Neuroantropologie

Brainspace (Credit: E. Bruner)

La divisione del sapere e del conoscere in discipline a tenuta stagna sappiamo bene che è il risultato di un tentativo spesso troppo artificiale e forzoso di organizzare le professionalità in una forma utile e culturalmente produttiva. I vincoli in genere eccessivamente limitanti di queste scelte portano alla ricerca delle alternative multidisciplinari, a volte frutto di integrazione coordinata, altre volte semplicemente sfogo egocentrico e tuttologico da salotto domenicale. E se di fatto i termini Neuro e Antropologia hanno già delle valenze ampie con confini decisamente sfumati, la loro integrazione non può che essere un viaggio pioneristico e sicuramente randagio, dove l’unica bussola disponibile é l’esperienza personale e un sesto senso in genere ampiamente casuale. E’ chiaro che, come in ogni esplorazione, le bandiere che vengono lasciate qua e là dai diversi conquistadores creano una geopolitica frammentata e a tratti instabile. La prima dicotomia è chiara: c’è una neuroantropologia orientativamente biologica e una neuroantropologia orientativamente culturale. Credo che, a parte una distribuzione differente dei pesi delle varie componenti all’interno della miscela multidisciplinare, una differenza sostanziale sia la direzionalità degli approcci. La prima preferibilmente si fonda sulle evidenze biologiche (neuroscienze, biologia evoluzionistica, paleontologia), cercando l’interpretazione nelle conoscenze delle discipline  umanistiche (archeologia, etnologia, psicologia, filosofia). La seconda procede nella direzione opposta: si parte dalle conoscenze etnografiche e culturali, alla ricerca di una integrazione con le discipline scientifiche. E’ evidente che, nell’attrazione verso un baricentro comune, le differenze concettuali e metodologiche possono generare da un lato fraintendimenti, dall’altro ottime potenzialità di integrazione. Certo, bisogna stare attenti a oltrepassare i limiti del pionierismo con una certa delicatezza, per evitare i classici eccessi dell’antropologia tuttologista, con le sue ambiguità tra la componente biologico-evoluzionistica e quella culturale, e con le sue schizotipie e dis-integrazioni disciplinari.

Neuroantropologia “biologica” e neuroantropologia “culturale”, due facce della stessa medaglia, due strade per arrivare ad un incontro eccellente e decisamente fruttuoso. Il tutto giocato su una tabula rasa con molte idee, tante domande, e (per fortuna) davvero poche certezze. Avanti tutta.

E Bruner

Wikipedia: Neuroanthropology

~ di Emiliano Bruner su febbraio 2, 2010.

3 Risposte to “Neuroantropologie”

  1. In primo luogo ci tengo a sottolineare il fatto che la dicotomia metodologica tra antropologia biologica e culturale non è necessaria. Il caso dell’etologia è illuminante in proposito: gli etologi, stando alla definizione di cui nel post, rientrerebbero nell’ambito delle discipline umanistiche. D’altronde in etologia ci si limita spesso ad osservare il comportamento, lasciando poi ai neurobiologi la briga di spiegarne in meccanismi fisiologici. Eppure, sebbene Lorenz si definisse filosofo (e giustamente, secondo me), ad oggi l’etologia rientra nei confini della cosiddetta scienza, perchè si sono create le condizioni culturali affinchè sia considerata come tale.
    Questo per dire che la dicotomia, ancora una volta, non è realmente metodologica, ma culturale e il metodo non è niente più che la stretta di mano di un gruppo sociale che accoglie un nuovo entrato dicendogli “sei dei nostri”.
    La neuroantropologia rappresenta per sua definizione il superamento della dicotomia e richiede la volontà, da parte dei ricercatori, di abbandonare la fazione culturale di appartenenza e fondare qualcosa di nuovo, dove la direzionalità, come da copione in evoluzione umana, ha poco significato.

    Il punto è che non si può immaginare che dei ricercatori formatisi con background culturali così differenti di colpo riprogrammino se stessi sedendosi ad un tavolo. L’unica situazione immaginabile è dunque la lenta approssimazione, in base alla quale i ricercatori provenienti dai due gruppi si uniscono e lavorano insieme fino a CONfondersi. D’altronde, siamo partiti dal sistema tolemaico ed eccoci qui su questo blog….

  2. Attenzione a non cadere in facili trappole da discorso pre-elettorale … La dicotomia tra biologia e cultura non è necessaria, sono d’accordo: nulla (o quasi), è necessario. Si prospera e ci si arrangia anche senza il 98% delle cose che facciamo ogni giorno, probabilmente. Ma è chiaro che nella nostra vita (e nel nostro percorso conoscitivo) dovremmo aspirare a qualcosa di più. Ed ecco che l’aggettivo “utile” diventa più interessante dell’aggettivo “necessario”. E da una parte abbiamo concetti e ideologie, dall’altra la realtà, di una società con limiti, di individui con limiti, di una conoscenza con limiti. Volendo ottimizzare, per avidità di conoscere nella nostra breve vita, io personalmente opto per cercare una possibile (ripeto: possibile) organizzazione del sapere che renda più probabile (ripeto: probabile) una certa evoluzione culturale.

