NeurArte

2009_05_neurarteLa neuroestetica ricerca le basi biologiche (neurali) che uniscono percezione e emozione, generando innumerevoli punti di contatto tra il contesto scientifico e quello sociale. Costantemente in bilico tra gli eccessi riduzionisti e meccanicisti da un lato, quelli filosofici e romantici dall’altro, è un campo di ricerca che ha sicuramente prospettive incredibili e intriganti. Se troviamo correlazioni utili tra sensazione e produzione artistica, quantificabili e interpretabili, è chiaro che con un processo inverso possiamo poi metterci alla ricerca di “emozioni fossili”. Se lo studio neontologico investiga con un processo bottom-up le cause prossime organiche che generano l’espressione di forme e colori, quello paleontologico ne può approfittare per affrontare il rispettivo approccio top-down, analizzando il risultato per inferire sulle condizioni neurali che lo hanno generato. La “Paleoarte” può essere traccia di una cognizione fossilizzata. E’ chiaro che a livello evoluzionistico ci sono due contesti di indagine. Il primo riguarda il processo di produzione artistica, che prevede la capacità di percepire, poi riconoscere, poi riprodurre una relazione spaziale, una geometria, una tessitura, un cromatismo. Il secondo, propriamente neuroestetico, riguarda invece la sfera emotiva, di chi esporta e di chi importa la percezione attraverso la produzione, provandone sensazioni. In questo caso il solito confine sfumato tra utile e bello rende le dinamiche più complicate e la sfida sicuramente più eccitante! Vale la pena provare.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su maggio 7, 2009.

4 Risposte to “NeurArte”

  1. Ogni carattere umano, e quindi anche l’attività artistica, trova la ragion d’essere nella storia evolutiva dell’uomo. I reperti disponibili dimostrano con certezza che l’uomo ha iniziato ad essere artigiano da almeno un milione di anni. Non ci sono invece reperti “artistici” precedenti Homo sapiens. Disegni, figure colorate, sculture non superano di molto i trentamila anni. Nessun uomo ha mai disegnato prima di quella data. Detto in modo diverso, prima dell’uomo moderno la mente umana non era in grado di procedere per astrazione nella sua forma più evoluta, vera cifra dell’uomo razionale.
    L’arte, come dicevo, nasce con Homo sapiens, quando acquisisce la facoltà di rappresentare fuori di sé ciò che percepisce dentro di sé, di riprodurre a due o tre dimensioni gli oggetti della realtà, del pensiero, della fantasia. Duplicare un oggetto significa astrarne l’immagine e fissarla in linee e colori o nelle forme plastiche della scultura. Più in generale, astrarre significa estrarre, tirar fuori da uno o più concreti, da loro parti o aspetti, un elemento comune nella forma di una immagine, di un simbolo, di una parola.
    Una mente che non astrae compiutamente, che non duplica la realtà, è una mente che si perde in essa, che non ha una sua indipendenza, che non possiede un io separabile e riflessivo. La mente che invece è capace di porsi di fronte al mondo in piena autonomia, distinguendosi anche dalle immagini che elabora, diventa il presupposto di un’ulteriore capacità, quella di giocare con esse, di muoverle in libertà, di accostarle e separarle a piacere, di moltiplicarle, in un vortice rappresentativo che è, a sua volta, la base del linguaggio evoluto, in quanto combinatoria infinita di un numero finito di immagini-segni. L’astrazione nasce da una sorta di elasticizzazione del pensiero, quando aumentano le connessioni e si intrecciano le reti neurali.
    Non è possibile sapere con esattezza quali siano stati i momenti che hanno contraddistinto il passaggio dall’immersione della mente nella natura alla sua emancipazione attraverso l’astrazione; si hanno tuttavia alcuni prodotti di questa nuova condizione mentale. Una prima arcaica tappa si è avuta quando è nato l’artigianato, ovvero quando l’uomo è stato in grado di modificare e aggiungere qualcosa alla natura, trasformando un ramo in una lancia o un sasso in un raschiatoio, il che ha comportato un grado significativo di astrazione, anche se non molto elevato, dal momento che è la stessa esperienza a mostrarci come un legno appuntito sia più penetrante di uno che non lo è. Ben più elevata è l’attività che si esercita con la produzione artistica vera e propria, che presuppone la capacità di riprodurre, oggettivate in copie esterne, la natura, le idee, le emozioni. La stessa mente che è in grado di fare questo, è in grado anche di ricevere tutto questo. Produzione e ricezione sono un solo problema.
    Artigianato ed arte si distinguono quindi per il tipo di produzione. L’artigiano arcaico trasforma le cose naturali in prodotti utili all’uomo, trasferendo in un materiale grezzo uno schema appreso casualmente dalla natura; non disegna, non inventa, non mescola forme e funzioni, si limita a imitare e a raffinare ciò che la natura fa spontaneamente – una punta, un raschiatoio, un contenitore. La produzione per imitazione è la forma più semplice di creatività e di astrazione, giacché non ha bisogno di un modello mentale, di una matrice da riprodurre all’esterno, nel senso che il modello è anch’esso esterno, è in quella cosa trovata per caso.
    Una scimmia può imparare casualmente ad usare un ramo appuntito trovato sul terreno per catturare le termiti (forma embrionale di astrazione), l’artigiano arcaico è capace di produrre la punta nel ramo (forma primitiva di astrazione), l’artista è in grado di disegnare con linee e colori quel bastoncino (forma evoluta di astrazione e quindi di linguaggio).
    Se queste osservazioni hanno un senso, la neuroantropologia deve individuare, procedendo a ritroso, le trasformazioni cerebrali che hanno reso possibile la capacità di astrarre.

