Prefrontalizzazioni

Le aree frontali hanno sempre rappresentato un cavallo di battaglia degli studi neurobiologici. Anche e soprattutto in paleoneurologia, considerazioni sull’area di Broca e sulle sue zone limitrofe hanno inzeppato decadi di pubblicazioni e riempito di roboanti affermazioni centinaia di salotti. Una serie di assiomi caratterizzano le sacre tavole che dettano l’evoluzione del linguaggio e delle sue anatomie: l’are di Broca ha una conformazione attuale a partire dall’origine del genere Homo (2 milioni di anni fa), e deve avere avuto uno sviluppo particolare nell’uomo anatomicamente moderno. Ogni report paleoneurologico ha da sempre dedicato masse inconsulte di parole alla descrizione tanto minuziosa quanto personale delle circonvoluzioni coinvolte. Ma se lo sviluppo di queste aree è allora così rilevante … perché nessuno ne ha mai semplicemente misurato la variazione nelle forme fossili? Ralph Holloway ci ha messo la sua considerevole collezione di calchi endocranici, di forme attuali e estinte, e io un po’ di statistica di base. Il risultato è stato pubblicato questo mese sul Journal of Human Evolution. Dopo decenni di inconcludenti digressioni descrittive e occhiometriche, adesso una serie di “sensazioni” possono essere discusse in un contesto quantitativo, sviluppando ipotesi effettive in quanto falsificabili e valutabili su un piano logico e (soprattutto) analitico. Credo sia molto rilevante il fatto che, nonostante l’importanza che la paleontologia umana ha sempre dato all’area di Broca, i paleontologi abbiano da decenni continuato a sentenziare sull’argomento senza pensare minimamente di “misurare” un valore così semplice e diretto come la larghezza delle aree frontali. La statistica è molto naive, i dati sono disponibili da anni, ma nessuno ha mai sentito la necessità di verificare quantitativamente come stanno le cose nel record fossile andando oltre un livello descrittivo e soggettivo francamente poco robusto. Sopravvoliamo.

Le informazioni adesso sono molte, bisognerà digerirle. Il risultato sinteticamente più rilevante ci dice che la larghezza dei lobi frontali (misurata all’area di Broca) presenta un aumento relativo, effettivo e discreto rispetto alle dimensioni cerebrali, solamente nell’uomo moderno (Homo sapiens) e nei Neandertal, ma non nelle prime forme umane (H. habilis, H. ergaster). E questi incrementi non sono necessariamente conseguenze associate all’aumento di capacità cranica, perché almeno nell’uomo moderno un encefalo più grande non si associa con un aumento relativo della larghezza frontale.

Le ipotesi sono tre. La prima ipotesi (strutturale) propone che per limiti architettonici associati alla contiguità verticale tra aree frontali e il complesso facciale tutto questo sia il risultato di una semplice riallocazione laterale delle masse neurali nei processi di encefalizzazione, senza necessarie influenze sul piano neurale. La seconda ipotesi (funzionale) prevede invece che questo aumento possa essere il frutto di una vera selezione, magari associata al linguaggio o ad altre funzioni prefrontali. La terza ipotesi integra le prime due, suggerendo che una riallocazione laterale per ragioni strutturali possa aver creato terreno fertile per una funzionalità secondaria (esaptazione; Gould & Vrba, 1982) associata alle funzioni cognitive.

Resta un dato fondamentale: le specie che presentano un effettivo ampliamento del diametro frontale (uomo moderno e Neandertal) sono lo stesse che presentano allo stesso tempo un aumento laterale dei volumi parietali superiori. Bella coincidenza.

 

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su gennaio 25, 2010.

4 Risposte to “Prefrontalizzazioni”

  1. Ciao!

    L’argomento mi interessa moltissimo, ma purtroppo non ho accesso al giornale! Nel caso spedire il pdf via mail non sia considerata una proposta troppo indecente, il mio indirizzo è giuliopergola@yahoo.it.

    Complimenti comunque!

    Giulio

  2. Tempi propizi per i lobi frontali …
    Giusto giusto qualche giorno dopo la pubblicazione del mio articolo è stato pubblicato quest’altro:

    Frontal White Matter Volume Is Associated with Brain Enlargement and Higher Structural Connectivity in Anthropoid Primates
    JB Smaers1, A Schleicher, K Zilles, L Vinicius
    PlOS ONE 5

    Link (accesso gratuito):
    http://www.plosone.org/article/info:doi/10.1371/journal.pone.0009123

    L’articolo mette in evidenza caratteristiche particolari associate alla connettività delle aree frontali nei primati.

  3. […] risultati simili analizzando il genere umano con metodi di morfometria geometrica. In cambio fino all’anno scorso non c’erano evidenze quantitative sulle variazioni delle aree frontali nei fossili. Allora, la […]

  4. […] e nei Neandertaliani le aree frontali sono più espanse lateralmente, presentando un cambio nelle proporzioni geometriche in aree che peraltro sono critiche per funzioni cognitive di un certo spessore. L’ipotesi era […]

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