Il Kanji neurale

Chiunque abbia confidenza con la cultura orientale è a conoscenza del fatto che in estremo Oriente esistano diverse parole ed espressioni “intraducibili” per noi occidentali. Un caso interessante, in proposito, è rappresentato da quei termini che vanno a definire un particolare stato emotivo, prodotto in risposta a determinate situazione culturali. Ad esempio la parola giapponese amae, che specifica il desiderio di essere socialmente dipendenti da qualcuno, non ha sinonimi nelle lingue europee, e l’idea stessa che occorrano sette parole italiane per spiegare ciò che in Giappone è espresso con un solo kanji fa riflettere sull’effettiva esistenza di un’emozione omologa nel panorama occidentale. Questo discorso va ad inserirsi nell’annoso dibattito trai sostenitori radicali del pensiero di Paul Ekman (1979), secondo cui esiste una universalità transculturale delle emozioni umane, e coloro che invece abbracciano una visione particolarista, in virtù della quale le emozioni sarebbero determinate dal contesto culturale in cui esse hanno origine.

Un buon modo per venire a capo di questa diatriba potrebbe essere fornito proprio dalla neuroantropologia, nel momento in cui si vada a dimostrare che le emozioni culturalmente determinate presentino una configurazione neurale specifica. In proposito, Brown e Seligman (2009) descrivono  un approccio neuroantropologico allo studio delle emozioni, tirando nuovamente in ballo la necessità di una collaborazione tra antropologia culturale e biologica. Facendo ricorso all’ambito di conoscenze provenienti dall’etnografia, potrebbe essere possibile individuare, infatti, le condizioni ambientali che si trovano alla base di uno stato affettivo cultura-specifico, delineando così gli stimoli adatti alla formulazione di paradigmi sperimentali mirati a studiare le emozioni in esame. In seguito, un’analisi di neuroimmagine potrebbe consentire di mettere in luce i correlati neurali di tali stati emotivi, verificandone di conseguenza l’effettiva dipendenza da una situazione culturale particolare, mediante confronto con situazioni dal carico affettivo simile, studiate in gruppi socio-culturali differenti. Tale approccio potrebbe consentire di far luce sulla validità attuale della teoria di Ekman (o almeno della sua interpretazione estrema), consentendo allo stesso tempo di rafforzare l’idea dell’esistenza di un embodiment neurale, in virtù del quale la cultura scolpisce il sistema nervoso degli individui scivolando “sotto la superificie del corpo”.

D Garofoli

~ di D Garofoli su marzo 10, 2010.

6 Risposte to “Il Kanji neurale”

  1. Ogni cultura definisce uno specifico ambiente e determina opportunità, rischi e fantasie uniche per la gente che segue quel modello di vita; inoltre ogni ambiente geografico naturale definisce e struttura una cultura. Se non ci sono canne di palude o fiume nel mio ambiente naturale, difficilmente nella mia cultura potrà nascere qualcuno che si inventa uno strumento musicale come le launeddas. Se nel mio ambiente esistono eucalipti e termiti che si divertono a mangiare il midollo di questi alberi, svuotandoli internamente, è più facile che qualcuno nato circa 40.000 anni fa potesse scoprire le proprietà sonore di un ramo di albero cavo. Che la cultura come ambiente determini una struttura neurale di un certo tipo risulta abbastanza evidente e le modalità di pensiero che si strutturano inizialmente verso le emozioni, sono un patrimonio universale specie-specifico degli esseri umani. Se un eschimese riesce a definire con decine di parole le differenti qualità della neve, difficilmente un popolo che, vive al mare vicino all’equatore potrà avere la medesima possibilità.

    Ora quali siano le zone cerebrali, o gruppi neuronali deputati all’elaborazione di quelle parole che solo per loro esistono, e quali possano essere, nelle medesime zone neurali le organizzazioni di elaborazione di altre differenti osservazioni che solo altri possono avere, mi sembra un problema la cui risposta mi porterebbe a poco o niente di nuovo. Più interessante potrebbe essere comprendere il meccanismo di trasformazione che si verifica quando dall’ambiente esterno, attraverso i cinque sensi, arrivando al cervello, dal cervello stesso si produce un’attività che giungendo alla mano, con l’intenzione di riprodurre quella fantasia interna, diventa un’immagine di un quadro su una tela (segni, colori, figure).

