Neurobytes

La museologia inzia la sua storia col fascino della wunderkammer, angolo esotico di fantasie coloniali e odori lontani … Si può ben dire che, dopo secoli di evoluzione epistemologica delle scienze museologiche, nell’emozione collettiva ancora resta il sapore romantico di quella ostentazione scoordinata e polverosa persa nelle sensazioni di viaggi, di terre, e per forza di cose di una buona razione di immaginazione. Ma adesso mi tocca rompere il sapore scenografico del contesto museale, arrivando ai nostri giorni. E nei nostri giorni le dinamiche che stavano dietro alla wunderkammer (o alla museologia tradizionale successiva) sono impensabili: uccidere centinaia di esemplari e trafficare carni e individui per tutto il pianeta è per molte specie animali (fortunatamente) illegale, o comunque eticamente impensabile, o comunque praticamente infattibile. Allo stesso tempo abbiamo piccole unità digitali che non solo si riproducono a piacere, ma viaggiano molto più velocemente, si maneggiano con relativamente pochi problemi, e contengono molta informazione. Per quanto riguarda gli aspetti anatomici e morfologici (che sono stati da sempre campi di studio molto rilevanti nel contesto museologico) e chiaro che, almeno nella loro componente di archivio biologico e conservazione dell’informazione naturalistica, i supporti digitali vanno sostituendo i cassettoni antichi e le vetrine ostensorie dei magazzini museali. E se il materiale in vivo ormai non si accumula quasi più, aspettando solo il degrado entropico del tempo, quello digitale è in esplosione un po’ in tutti i settori. Se questo è vero per molti gruppi zoologici, lo è in particolar modo per le collezioni antropologiche. I curatori sono tecnici informatici, la logistica è affare elettronico organizzata in terabytes, e il silicio sta sostituendo la formaldeide, essendo non solo meno ingombrante ma soprattutto molto meno tossico. A parte la conservazione, un’altra colonna portante della museologia è l’integrazione con la ricerca, e anche qui cause e conseguenze vengono da se, essendo questi database associati in genere proprio a grandi istituzioni scientifiche, come (in antropologia e paleontologia umana) per il progetto NESPOS e per il progetto EVAN. A questo punto le principali collezioni di crani, calchi endocranici, e encefali, si trovano custoditi nei dischi esterni di immagazzinamento digitale dei laboratori scientifici. E mentre la rete di cambi e scambi digitali evolve spesso in geopolitiche da mercanteggio e manovre da spionaggio scientifico, si cominciano a vedere interessanti alternative dove la condivisione dei dati digitali si fa sempre più accessibile. Il progetto ORSA (Open Research Scan Archive) include risorse antropologiche, primatologiche, e paleontologiche. Il progetto fMRIDC (fMRI Data Center) invece rende disponibili dati di risonanza magnetica cerebrale. Ovviamente il discorso vale anche per le risorse zoologiche in generale, dove il progetto Digimorph è stato solo il primo successo di una serie di proposte che a questo punto è doveroso tener in conto sul fronte delle collezioni museologiche e della ricerca associata. A questo punto se qualcuno vi invita a casa sua a vedere la celeberrima collezione di farfalle … se volete declinare soavemente potete semplicemente dirgli di mandarvi il link!

E Bruner

Sul tema della condivisione dei dati digitali in antropologia vi ricordo la pubblicazione di una serie di articoli tematici sul Journal of Anthropological Sciences:

Sharing databases in the age of the digital anthropology (2008)
Sharing databases in the age of the digital anthropology (2009)

~ di Emiliano Bruner su ottobre 5, 2010.

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