Low-Tech

Le parole sono lo strumento attraverso il quale la mente tenta, spesso un po’ goffamente e senza troppo successo, di dar forma a concetti e insiemi di relazioni che creano la nostra percezione della realtà. Ma le parole sono anche lo strumento della demagogia e della persuasione, il mezzo con il quale i mass media manipolano la società, e la politica o la religione plasmano il pensiero dei popoli. In ogni caso, le parole sono importanti. E descrivere l’interazione tra evoluzione e comportamento è molto difficile. Il termine “tecnologia” sembra essere diventato un doveroso ricorso nella letteratura primatologica. L’utilizzo di strumenti da parte degli scimpanzè, da sempre oggetto di attenzione scientifica e mediatica, sta raggiungendo un apice un po’ morboso dove termini come “archeologia” e “cultura” si stirano fino al prolasso nel tentativo di attrarre l’attenzione del pubblico o almeno guadagnarsi un posto nel circolo rispettato del progressismo scientifico estremo e incondizionato. L’utilizzo di strumenti da parte degli scimpanzè è sicuramente una caratteristica incredibilmente rilevante dal punto di vista scientifico e evoluzionistico, e conferma la particolare strutturazione cognitiva di questa specie. Interessanti le differenze con le altre scimmie antropomorfe africane (gorilla e bonobo), che al contrario presentano una gamma molto più limitata di strumenti e applicazioni. Interessante il fatto che l’orango abbia invece in questo senso risorse di ottimo livello. E ancor più interessante il fatto che l’uso di strumenti nei primati sia incentivato dalla vita a terra rispetto alla vita arboricola. Ma se definiamo “complesso” uno schiaccianoci, che parola dobbiamo utilizzare quando descriviamo un satellite, un microprocessore, o un ferro da stiro? La parola “cultura” può descrivere allo stesso tempo la cattura di termiti e il metodo di lavaggio di una patata da un lato, o il Rinascimento e la Rivoluzione Industriale dall’altro? L’uso di un bastone da parte di uno scimpanzè è “tecnologico” quanto il sequenziamento del suo genoma da parte della nostra specie? Da Empedocle a Darwin, la dicotomia tra le ipotesi che vedono l’Uomo in continuità graduale con le altre specie zoologiche e quelle che lo vedono come il risultato di un processo discreto ancora è lungi dall’esser risolta. Ma se ci sono dubbi nel processo, non ci sono nel risultato: le attuali differenze cognitive tra Uomo e primati non-umani sono discrete, e l’intervallo di separazione è incredibile. Le parole devono, in primo luogo, essere utili, efficienti. In termini culturali questa efficienza è quella comunicativa, benché in altri contesti l’efficienza possa riferirsi a questioni più personali e non necessariamente legate alla conoscenza dei fenomeni. Dare un valore etico e morale alle differenze che caratterizzano la nostra specie è un abuso poco intelligente e sicuramente improprio, ma negare queste stesse differenze è allo stesso tempo controproducente e scientificamente fuorviante. Riconoscendo i limiti delle parole, la loro importanza, e le difficoltà oggettive nello studio dell’evoluzione del comportamento, il dibattito e la provocazione sono sempre benvenuti, ma si consiglia cautela …

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su maggio 6, 2010.

3 Risposte to “Low-Tech”

  1. Concordo Emiliano. Le parole sono fondamentali e meritano di essere utilizzate con la dovuta cautela.
    Per quanto riguarda i cugini scimpanze’, ho spesso sentito il termine di “protocultura” per indicare i loro comportamenti. Confesso che anche questa parola non mi piace molto, perche’ sembra che racchiuda in se’ un’idea di evoluzione (naturalmente verso la nostra Cultura).
    Pero’ tengo a sottolineare gli aspetti per i quali i comportamenti di certi primati sono inscrivibili nel concetto di cultura: 1) essi sono appresi e tramandati 2)essi non sono comuni a tutta la specie, ma specifici per ogni gruppo 3)essi variano nel tempo, nascono, si evolvono e scompaiono.
    Sebbene il divario cognitivo che ci separa dagli scimpanze’ non vada sottovalutato, questi punti mi sembrano comunque molto interessanti.
    Nel mio piccolo, non riesco a vedere tra l’uomo e le altre specie il salto che alcun evocano. Per dirla tutta, questo salto mi sembra sottintenda un’idea di divino che mi infastidisce un po’. Preferisco vedere tutte le specie viventi come una scala in cui ogni gradino e’imprescindibilmente legato a tutti gli altri. In questo forse sono eccessivamente “politically correct”. Ma credo che in questi tempi incerti per il futuro del pianeta, sia meglio peccare in un senso, piuttosto che nell’altro.

  2. Si, il termine “protocultura” può dare adito a altri tipi di eccessi, e si rischia di cercare un progresso sequenziale tra due specie che sequenziali non sono. Però non sono convinto che quei tre punti possano essere sufficienti, benchè utili, a riassumere il processo di adattamento superorganico che rende la nostra specie un’eccezione alle norme darwiniane di interazione tra genotipo e ambiente. Da un lato gli aspetti che citi si possono applicare anche a molti atri casi zoologici (e nessuno si mette a parlare di “cultura” per un corvide). Dall’altro credo che la cultura umana sia qualcosa di più che tramandare e apprendere: ci sono fattori e substrati neurali, percettivi, e cognitivi, che la rendono evidentemente differente dagli aspetti comportamentali delle altre specie. Bisogna considerare anche (e soprattutto) il processo, oltre che il risultato. Come già detto, questo non toglie l’interesse dal tema, e tantomeno gli toglie importanza!

    Rimango un po’ perplesso invece sul tuo ultimo commento … Temi un’interpretazione che veda il genere umano come il risultato di un processo di divinazione tassonomica, invochi il politically correct per bilanciare gli eccessi nel senso opposto, ma poi parli di … scala e gradini! Lo sforzo più grande che gli zoologi hanno fatto negli ultimi trent’anni per contrastare il progressismo finalista e teleologico è stato quello di fornire le evidenze teoriche e analitiche di una scala naturae direzionale, sottolineando falle e pericoli di una interpretazione della variabilità zoologica in termini di “gradini” … Quindi mi stupisco di trovare una formulazione che proponga la “scala” come strumento per evitare la beatificazione evoluzionistica del genere umano!

    Insomma, continuo a voler credere che, per quanto difficile, bisognerebbe continuare a navigare nel mezzo, evitando gli eccessi anche quando proposti per compensare e bilanciare eccessi contrari!😉

  3. Rilancio con quest’altro post sul tentativo di rendere “umani” anche gli Australopiteci!!!

    A Curious Look At The 3.39 Million Year Old “Stone Tool Markings” From Dikika, Ethiopia

    http://anthropology.net/2010/08/13/a-curious-look-at-the-3-39-million-year-old-stone-tool-markings-from-dikika-ethiopia/

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