione ortogenetica è ritenuta eresia e bestemmia nell’elite evoluzionistica. Poi peró gli studi di integrazione suggeriscono predisposizioni e parallelismi tra i modelli animali, fino ad arrivare alla quantificazione di “linee di minima resistenza” che creano traiettorie nelle probabilità di cambiamento, adattativo e non. Forse quindi, a pensarci bene, e senza confondere ortogenesi con teleologia, dovremmo cercare di capire bene cosa aveva visto Weidenreich con occhi che evidentemente avevano una gittata ben più lunga della gente del suo tempo.

 

E Bruner

 

Franz Weidenreich, Biografia (WK Gregory, 1949. Am. Anthropologist, 51: 85-90)

~ di Emiliano Bruner su novembre 25, 2010.

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