    E il punto cardine, guarda caso, è proprio il metodo. Possiamo lustrarci di grandi orizzonti epistemologici rinnegando il metodo, volendo andare oltre, ma per chi giornalmente ha le mani in pasta il discorso è abbastanza chiaro: senza il metodo non si va da nessuna parte. Finché ne parlo al bar posso ben cimentarmi con dialettiche di frontiera, e va anche bene, perché mi permette una serie di esperimenti mentali che mi spingono oltre. Ma poi, al momento di lavorarci sopra, devo fare i conti con i limiti, e con le regole strutturali ed effettive che sono parte integrante di noi stessi.

    Il metodo è l’interfaccia, tra realtà e conoscenza, tra conoscenza e conoscitore, e tra conoscitore e conoscitore. Quando funziona bene e quando no, rimane l’unica chiave di interazione. Credo sia proprio questo il punto che rende ancor più utile un riconoscimento delle differenze tra discipline biologiche e culturali. I metodi sono storicamente così tanto differenti che diventa improduttivo cercare un ibrido sofferente. La convergenza e l’integrazione delle conoscenze, partendo da punti differenti, rimane l’alternativa più interessante. Di fatto, sappiamo essere vero anche per molti altri casi che, quando si parla di integrazione, la negazione delle differenze come risposta ad una esagerazione delle stesse non ha mai funzionato bene.

    Lorenz era uno scienziato, che investigava le basi organiche della natura (anatomia, fisiologia, biochimica …) per integrarle in un sistema dinamico che potesse andare oltre il riduzionismo intrinseco di quelle discipline. Ma Lorenz era anche un individuo, e probabilmente anche molto solo, a causa del suo incredibile livello di consapevolezza e conoscenza. Se fossimo tutti Lorenz, metodo e compartimentalizzazione del sapere avrebbero sicuramente meno senso. Ma viviamo in un mondo dove non siamo tutti Lorenz, e dobbiamo inventarci qualcosa che strutturi e coordini i flussi conoscitivi e le differenti percezioni e prospettive.

    E questo qualcosa non deve solo suonar bene nel balletto epistemologico, ma deve anche dar prova di poter funzionare.

  3. Riporto questa definizione che ho trovato sul blog dell’Osservatorio Psicologia nei Media (glossario).

    Neuroantropologia

    Disciplina che, avvalendosi delle più recenti scoperte in ambito neuroscientifico, studia la relazione esistente tra i fattori biologici e quelli culturali in rapporto all’evoluzione ed al funzionamento del cervello umano. In particolare, mette in luce come questa interazione abbia favorito, nell’uomo, lo sviluppo di alcuni comportamenti e l’estinzione di altri. Fonda l’analisi del comportamento umano su basi neuroscientifiche, tenendo conto il più possibile dell’impatto che i fattori ambientali e culturali hanno sugli individui.

    Sulla base di tali presupposti, si propone di studiare tutti gli aspetti dell’attività neurologica umana, incluse le emozioni, la percezione, la cognizione, il controllo motorio e l’apprendimento. Inoltre è interessata ad approfondire il processo di sviluppo del cervello degli ominidi, la natura del rapporto esistente tra sviluppo culturale ed evoluzione cerebrale, la biochimica del cervello e gli stati alterati di coscienza, l’influenza che la cultura esercita sulla percezione, il modo in cui il cervello struttura l’esperienza, e così via. Rispetto all’antropologia psicologica o a quella cognitiva, la neuroantropologia rimane aperta ed eterogenea, riconoscendo che non tutti i sistemi cerebrali funzionano nello stesso modo e che pertanto la cultura non influisce nella stessa maniera sui diversi individui. Legata all’antropologia sociale, culturale e psicologica, essa fornisce anche una prospettiva critica rispetto a come le teorie biologiche siano spesso usate per ricondurre ad una matrice meramente biologica quelli che sono processi largamente socioculturali. In particolare, pur concordando con l’idea secondo cui la struttura neurale umana sia di natura biologica e sia il prodotto di un processo evolutivo, la neuroantropologia riconosce che i processi di sviluppo che hanno luogo in ciascun individuo includono anche una gamma tanto ampia di altre variabili, che non è possibile privilegiarne nessuna rispetto alle altre. In questo senso, la neuroantropologia si propone di integrare in maniera ottimale l’antropologia con le teorie sociali e con le neuroscienze.

    Diversamente dagli approcci neuroriduzionisti e deterministici, la ricerca in neuroantropologia ha attribuito un’importanza crescente al ruolo giocato dall’ambiente, dal corpo, dall’esperienza, dall’evoluzione e dal comportamento nello sviluppo e nel funzionamento cerebrale, senza mai sminuire le componenti organiche e fisiologiche.Secondo tale disciplina, l’ereditarietà, i fattori ambientali, la cultura e la biologia sono in rapporto tra loro e lo sono in maniera molto articolata e complessa, se si tiene anche conto della variabilità umana.

    http://www.osservatoriopsicologia.it/

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