    Qui a Roma una bellissima mostra al “Palazzo Incontro” dedicata alle pitture degli aborigeni australiani dal titolo “Australia Today” ha presentato oltre 200 tele di artisti più o meno contemporanei come esempi di un’arte ab-origine che rappresenta il “loro territorio”. E’ sorprendente come l’apparente (?) astrattezza dei loro quadri-immagine sia molto simile ad alcune immagini, anche esse apparentemente astratte di un film documentario sulla natura, HOME, particolarmente strutturato sull’incomprensibilità dell’immagine, che sembra un quadro astratto, rispetto all’oggetto fotografato. I quadri degli aborigeni sembra abbiano una specie di punto di vista “a volo di uccello”, che evidenzia la prospettiva ortogonale della rappresentazione. Illustrati con evidente fantasia creativa viene messo da parte ogni realismo per dipingere un’altra realtà: quella psicologica di una relazione spirituale che gli aborigeni hanno con il “loro sogno” cioè con la loro origine, il loro “essere” o “essenza” e il loro corpo.

    Alcuni titoli lasciano interdetti: “Un’altra terra”, “Le radici dell’albero”, “Il sogno della patata selvatica”, “La cavità della rana nel torrente”, “La terra di mia madre”, “La grandine”, un enorme quadro pieno di puntini bianchi su fondo nero che a tratti lo fanno sembrare a tre dimensioni così come nelle sperimentazioni cinetiche degli anni 60. Ora se a qualcuno può far piacere individuare quali zone o quali gruppi di neuroni sono interessati a questa trasformazione elaborativa che implica anche il tipo di relazione spirituale degli aborigeni con il “tempo del sogno”, ben venga, ma certamente la bellezza armoniosa dei colori e la poesia degli affetti legata alla natura sconvolgente del paesaggio australiano e alla spiritualità di un popolo resteranno sempre un mistero per una razionalità astratta e scientifica che, a mio modesto parere, vuole sempre incasellare il mondo, il pensiero, la fantasia e la creatività specie-specifica di noi esseri umani in modelli logici senza o con molto poco senso.

    Claudio Ricciardi

  2. La teoria di Paul Ekman discussa in questo post rappresenta a mio parere un approccio “quantitativo” alla comprensione delle emozioni umane. Preso un set di emozioni comune a tutti gli esseri umani, ciascuna cultura definisce una combinazione di emozioni che per numero ed intensità si adattano ad una specifica situazione X.
    Nel post, tuttavia, è descritta una visione “particolarista”, secondo cui gli uomini non hanno lo stesso set di emozioni di fondo, ma producono, in base alla loro cultura, emozioni QUALITATIVAMENTE diverse, che individui di altre culture non possono nemmeno immaginare.
    Se dunque un occidentale è posto di fronte ad una situazione comunemente associata ad “amae”, questi non proverà amae, ma sperimenterà una gamma di emozioni differenti. Per dimostrare che “amae” sia uno stato psicofisico definito e proprio solo delle persone giapponesi, non si può che ricorrere alla neuroimmagine. In questo modo, è possibile evidenziare il fatto che “amae” produca negli orientali attivazioni nell’insula (sto sparando a caso) che non esistono nelle emozioni omologhe provate dagli occidentali in situazioni simili.
    Per tornare dunque all’esempio dell’albero da cui si ottengono strumenti, credo che qualunque individuo, qualora istruito a dovere, abbia i requisiti cognitivi per ideare uno strumento musicale da un albero. Gli aborigeni australiani hanno alcuni tipi di alberi e alcune idee su che cosa sia un flauto, ma se spostati in altro luogo e forniti di alcune direttive diverse, credo possano arrivare a produrre un flauto differente rispetto ad un didgeridoo. Questo perchè, fino a prova contraria, gli aborigeni possiedono i requisiti neurocognitivi per farlo. Al contrario, non credo possano arrivare a sperimentare “amae”, proprio perchè mancano di un embodiment neurale di tale emozione (la cultura non fornisce loro i correlati neurali per sviluppare amae).

    Dunque i risultati degli esperimenti di neuroscienze culturali non sono per nulla scontati e trascurabili: da un lato rafforzano l’idea che non esista “la mente” umana, ma le “menti”. Dall’altro permettono di dimostrare che esista un embodiment neurale, cioè un fenomeno secondo cui l’ambiente sociale scolpisce il sistema nervoso producendo stati mentali qualitativamente determinati. Questo è ben diverso da affermare che la cultura determini semplicemente una disposizione di emozioni a partire da un set di base comune.

    Grazie per il commento e per gli interessanti spunti.

