Neuropatologie in evoluzione

Questa settimana Burgos ha ospitato un congresso su Evoluzione Umana e Alzheimer, organizzato per la Società Spagnola di Neurologia dal gruppo di studio di neurologia del comportamento e della demenza. Utilizzando le prospettive della medicina evoluzionistica si può partire dalla ritenzione dei caratteri infantili associati alla storia biologica della specie umana (genericamente e spesso impropriamente chiamando in causa il termine neotenia), centrando il discorso sullo sviluppo cerebrale, le spese ingenti del metabolismo neurale nella nostra specie, una produzione conseguentemente massiva di radicali liberi e rischio di stress ossidativi sui neuroni, e quindi caratteristiche favorevoli in età giovanile e adulta (cognizione e longevità) che diventano difetti e delicatezze delle fasi post-riproduttive (pleiotropia antagonista). Di qui seguono alcuni classici riduzionismi molecolari, meno interessanti, che vanno dalle mille facce delle apolipoproteine al solito culto mistico del FOXP2. Focalizzare la patologia neuronale attraverso interpretazioni evoluzionistiche può dare risultati eccezionali, sia per chi lavora con le teorie biologiche sia per chi lavora con pazienti in attesa di una cura. Enric Bufill Soler, dell’Hospital General de Vic di Barcellona, ha presentato di fatto una prospettiva decisamente completa del network tra evoluzione umana, metabolismo cerebrale, longevità, e neuropatologie da stress ossidativo. Un caso precedente e abbastanza noto vede l’integrazione tra evoluzione umana, asimmetrie cerebrali, linguaggio, e schizofrenia. Chiaramente, bisogna avere una certa attenzione a non cadere in trappole troppo speculative alla ricerca di un titolo giornalistico facile e garantito. I problemi nell’ambito comparativo sono sempre gli stessi: l’unico confronto neontologico è fornito dallo scimpanzè, che offre una statistica numericamente debole, validazioni diagnostiche a volte impossibili, e nessuna garanzia sul piano filogenetico dell’omologia e della polarità dei caratteri (come sempre, sbagliato è pensare alle scimmie antropomorfe come uomini-non-ancora-evoluti). Se ci mettiamo anche le solite ricerche di geni miracolosi sovvenzionate dal giornalismo scientifico e dalle multinazionali farmaceutiche ovviamente c’è un chiaro rischio di confusione. Ma le potenzialità sono davvero eccezionali.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su marzo 6, 2010.

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