L’anello del miceneo

Fino ad ora abbiamo parlato di neuroarcheologia come della scienza che studia l’evoluzione dell’interfaccia artefatto-cervello (BAI) nel genere Homo, ma in termini che potremmo definire esclusivamente sostanziali. La neuroarcheologia, ponendo in relazione le analisi paleoneurologiche con il record artefattuale delle differenti specie umane e completando il quadro con le evidenze neontologiche offerte dalle neuroscienze cognitive, si occupa di definire le variazioni della struttura cognitiva umana, l’acquisizione di nuove funzioni in relazione all’evoluzione del sistema nervoso, ecc… Dunque, in questo modo, potrebbe essere definita come lo studio delle variazioni essenziali della BAI.

Posto tutto questo, mi chiedevo dunque se fosse possibile produrre una neuroarcheologia differente, cioè un approccio che prenda in considerazione esclusivamente le variazioni formali della BAI e che si occupi di spiegare dunque come a partire da un bagaglio di capacità cognitive fondamentalmente uguali per tutta la popolazione umana, sia possibile indagare sulla variazione quantitativa dei flussi di informazione attraverso la BAI. In altre parole, mi domandavo se fosse possibile produrre una neuroarcheologia delle popolazioni storiche, che vada ad occuparsi di come il medesimo sistema neurocognitivo si sia a rapportato di volta in volta alle varie culture materiali prodotte nella storia umana, variando dunque il modo di interpretare la realtà, piuttosto che le sue proprietà costitutive.

Una prospettiva di questo tipo è stata già parzialmente considerata da Lambros Malafouris, che in un lavoro del 2008 ha posto le basi per un tale approccio, descrivendo l’esempio di un anello funebre miceneo e di come questo oggetto, al di là del potere iscrittivo che lo caratterizza, permettesse di costruire un nuovo senso del “sè”, esteso alla realtà materiale esterna (aka tectonoetico), in grado di fungere da interfaccia tra la noesi (memoria semantica) e la autonoesi (memoria episodica). Ma posto che il senso del sè rappresenta a mio parere un concetto troppo sfuggente per avanzare una valida analisi comparativa, a partire da questo spunto di Malafouris, mi chiedo se sia possibile delineare un metodo scientifico per una neuroarcheologia delle popolazioni storiche. Personalmente, sono convinto che il metodo dovrebbe ricalcare formalmente quello utilizzato dalla neuroarcheologia interessata all’evoluzione cognitiva, cioè basato sul confronto tra dati neontologici e record archeologico. A partire dunque dalle analisi di neuroscienze culturali, potrebbe essere identificata, in differenti popolazioni e culture umane moderne, una variabile come il “potenziamento della memoria a lungo termine” prodotta dall’uso di artefatti paragonabili all’anello del miceneo, per poi produrre un modello a partire dal quale speculare a ritroso sull’effetto di artefatti simili nelle culture del passato. Se è possibile muovere speculazioni sulle funzioni cognitive di specie umane estinte, a partire dal record archeologico e dagli studi neuropsicologici, forse potrebbe essere lecito fare altrettanto sul rapporto cognizione-cultura nelle popolazioni storiche, ma basando il confronto sulle analisi etnografiche comparate, le neuroscienze culturali e l’archeologia “storica”.

D Garofoli

~ di D Garofoli su ottobre 29, 2010.

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