  3. Uguali e diversi

    Che gli esseri umani siano tutti uguali ed anche tutti differenti è una loro caratteristica specie-specifica che oggi sul piano biologico la genetica ha ampiamente dimostrato. Sul piano, che potremo definire “mentale e/o psicologico” la radice possiamo trovarla nella formulazione della “Teoria della nascita” di Massimo Fagioli. Infatti al momento della nascita, a causa dell’effetto della luce, si attiva una pulsione chiamata “fantasia di sparizione”, verso la realtà esterna, come quando andiamo a dormire, che determina l’attivazione del cervello nella sua attività di pensiero che si manifesta all’inizio come “capacità di immaginare”. Anche questa modalità di attivazione cerebrale è differente per ciascuno di noi ma è anche la stessa per qualsiasi essere umano. Si è tutti uguali “esseri umani “ alla nascita perché ciascuno di noi sperimenta questo mondo dalla sua individuale esperienza della nascita e successivamente diventiamo differenti per genere prima e per culture bio-geografiche poi. E’ anche probabile che aree cerebrali siano attive in modalità differenti, come la plasticità neuronale ci insegna. Se pensiamo al nostro alfabeto, ad esempio, avremo che da 21 lettere definite si determinano infinite parole che si combinano in infiniti modi a seconda dei contesti e dei modi in cui vengono impiegate. Ma se pensiamo alla scrittura per pittogrammi dei cinesi, è abbastanza scontato che quella modalità più sintetica e figurativa, attiverà, nel momento del pensare scrivendo, aree di agglomerati neuronali diverse dalle nostre e quindi andrà a modellare la sostanza biologica in un suo particolare modo.
    Ma ora mi viene da osservare anche un’altra cosa e cioè che noi per oltre 4-5 mila anni siamo stati condizionati con l’idea di essere nati con “il peccato originale”; ci hanno sempre detto che nascevamo con il male dentro, giustificando poi socialmente tutta una serie di comportamenti, portandoci a strutturare modelli di pensiero e di società abbastanza violenti e distruttivi. Poi per evitarci di superare questa orrenda visione che ci faceva figli di caino, nei primi del novecento S. Freud ci ha caricato ancora della sua visione ideologico-teorica, ricavata dalla Bibbia, che noi nasceremmo tutti polimorfo perversi, cioè di nuovo con un male-malattia, peraltro incurabile perché dalla nascita, non facendoci più uscire da un tunnel biblico senza speranza, ma anche senza nessuna giustificazione scientifica dell’esistenza di ciò. Ma cosa succederà quando miliardi di cinesi senza “peccato originale” e senza “inconscio perverso”, magari con qualcosa d’altro che non sappiamo ancora bene cosa sia, si incontreranno con questo pensiero giudaico-cristiano? Speriamo che questo non sconvolga la struttura dei nostri cervelli o speriamo che lo faccia e che noi saremo disposti ad accettarlo. Probabilmente molte violenze e molti omicidi di massa nella storia (pellerossa, aborigeni, Rom, neri africani, ebrei, indigeni sud americani etc etc ) hanno di queste radici nella impossibilità di cambiare la struttura del nostro pensiero?
    Tu dici “l’ambiente sociale scolpisce il sistema nervoso producendo stati mentali qualitativamente determinati”: possiamo sperare che questo non significhi che una cultura non possa cambiare o trasformarsi e che il processo sia reversibile? Altrimenti questo pensiero ci farebbe ricadere nel determinismo genetico, nell’astrologia con i suoi pianeti che condizionano e quant’altro senza l’ipotesi che si possa cambiare. Ma la realtà ci dimostra che nell’arco della storia, il pensiero filosofico, quello scientifico, legato alle scoperte di molti esseri umani geniali, ha portato ad enormi cambiamenti nel pensiero anche perché qualcuno ha lottato contro altri che non volevano questi cambiamenti, anzi volevano, e lo hanno fatto, eliminare coloro che pensavano in modo differente. Insomma la “storia”, il fascismo, il nazismo, le guerre di intolleranza religiosa, gli omicidi di massa, le streghe e gli eretici etc etc.. Ciò che io penso sia abbastanza assodato è che gli esseri umani hanno come loro caratteristica peculiare una struttura cerebrale che può, e lo fa di continuo, modificarsi specialmente nel modo di essere e di pensare e che la “scultura” operata sul sistema nervoso sia, più che un quadro fisso definito, come un film che scorre e cambia di continuo. Anche Marx diceva che sono gli uomini che fanno la loro storia, e che non possono farla a loro piacimento, perché ci sono circostanze date e trasmesse dal passato che come un incubo pesano sul cervello di noi viventi. Ma incubi e pesi e strutture cerebrali neuronali scolpite dentro di noi ci fregheranno per i prossimi mille anni o possiamo cambiarle? Io penso che possiamo, se lo vogliamo, ma lo vogliamo?

