Open Anthropology

Sono stato recentemente invitato a far parte dell’Editorial Board di una nuova rivista Open-Access, Journal of Anthropology. La rivista è pubblicata da Hindawi, una delle principali società editoriali che si stanno facendo spazio in questa nuova realtà dell’editoria scientifica on-line. Open-Access vuol dire che l’autore si carica le spese di produzione, e a quel punto l’articolo non ha vincoli di copyright e può essere gratuitamente scaricato dal sito della rivista o utilizzato in qualsiasi contesto web. Il mercato offre l’alternativa open-access presentandola come il nonplusultra del “volemosebbene”: la scienza può essere scaricata anche dai poveri disgraziati del mondo che non hanno le risorse economiche per poter seguire le (costosissime) riviste. E’ ovvia l’ipocrisia, in quanto a questo punto i poveri disgraziati del mondo possono scaricare scienza altrui ma non pubblicare la propria, non potendo permettersi i costi di produzione. Dietro a questa pittata di buonismo c’è in realtà il crollo del sistema editoriale su carta: nell’era dei pdf una volta pubblicato il lavoro nessuno lo compra, nemmeno l’autore, perché nel giro di cinque minuti già si trova da qualche parte in digitale. La mancanza di norme chiare su questo tipo di copyright e l’impossibilità spesso di crearne o di controllarle hanno limitato gli abusi incondizionati e spudorati delle multinazionali editoriali, che hanno reagito facendo finta di non prendersela, sorridendo, e inventandosi l’open-access. Tutto questo in un momento favorevole sul piano dei contenuti: sono tutti d’accordo nel riconoscere che gli interessi accademici, le geopolitiche del mercato scientifico, e le lobby universitarie stanno uccidendo la qualità della produzione bibliografica, e qualcosa si deve pur inventare per rinnovare il metodo di pubblicazione e di valutazione della ricerca. Il terzo fattore sono i costi: per gestire una “multinazionale” editoriale open-access c’è bisogno di un portatile e un allaccio a internet. Da un lato questo ha generato molte possibilità, ma dall’altro anche orde di ciarlatani improvvisati che con due soldi montano un mercato a disposizione di chi paga. Di fatto il sistema open-access ha un vizio di forma: l’autore è cliente. E il cliente ha sempre ragione. Così nascono decine di nuove società, genericamente con misteriose sedi orientali ma comunque fisicamente illocalizzabili, che pubblicano allo stesso tempo di ricerca nucleare e di cucina, di cardiologia e di scienze dei bottoni. Siamo agli inizi. Ottime possibilità di un cambio effettivo nella selezione di qualità, in entrambi le direzioni. Occhi aperti.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su giugno 10, 2010.

14 Risposte to “Open Anthropology”

  1. La tua analisi non fa una piega. L’industria (questo ormai è) della produzione e diffusione di pubblicazioni scientifiche è stata, di fatto, completamente soggiogata alle logiche del merchandising e del profitto. Una logica conseguenza del sogno anglosassone di liberalizzazione capitalistica. I due effetti si chiamano, quindi, inflazione e degrado della qualità. L’unica possibilità che vedo per risollevare questa situazione dipende dalla possibilità (e volontà) delle istituzioni di mettere mano al portafogli per sostenere una libera (stavolta in senso vero) e seria politica di selezione e, solo successivamente, diffusione gratuita delle pubblicazioni.

  2. Concordo pienamente, sia con emiliano che con tommaso. C’è da chiedersi che fine faranno le riviste tradizionali che fino a pochi anni fa raccoglievano i contributi più influenti. E’ realistico immaginare che i journal open access continueranno a drenare idee e lavori agli editori tradizionali, determinando un abbassamento della qualità di questi ultimi.

  3. In realtà penso di poter dire, riferendomi al mio settore (ecologia, pesca) che COMUNQUE restano ben poche le riviste alle quali si fa realmente riferimento quando si cercano avanzamenti metodologici o teorici importanti. Ovviamente si tratta di riviste che risentono dei soliti criteri lobbystici nelle dinamiche di pubblicazione. Le altre, però (e quelle Open Access più di tutte), rappresentano principalmente un mezzo per “fare mucchio”, ovvero pubblicare e avere paper da inserire nel curriculum al fine di poter vantare una importante e costante produzione scientifica. Insomma, come dice Emi, paghi per pubblicare, non importa che impatto avrà il tuo lavoro. Il ritorno al Gaussiano “pauca sed matura” pare impossibile ma, in realtà, è proprio questo ciò di cui la comunità internazionale avrebbe bisogno, visto che siamo sull’orlo di un precipizio in cui ognuno dice la sua su tutto… insomma un forma di volano personale come i blog (i presenti sono esclusi dalla critica per cortesia e rispetto intellettuale).

  4. Ne approfitto per fare un pó di pubblicità alla nostra rivista italiana di antropologia (Journal of Anthropological Sciences – JASs), che è davvero open: si pubblica gratis si scarica gratis!!!
    Attenzione a non mischiare le scimmiette, che qui è tutto un gioco delle tre carte in fatto di nomi delle riviste:

    Journal of Anthropology è la nuova rivista della Hindawi:
    http://www.hindawi.com/journals/janth/

    Journal of Anthropological Sciences è l’ex “Rivista di Antropologia” italiana, dell’Istituto Italiano di Antropologia:
    http://www.isita-org.com/

    Anthropological Science è l’ex rivista giapponese di antropologia, della Societá Nipponica di Antropologia:
    http://www.nacos.com/asn/as.html

    Insomma, tutto open, tutto anthropology … un tavolino da campeggio tre carte un asso … puntino signori puntino …

