Neuroview: Alberto Oliverio

Le scienze cognitive sono spesso caratterizzate da confini sfumati e campi disciplinari terminologicamente poco facili da definire. Psicologia, neuropsichiatria, neurologia, neurobiologia, hanno sempre rappresentato terreni comuni di prospettive differenti, dove a parte i limiti giuridici del clinico e del non-clinico e quelli dei taciti accordi accademici nella divisione del lavoro tra medici, biologi, e psicologi, i contenuti e i rispettivi mandati sfumano in genere soprattutto al momento di interagire con la sfera sociale e divulgativa. Alberto Oliverio rappresenta in questo senso in Italia il tentativo di fornire un’integrazione operativa nella ricerca neuroscientifica, un tentativo chiamato Psicobiologia.

Come si può definire la Psicobiologia, quale è il suo ambito scientifico, analitico, e culturale?

“Psicobiologia” è un termine nato a metà degli anni Sessanta del Novecento quando all’Università di California, Irvine, venne creato il primo Dipartimento di Psicobiologia. In Italia la prima cattedra fu assegnata nel 1971 al premio Nobel Daniele Bovet nella Facoltà di Scienze dell’Università di Roma. La psicobiologia si rivolge alla dimensione biologica delle attività psichiche, vale a dire alla biologia dell’apprendimento e memoria, dell’emozione, del sonno, della stessa coscienza. Il suo approccio è riduzionistico ma una lettura del comportamento di tipo psicobiologico non esclude altre chiavi di lettura, in particolare, per quanto riguarda il comportamento umano, quella psicologica e quella sociologica.

Dove si fa in Italia questo tipo di ricerca?

C’è il gruppo della Facoltà di Scienze dell’Università di Roma da cui hanno avuto origine altri centri, quello della Facoltà di Psicologia della stessa Università, di biologia del comportamento presso l’Istituto di Neuroscienze del CNR, dell’Istituto Superiore di Sanità. Ma ormai le ricerche di psicobiologia sono diffuse in tutta Italia, dal Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino, a Milano, Verona, Parma, Pisa, Firenze, solo per indicare alcuni gruppi molto attivi. Devo dire che è ormai difficile differenziare la Psicobiologia da altri aspetti delle neuroscienze, in particolare da alcuni aspetti della ricerca nell’ambito della neuropsicologia o della neurofisiologia.

Quale è la carriera universitaria che meglio si adatta ad una preparazione in questo settore?

E’ necessaria una preparazione in ambito biologico con una conoscenza dei diversi aspetti delle neuroscienze. Se si proviene da Medicina o Psicologia è utile allargare le proprie conoscenze alla biologia evoluzionistica e a diversi aspetti di base dell’anatomia e fisiologia del sistema nervoso. La Psicobiologia però, come tutte le discipline empiriche si basa sulla pratica e sulla formazione in laboratorio, un aspetto che fondamentale della Laurea magistrale in Neurobiologia e del Dottorato in Psicobiologia presso la nostra Università.

Quali sono stati maggiori successi storici e recenti in campo psicobiologico?

Paradossalmente direi che il successo maggiore è stato di tipo culturale: l’avere diffuso il messaggio che la mente ha una dimensione biologica, un messaggio che soprattutto in Italia ha incontrato notevoli resistenze. Dal punto di vista più concreto citerei gli studi sulle basi biologiche della memoria, sul ruolo di nuclei del sistema limbico come l’amigdala in rapporto all’emozione o del ruolo dei gangli della base nei meccanismi di rinforzo e apprendimento.

Sfide e aspettative nel futuro più prossimo?

Arrivare a una dimensione più integrata dei rapporti tra cervello e mente. Spesso, soprattutto in molti studi di neuroimaging, si attribuisce un rapporto troppo univoco ai rapporti tra un particolare nucleo nervoso e un particolare comportamento. Ma nell’ambito di una vasta rete funzionale ogni singolo nucleo o area corticale è difficilmente la sede unica di un particolare processo nervoso. La sopravvalutazione dell’attività preponderante di una specifica struttura nervosa ha avuto in passato la conseguenza di portare a una sottovalutazione degli altri nodi della rete, come nel caso dei modelli più “classici” e semplificanti del linguaggio che si limitavano a localizzarlo nell’area di Broca, di Wernicke, ignorando invece il ruolo di strutture sottocorticali come i gangli della base. A ciò si aggiunga il fatto che i meccanismi di plasticità nervosa possono implicare massicce riconversioni funzionali di un’area normalmente implicata in un’altra funzione: l’esempio più clamoroso è quello della riconversione funzionale e strutturale della corteccia uditiva degli animali dopo che su di essa sono stati istradati stimoli di tipo visivo cosicché gli animali “vedono” con la corteccia uditiva. Ecco quindi che la sfida maggiore è guardare al cervello nel suo insieme ma anche alle sue dimensioni individuali.

E Bruner & A Oliverio

~ di Emiliano Bruner su settembre 10, 2010.

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