    Claudio Ricciardi 13 marzo 2010

  4. Allora, credo sia un discorso estremamente complesso, che meriterebbe di un post specifico (ma forse sarebbe anche troppo poco). La risposta che scrivo di seguito rischia dunque di essere incompleta e di portarci off topic, ma vale la pena di tentare.

    L’idea che la cultura influenzi il sistema nervoso non deve essere confusa con una sorta di rigido determinismo morfogenetico. Pensare infatti che le abitudini dei nostri avi vadano a produrre cervelli immutabili nel tempo è contrario ad ogni evidenza scientifica, oltre che anti-adattativo (sistemi nervosi rigidamente determinati sarebbero svantaggiati proprio nel confrontarsi con le variazioni ambientali). E’ chiaro dunque che le cose stanno come dici tu, quando fai notare che il cervello è caratterizzato da plasticità e che la cultura è un sistema ambientale soggetto a variabilità. In virtù di ciò, data una componente genetica di fondo che a mio parere riveste comunque un ruolo importante, la cultura consente di definire un sistema neurocognitivo specifico, modificando questo substrato neurale. E una variazione sostanziale nell’impianto culturale potrebbe portare ad una riconfigurazione delle attività neurali (il film Arancia meccanica di Kubrick portava in passato alcuni spettatori ad abbandonare la sala in preda all’ansia; oggi penso facciano più paura i Pokemon).

    Ma attenzione, queste considerazioni non devono portare all’estremo opposto, cioè alla convinzione che la plasticità cerebrale implichi automaticamente che gli esseri umani siano riprogrammabili a tavolino, un po’ come fossero davvero tavole di cera, da raschiare ogniqualvolta qualcuno non ne apprezzi il contenuto.
    Secondo me la cultura porta inevitabilmente alla produzione di sistemi mentali spesso molto difficili da scalfire, probabilmente perchè sostenuti da basi biologiche solide.
    Un esempio in ambito neuroscientifico ci è offerto da Amodio et al. (2007), i quali hanno messo in luce che i conservatori, rispetto ai progressisti, presentano una generale tendenza a mantenere costante la realtà che li circonda, opponendosi ad eventuali variazioni di sorta che possono avvenire anche in trame ripetute di elementi. Al contrario, i progressisti sembrano attivare aree cerebrali che consentono di reprime questa tendenza alla conservazione.
    In questo ambito, esistono diversi altri lavori che mostrano come l’appartenenza ad alcuni modelli culturali vada ad accompagnarsi ad una più generica disposizione psicologica di fondo. I conservatori, come gruppo, sembrerebbero essere soggetti ad attivazioni dell’amigdala più intense e meno controllabili rispetto ai progressisti, che invece avrebbero una percezione più ridotta del rischio.

    L’elemento fondamentale che emerge da tutti questi paper è che la mente umana è comunemente dominata da pulsioni emotive che consentono di aderire in maniera più o meno forte ad un paradigma culturale. Se così non fosse, non si spiegherebbe il motivo per cui la storia umana è stata caratterizzata da tutte le guerre culturali che citi. Se fosse solo la razionalità a permettere il “paradigm shift“, allora chiunque possieda il modello più valido scenderebbe in piazza e convincerebbe immediatamente tutti della bontà delle sue idee. Al contrario, l’embodiment neuroculturale è spesso talmente vincolante, che alcune persone si rifiutano di ammettere che la propria cultura fa acqua da tutte le parti, anche quando messe di fronte all’evidenza.

