Half man, half beast …

2009_11_chimpsNell’eterna necessità di una confortevole progressione verso il divino, ancora oggi la divulgazione evoluzionistica (e spesso purtroppo anche la ricerca scientifica) continua a proporre un processo lineare, graduale, e migliorativo. Sebbene ormai questi tre supposti assiomi siano fortunatamente spariti dal contesto teorico della biologia, cento e passa anni di semplificazioni hanno lasciato l’impronta nella nostra cultura scientifica. Nell’ottica comparativa, invece di ritenere le scimmie antropomorfe parte della radiazione adattativa che include la nostra specie, scimpanzé, gorilla, e orango vengono usati come modelli di vita ancestrale, fermi ad una imperfezione precedente la nostra personale apoteosi. La prima difficoltà è logica: una specie attualmente vivente non può aver generato una variazione a lei contemporanea. Se dopo un ancestro comune la linea umana ha subito una evoluzione (cambiamenti) per cinque milioni di anni, lo stesso ha fatto la linea dello scimpanzé. E non sappiamo quali caratteri dello scimpanzé siano “primitivi”, e quali invece evoluti successivamente a questa separazione. Le informazioni sono anche più scarse per il gorilla, che ad oggi non può comunque ancora essere escluso dallo scenario filogenetico comune a questo gruppo evolutivo. La seconda difficoltà è statistica: per fare analisi testabile ci vuole comparazione, per fare comparazione serve un campione robusto, e il numero di scimmie antropomorfe “rimaste” (in termini di numero di specie) è troppo piccolo per andare sul sicuro. Il dibattito fino ad ora è rimasto abbastanza silente, ma a questo punto bisogna tentare di andare oltre: le scimmie antropomorfe possono essere un modello valido per le inferenze sugli ominidi estinti? In genere la domanda nemmeno si pone, dando per scontata la sua validità in nome della scala naturae dura a morire e della nostra ascesa alla perfezione. In altri casi (come nelle recenti descrizioni del genere Ardipithecus) si arriva alla risposta opposta, ma come sempre negli estremi l’approccio è un pó troppo superficiale e apparentemente solo disfattista. Ci sono per fortuna soluzioni propositive, come quella di Bill McGrew che definisce la scelta “ragionevole”. Certo, forse bisogna calibrare la risposta in funzione delle differenti domande. Alcune caratteristiche comportamentali, (soprattutto quelle comuni a tutte le grandi scimmie viventi, come l’utilizzo di “nidi” per dormire, o l’utilizzo di ripari e grotte, e in generale la gestione spaziale del territorio) possono offrire chiavi di lettura meno fuorvianti, e soprattutto utili. Ma quando si passa ai livelli più complessi della cognizione o dell’organizzazione neurale, a quel punto la bontà del “modello scimpanzè” per studiare l’evoluzione umana non puó essere minimamente garantita, e il rischio è una confusione analitica, metodologica, e teorica, assolutamente controproducente. Avrebbe senso studiare il genere umano con lo scopo di capire i dettagli dell’evoluzione dello scimpanzé?

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su novembre 10, 2009.

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