Il macaco espanso

La formazione delle circonvoluzioni cerebrali da sempre è stata oggetto di attenzioni preferenziali da parte dei neuroscienziati di tutte le epoche e di tutte le scuole. Considerando le differenze incredibili nel grado di convoluzione corticale nei Mammiferi come più in dettaglio nei Primati, e l’importanza del “folding” nel gestire le relazioni geometriche tra i volumi cerebrali e le superfici della corteccia, è evidente che il tema abbia da sempre rappresentato un punto caldo delle questioni neuroanatomiche funzionali e evoluzionistiche. Viene pubblicato questo mese (Hill et al., PNAS – open access) un lavoro sugli schemi di espansione corticale nell’ontogenesi e nell’evoluzione umana. L’articolo è chiaramente interessante, e i risultati sia descrittivi che quantitativi sono senza ombra di dubbio rilevanti .

L’espansione corticale non è affatto omogenea dalla nascita all’età adulta. Alcune regioni cerebrali raddoppiano le loro superfici in questo periodo, mentre altre le quadruplicano. Le aree che si espandono maggiormente sono la temporale laterale, la parietale laterale , e la dorso-mediale prefrontale, con schemi simili in entrambi gli emisferi ma più accentuati nell’emisfero sinistro. Le differenze nel grado di espansione  corticale post-natale possono dipendere da un differente livello di maturazione delle regioni corticali alla nascita (quelle meno mature si devono dare più da fare), da differenze nei tassi di crescita e sviluppo,  o ancora da un diverso livello di complessità funzionale. L’interesse cresce quando si trovano forti correlazioni tra gli schemi ontogenetici umani e quelli di un confronto tra uomo e macaco, ovvero … l’ontogenesi ricapitola disgraziatamente nella filogenesi! Insomma, il lavoro è interessante davvero, ma poi al discutere gli eventi subentra il cliché …

Gli autori riportano che una divergenza tra la linea filetica umana e quella del genere Macaca risale a circa 25 milioni di anni fa, ma poi cadono nel solito triste e mediatico errore di chi non utilizza (o addirittura non valora) un approccio zoologico e evoluzionistico vero e proprio: pensare che in questi 25 milioni di anni il povero macaco non sia cambiato di una base azotata, rimanendo uguale a se stesso e quindi al nostro arcaico e quadrumane antecessore. E’ invece abbastanza logico pensare che come la linea umana anche quella del macaco abbia accumulato qualche variazione in 25 milioni di anni, e chiaramente non possiamo sapere quanto della sua anatomia sia precedente alla separazione con la nostra storia e quanto sia invece successiva e specificatamente “macachiana”. E 25 milioni di anni sono molti.

Questo succede quando (come spesso accade nei giri “nobili” della scienza) un pó altezzosamente ci si vuole lucire di evoluzionismo ma senza dar nessun credito agli evoluzionisti. Nell’articolo si parla di evoluzione umana e si sottolinea che l’analisi dell’espansione corticale nelle forme ancestrali può anche considerare “l’informazione limitata del record fossile”, ma poi di questa informazione limitata (ma sincera e diretta) non ce ne è traccia nelle citazioni bibliografiche, che evitano accuratamente di considerare qualsiasi evidenza paleontologica e paleoneurologica. E si che ne troverebbero di riscontri … Allo stesso tempo, l’articolo si centra su ontogenesi e morfologia cerebrale, ma non c’è traccia degli studi pubblicati da Neubauer e colleghi su questo specifico argomento. Quando poi un articolo come questo viene pubblicato in un contesto geopolitico corazzato, sotto l’ala protettrice di David Van Essen (senior author), dietro garanzia diretta di Pasko Rakiç (Editor), e coi soldi del National Institute of Health,  questo tipo di leggerezza risulta un pó stancante. Teniamoci lo studio e i suoi risultati, che sono comunque molto informativi.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su agosto 5, 2010.

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