    Sul perchè l’affermazione di Marx non mi convince per niente diremo in altra sede.

    dui.garo@gmail.com

  5. Cercherò di spiegarmi ancora meglio cercando di capire quello che dici, ma sperando anche di farmi capire. Vediamo dei punti definiti. Tu dici “la cultura consente di definire un sistema neuro cognitivo specifico modificando il substrato neurale”, ciò è abbastanza ovvio; poi dici: “una variazione dell’impianto culturale riconfigurerebbe le attività neurali”, è giustamente una conseguenza del primo punto dovuta alla plasticità neuronale. Tutto bene fin qui. Che noi non siamo riprogrammabili al tavolino perché non siamo una tavoletta di cera, mi trova ancora pienamente d’accordo. Ma poi aggiungi che “esistono sistemi mentali difficili da scalfire perché sostenuti da basi biologiche solide”. Ecco qui andiamo quasi nell’inaccettabile nel senso che nessuno può dirmi quali sono quelli scalfibili e quelli non scalfibili, il brain immaging? Su questo siamo agli antipodi. Qui si deve parlare di valori e di contenuti. Io penso che, se uno è tanto paranoico da pensare che il mondo sia stato creato da un vecchione con la barba non per un fenomeno di coevoluzione di materiale biologico in rapporto a condizioni specifiche e casuali, se fosse educato e istruito con il dovuto tempo, possa comprendere la realtà dei fatti. Se non lo fa è perché una cultura sostiene la sua paranoia e quindi resiste facilmente. Se poi tutti sono convinti, meno lui, allora è malato e può essere curato. Secondo quello che tu dici verrebbe fuori che se uno non si convince è perché il suo embodiment culturale è talmente vincolante (biologicamente strutturato), da non permettere alcun cambiamento. Ma qui altro che un post, ci vorrebbe una vita intera per discutere della patologia mentale. Ciò che si ammala è il pensiero non il cervello. In particolare il pensiero inconscio. Che la psicoterapia funzionerebbe solo con le nevrosi e non con le psicosi, non è più vero. Vecchi discorsi che hanno arricchito le case farmaceutiche e che non hanno mai evidenziato una struttura mentale inconscia, la cui parola tedesca, non a caso, deriva da “inconoscibile” e non da “non conosciuto”. Se è inconoscibile arrivederci, se è non conosciuto si può conoscere nei suoi contenuti, che non sono evidenziabili con nessuna telecamera neuronale inserita nella testa, ma solo in un rapporto interpersonale. Secondo quello che dici si arriva a pensare solamente che un embodiment patologico, che è sia personale, ma anche sociale perchè sostenuto da tutta una cultura, sarebbe immodificabile. Perché troppo strutturato? Forse! Io non lo credo o almeno è come per ciò che riguarda il cancro o qualunque altra malattia, alcuni guariscono altri no e muoiono, anche per una banale influenza. Tutti sappiamo che non si resuscita dalla morte, che non si nasce da una donna senza un rapporto sessuale precedente; eppure sembrerebbe che per molti (?) sia così. Ma, per fare un banale esempio (esiste anche un bellissimo libro di Khun sull’argomento), che il sole girava intorno alla terra, all’inizio era un fatto “certo” per evidenza osservazionale, però attenzione, coloro che pensavano diversamente e che avrebbero potuto aprire gli occhi agli altri sono stati eliminati, così come Hitler eliminava i malati di mente perché incurabili. Poi sono venuti i dubbi, le dimostrazioni, le evidenze, la cultura e l’istruzione che hanno fatto il resto ed ora chi pensa che il sole gira intorno alla terra è un matto da curare o semplicemente un idiota che preferisce giocare con le proprie fantasie. Liberissimo di farlo se non distrugge la mente degli altri. Pensa che nel mio Istituto dove lavoro, solo una decina di anni fa c’era uno che pensava che gli uomini avessero veramente sul piano anatomico, una costola di meno, e questo semplicemente perché nessuno glielo aveva mai insegnato e lui viveva in una cultura che diceva e dice ancora che le donne sono state costruite da una costola degli uomini. (Non affronto qui i pensieri relativi al partorirai con dolore, o che il lavoro deve essere sudato, difficile e pesante etc etc).
    Ecco prendo degli esempi eclatanti ed estremi per dissentire da qualcosa che l’attuale ricerca scientifica mi sembra voglia ridurre sempre a struttura biologica immodificabile (plasticità si ma fino a che punto? Da definire!). Il pensiero è ciò che si può anche ammalare, e non esiste solo quello razionale ma anche quello inconscio che vediamo tutte le notti nei nostri sogni, ma questo pur essendo un prodotto della realtà biologica, funziona in un modo diverso. Si tratta di scoprirlo con modalità differenti dalla tecnologia che vuole quantificare tutto. Ad esempio il rapporto interumano (con interesse e affettività per l’altro non con razionalità anaffettiva) è un modo che la psicoterapia, non tutta, sta rendendo evidente da molti anni ed è giunta a conclusioni molto diverse. Ma qui veramente siamo in altro mondo poco affrontabile con righe e parole scritte al computer.
    Sempre grazie per tutti i chiarimenti che mi dai.

