Parietal R-evolution

Mentre continua la tombola molecolare gene per gene in una gara a chi arriva prima a dimostrare che tra uomo e scimpanzé  ci sta solo una buona seduta di fotodepilazione, e ci si sforza di riconoscere una sfumata continuità tecnologica tra un lecca-lecca al gusto di termite e un pendrive 2.0, vale la pena ricordare che invece le differenze cerebrali tra Homo sapiens e le altre scimmie antropomorfe potrebbero essere piuttosto serie. Torna la neurometrica di Neubauer e colleghi, stavolta comparando i cambiamenti ontogenetici endocranici della nostra specie con quelli dello scimpanzé (Neubauer et al., J Hum Evol 2010). Se già alla nascita le differenze nella forma cerebrale sono marcate e discrete, la distinzione più notevole avviene subito dopo, proprio nel primo periodo di vita. Di fatto, lo scimpanzé manca totalmente di quella fase di espansione parieto-cerebellare che rivoluziona e caratterizza la morfologia cerebrale della nostra specie tra la nascita e lo sviluppo della dentizione decidua. Quando poi la crescita del volume encefalico comincia a raggiungere il suo plateau il cambiamento morfogenetico cerebrale nelle due specie segue uno schema più simile e comparabile, associato non tanto alle  variazioni (primarie) corticali quanto soprattutto alle variazioni (secondarie) delle relazioni spaziali tra faccia, volta, e base del cranio, relativamente molto affini in tutti i Primati.  La sintesi: se a livello paleoneurologico Homo sapiens si distingue per una espansione relativa delle aree parietali, questa espansione potrebbe essere associata a processi morfogenetici della prima fase post-natale, processi che di fatto sono assenti nelle scimmie antropomorfe.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su settembre 1, 2010.

4 Risposte to “Parietal R-evolution”

  1. …e come si collega tutto cio’ al vecchio concetto di neotenia?

  2. Dunque, l’articolo tratta anche specificatamente di questo tema. Innanzi tutto una breve premessa, duplice. Da un lato tutto il contesto analitico e teorico che gira intorno a “allometria” e “eterocronia” grazie a persone come SJ Gould (dagli anni ’70) o BT Shea(‘80-‘90) si è incredibilmente sviluppato, dando chiavi di lettura estremamente complete e potenti, soprattutto nella sfera anatomica e morfologica. L’applicazione metodologica (numerica) di questi approcci ha però anche da sempre evidenziato che questi concetti devono essere presi in linea di principio, come fattori e componenti dei processi evolutivi e selettivi. Non bisogna cioè pensare di trovare poi definizioni e principi letteralmente espressi nel risultato filogenetico o ontogenetico. Allo stesso tempo il fascino di questi concetti e la loro complessità li hanno resi sensibili a abusi e interpretazioni molto superficiali, che ahimè hanno generato dibattiti spesso abbastanza esterni al vero contesto scientifico e a volte davvero poco produttivi. Una buona parte della letteratura su “neotenia umana” è a mio avviso frutto di generalizzazioni leggere e confusioni terminologiche, amplificate dalla valenza morbosa dell’interesse per l’evoluzione della nostra specie da parte del pubblico più o meno specializzato.

    Detto questo, segue una importante precisazione metodologica. A livello degli studi classici su allometria e eterocronia, si può cercare di interpretare il risultato numerico (in genere analisi di correlazione bivariata) in termini di significato biologico. A livello multivariato, questa interpretazione (così come l’interpretazione di coefficienti o parametri matematici associati ai vettori di regressione o covariazione) è non solo difficile, ma sconsigliabile e probabilmente a volte fuorviante. Alcuni lavori di P Mitteroecker citati nell’articolo di Neubauer e colleghi affrontano il tema.