  5. Hanno messo sulle riviste Hindawi questa nota su Article Processing Charges:

    “Journal of Anthropology does not require any page charges, color charges, or article processing charges.”
    http://www.hindawi.com/journals/janth/apc.html

    Per quello che capisco dunque non si paga per pubblicare …
    Interessante, ma … chi paga allora?
    Se in questo caso non paga né l’autore né il lettore, come si regge la baracca? Si accettano delucidazioni e/o elucubrazioni …

  6. Ok, dopo una consulenza con chi se ne intende di politiche editoriali, questa è l’ipotesi corrente:

    1. Queste società hanno molte riviste. Le riviste di settori “ricchi” o comunque già avviate richiedono un pagamento. Guardate per esempio Clinical and Developmental Immunology (Impact Factor = 3.00):

    http://www.hindawi.com/journals/cdi/apc.html

    2. Ogni tanto si aprono riviste nuove, e per un periodo si fa pubblicare senza costi (come per il J. Anthropol.) per lanciare la rivista, incentivare alla pubblicazione, e testare le possibilità del settore …

    3. Se la rivista funziona, allora si metterà prezzo alla pubblicazione (e qui, vedasi il post originario!)

    E se la rivista non funziona? Non so …
    Insomma, la possibilità di pubblicare senza spese è un classico investimento temporaneo a propaganda di prodotto, probabilmente il mistero è risolto …

  7. credo anche io che molte delle riviste “open access” siano un cavallo di troia, forse con l’eccezione di quelle migliori(PLOS, alcuni titoli di BMC). Ovviamente, sono d’accordo sul carattere particolare del Journal of ANthropological Sciences, ma come editor del JASs (nessuna tronfiaggine: il lavoro comprende cose umili e pesanti come correzione bozze, trasporto fisico dei volumi o pratiche di tribunale… visto che il budget e’ molto limitato e chi fa da se’….) ho un evidente conflitto di interesse. Credo che se qualcuno ne avesse la forza, sarebbe interessante fare una analisi delle riviste open access, identificando parametri come:
    – distribuzione geografica
    – indici bibliometrici
    – inclusione nei repertori bibliografici
    – nascita, vita e morte
    – presenza per disciplina
    – andamento dei costi di pubblicazione

    che aiutito a verificare sulla base di dati empirici se, quali e quante riviste OA creano “fuffa” utile ad appesantire curricula, o se invece producano un circuito virtuoso…

    Per capire le dinamiche e le prospettive dell’editoria scientifica potrebbe essere utile, ma chissa’ se qualcuno c’ha gia’ pensato…

  8. Per par condicio ricordiamo anche che nel settore antropologico oltre al JASs sono davvero “open” (non si paga per pubblicare ne per scaricare) anche la già citata rivista giapponese Anthropological Science e la statunitense PaleoAnthropology.

    Nel giro paleontologico va sicuramente fatta pubblicità a Palaentologia Electronica:
    http://palaeo-electronica.org/2010_2/index.html

    Leggete questa intervista a David Polly:
    http://openpaleo.blogspot.com/2010/05/interview-p-david-polly-on.html

    L’intervista non a caso è stata pubblicata sul blog “The Open Source Paleontologist”:
    http://openpaleo.blogspot.com/

    Bisognerebbe incentivare queste situazioni …

  9. carissimi, qui trovate i prezzi di varie riviste open-access,
    dalle riviste PLoS a quelle Hindawi. beh, direi che i prezzi sono allucinanti …. come anche varie affermazioni per giustificare questo tipo di riviste …. http://plos1.files.wordpress.com/2010/03/plosone_grey_low.pdf

  10. Si apre anche l’archeologia … E questa volta il servizio editoriale è italiano (Pavia):

    http://www.pagepress.org/journals/index.php/antiqua/index

    I gestori stanno attualmente cercando un editor-in-chief per questa rivista, con appelli via email e inviti a presentare il proprio curriculum per il posto …

  11. Esco fuori dal coro. Come in tutte le cose, ci possono riviste open access buone ed altre cattive, ma lo e’ anche per quelle riviste a pagamento. Per esperienza personale posso dire di aver avuto la revisione piu’ seria e profonda con Plos One. Se poi prendiamo Plos Biology (numero tre nel ranking) e’ molto molto difficile pubblicare nonostante l’altissimo costo di pubblicazione (4000 dollari). A questo punto vediamo ed attendiamo. Sono convinto che alcune riviste open access, possano dare un contributo positivo e di qualita’ una volta raggiunto un buon impact factor.

  12. Oggi (febbraio 2012) termina il mio esperimento come editore associato della rivista … Nessuna sorpresa. Molti lavori mi sono stati assegnati al di fuori del contesto della rivista o delle mie competenze. Il processo di submission è molto impersonale e automatizzato. La gestione costa tempo, e questo non fa piacere quando qualcuno sta guadagnando da quel tuo tempo. In un ultimo caso, dopo una revisione dell’autore ci sarebbe stato bisogno di un controllo dei referee, ma la rivista permette solo un contatto con i revisori, poi o si prende o si lascia. E se si prende, il manoscritto così com’è (un documento word) viene pubblicato tale e qualche come “early view”. Insomma, una fabbrica automatizzata, impersonale, superficiale, finalizzata a trasformare gli autori in clienti. Tutto qui.

  13. […] e le riviste stanno cercando di minimizzare i danni mantenendo le casse in attivo. Le riviste Open Access sono quelle che stanno proponendo più alternative, perché in fin dei conti non hanno nulla da […]

  14. […] trasformare i diritti violati in diritti abusati. La ricerca sta proponendo per esempio riviste “open access”, spesso gratuite sì per chi le legge ma non per chi ci pubblica i suoi risultati. Ed ecco che, […]

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