    PS: Se i politici, ma anche i religiosi, sono molto interessati ai giornali, alla televisione, e ad una scuola pilotata e inesistente, non è forse perché così possono determinare un embodiment neuronale, come dici tu, tale da farlo diventare biologicamente immodificabile? Così si diventa tutti conservatori! Ma poi non è del tutto vero, ma per un po’ penso funziona (in genere un ventennio). A presto.

  6. Caro Claudio, il punto dolente della nostra conversazione è concentrato in questa affermazione:

    “Secondo quello che tu dici verrebbe fuori che se uno non si convince è perché il suo embodiment culturale è talmente vincolante (biologicamente strutturato), da non permettere alcun cambiamento”.

    La cosa curiosa è che, nel porre le mie considerazioni in proposito, ho pensato alla stessa opera di Thomas Kuhn che citi nel tuo commento (con tutti i limiti filosofici che essa presenta). Ergo, o tu ed io stiamo dicendo la medesima cosa senza capirci, oppure uno di noi due sta ragionando in maniera contraddittoria.

    Ora, il punto del mio discorso è che l’embodiment culturale condiziona così intensamente il pensiero degli individui, da rendere senza dubbio difficile il cambiamento.
    Un esempio calzante per comprendere questa idea ci è offerto dal libro di George Orwell “1984”, che descrive una società in cui i cittadini hanno quasi interamente perso la loro umanità, oppressi da un regime socialista ultraviolento. L’elemento più agghiacciante del romanzo risiede a mio parere proprio nel modo in cui il regime trasforma la gente in automi e cioè imponendo un’involuzione forzata del linguaggio. Una volta scomparse le parole, una volta cambiati i significati, la maggioranza delle persone comincia a credere che la libertà equivalga alla schiavitù, mentre i pochi che si rendono conto dell’assurdità di tutto ciò incontrano comunque difficoltà quando pensano al concetto di libertà, proprio perchè disabituati a farlo, nonchè privi del simbolo atto a rappresentarla.

    Ora, io credo non sia necessario immaginare un regime totalitario come l’IngSoc per pensare che la cultura possa rendere gli uomini incapaci di cambiare: basta pensare alla storia della scienza.
    Parlando di Kuhn, dunque, non credo si possa attribuire la tendenza a resistere di un paradigma uscente alla mera azione violenta delle oligarchie conservatrici: credo sia al contrario un problema olistico, inerente cioè alle interazioni tra tutti gli elementi che costituiscono la società. Secondo questa interpretazione, il paradigma tolemaico avrebbe resistito così a lungo perchè la maggioranza delle persone era cognitivamente, ma soprattutto emotivamente, condizionata da quella stessa logica. Quindi i concetti galieani erano semplicemente poco chiari, incomprensibili, fuori dal mondo. Se non fosse così, ripeto, non si spiegherebbe perchè ancora ad oggi esistano persone sconfitte dalla storia che portano avanti gli echi di questi paradigmi, non si capirebbe perchè esistano individui nostalgici di dittatori che nemmeno di fronte alle testimonianze delle vittime si tirano indietro. E dunque si torna all’embodiment neurale e a tutte le sue conseguenze: diversi esperimenti ci hanno mostrato infatti che in molte situazioni gli uomini sono costretti a reprimere i loro bias culturali utilizzando aree neurali aggiuntive, il che, appunto, potrebbe rappresentare una base biologica del perchè il cambiamento è un’operazione per nulla scontata.
    Ancora, se il problema fosse di sola razionalità, allora dovrebbe funzionare l’idea di esportare la democrazia propria dei neoconservatori americani: sfido chiunque a dimostrare che i Paesi Arabi possano offrire alternative migliori, in termini politici, rispetto alla democrazia.

    Chiudo con una citazione: Henry Ford sosteneva che se i cittadini americani si fossero accorti di come funzionasse il sistema monetario degli USA, sarebbero scesi in piazza con il forcone. Contrariamente a questo, io penso che non sarebbe accaduto nulla, per il semplice motivo che il concetto di libertà prodotto dalla cultura democratica attuale non risponda a criteri logici solidi, ma meramente emotivi. Gli stessi che hanno reso e continuano a rendere un po’ tutta l’umanità folle.

    Sul PS naturalmente la mia risposta è sì.

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