    Il tema evoluzione umana e neotenia è relativamente chiaro. I cambiamenti nei tempi o nei tassi di sviluppo (eterocronia) producono variazioni filogenetiche in funzione delle regole che gestiscono i rapporti spaziali e geometrici tra gli elementi (allometria). Ma questi processi avvengono a vari livelli, agendo differentemente (a volta in maniera dipendente, a volte con influenze reciproche complesse) su differenti organi o tessuti. Cercare quindi un riscontro unico e univoco di un solo processo per spiegare un cambiamento filogenetico è troppo semplicistico, poco reale, e poco utile. La linea filogenetica umana è con ogni probabilità anche il risultato di un rallentamento dei tassi di crescita e sviluppo, che da un lato hanno influenzato la morfologia della nostra specie (facendoci apparire grandi cuccioli di scimmia) e il nostro comportamento (adulti più curiosi e più sociali). C’è della neotenia, ma essendo definita questa letteralmente e specificatamente come un rallentamento dei tassi di sviluppo senza rallentamento dei tempi di crescita non può ovviamente spiegare tutta la morfologia e tutte le variazioni biologiche di tutte le componenti anatomiche, fisiologiche, e molecolari del genere umano.

  3. Quindi se ho capito bene si tratta di una triplice relazione tre 1) i tassi di sviluppo 2) i tempi di crescita 3)i rapporti spaziali tra gli elementi. Nulla è univoco,ma i piani sono interconnessi. Ma questo non contraddice il concetto “base” della neotenia, per come è stato divulgato al grande pubblico.
    In questo senso l’articolo di Neubauer e colleghi si focalizza in modo particolare sui primi mesi dopo la nascita.
    (Giusto?) Ma qual è la relazione tra lo sviluppo cerebrale e la dentizione decidua?

  4. SJ Gould propose di interpretare i processi eterocronici in base a tre componenti: i tassi di accrescimento (cambiamento di taglia), i tassi di sviluppo (cambiamento di forma), e i tempi di maturazione (fine della morfogenesi). Il termine “neotenia” viene spesso usato semplicemente per dire “ritenzione di caratteri giovanili”. In questo senso si può usare in molti contesti, ma vuol dire davvero poco. Invece a livello “tecnico” neotenia si ha quando, rispetto a un modello ancestrale, una specie presenta lo stesso tempo di maturazione, lo stesso tasso di accrescimento, ma un tasso di sviluppo più lento. Il cambiamento del “sincronismo” tra accrescimento e sviluppo porta a cambiare gli schemi di relazione spaziale tra le componenti anatomiche (ovvero, a cambiare i rapporti allometrici). Il “nuovo adulto” ha la dimensione di un adulto ma le proporzioni di un individuo giovane. Ora, per una salamandra è facile: l’aspetto di un cucciolo (con tanto di branchie) ma la taglia di un adulto. Per una cosa più complessa come una scimmia antropomorfa (o per il cervello umano) qualcosa di così “semplice” non è esaustivo. A partire dal fatto che il cucciolo uomo ha le dimensioni (encefaliche) non uguali ma addirittura triplicate rispetto al suo supposto antenato!

    Questo è un articolo incredibilmente informativo su questi temi:

    Shea BT (1992) Developmental perspective on size change and allometry in evolution. Evol Anthropol 1: 125-134.

    Tornando all’articolo, la relazione con la dentizione è solo metodologica i questo caso: essendo i dati anagrafici degli scimpanzé di difficile gestione non solo nell’informazione disponibile ma anche nel valore biologico che possono avere (mancanza di “omologia”, di corrispondenza, tra le età dell’uomo e quelle degli scimpanzé), si usa spesso come in questo caso la dentizione per stabilire classi di età confrontabili. La dentizione è un marcatempo molto affidabile a livello specie-specifico, molto conosciuto, e strettamente correlato a tutti gli altri parametri del ciclo biologico. Quindi risulta molto utile al momento di dover stabilire gruppi di età di confronto. L’ampliamento parieto-cerebellare descritto nell’articolo avviene tra la prima e la seconda classe di età del campione, ovvero tra la nascita e lo sviluppo della dentizione decidua.

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