  2. Il fatto che si continui a trovare solo materiale Europeo fa sempre venire comunque il dubbio che ci siano problemi di conservazione archeologica altrove. E’ difficile pensare che solo gli Europei fossero in grado di modellare legno e pietra, una volta evoluto nel genere umano quel livello cognitivo che permette l’accesso al pensiero astratto. E’ appena stato pubblicato questo nuovo reperto, con un evidente carico simbolico:

    http://oggiscienza.wordpress.com/2009/05/14/il-sesso-e-la-nascita-della-creativita

    In questo tuo commento trovo molto bello e intrigante il fatto di vedere l’arte associata alla ragione: la razionalità si fonda sull’irrazionale. L’irrazionale è prova dell’esistenza del razionale. Molte delle facoltà di cui parli girano intorno alla creazione di una mappa mentale, e questo come al solito ci avvicina allo sviluppo delle aree parietali a me care. Percepire, creare un insieme di relazioni della realtà esterna, creare un insieme di relazioni della mia realtà interna, integrare le due realtà in un insieme di coordinate utili: chiudere gli occhi e poter gestire questo network.

    Trovo in questo senso molto interessanti le prospettive di due autori inglesi:

    Philip Barnard, per una interpretazione modulare dell’evoluzione della cognizione
    http://www.mrc-cbu.cam.ac.uk/people/phil.barnard

    Philip Beaman, per la relazione tra percezione e decisione
    http://www.rdg.ac.uk/psychology/about/staff/c-p-beaman.asp

    Sull’imitazione c’è invece questa review recente di Subiaul e colleghi:
    http://www.isita-org.com/jass/Contents/2007%20vol85/Articoli/Subiaul.pdf

    Vale la pena però ricordare che in questo contesto, forse più che in altri, l’assenza di evidenza non è evidenza di assenza. Le tracce neurali raccontano solo variazioni “superficiali” (i.e., morfologia corticale), quelle culturali si logorano secondo l’influenza di variabili tanto diverse come quelle sociali o climatiche. In questo senso forse le riflessioni sulla “mente estesa” pubblicate in questo blog lo scorso mese potrebbero aiutare a trovare nuove zone d’ombra nascoste e ad aprire ulteriormente il dibattito …

  3. Astrarre significa unire in un simbolo (concetto, parola, immagine) parti o aspetti simili di realtà diverse (la parola “casa”, o il disegno di una casa, sta per una molteplicità di cose differenti, ma con un elemento in comune); significa anche oggettivare questa immagine, renderla indipendente, in modo che possa servire da tramite per comunicare con altri. L’astrazione ha una decisiva funzione socializzante: non può esistere una società senza comunicazione.
    Non si deve tuttavia credere che l’evoluzione della razionalità sia avvenuta in modo settoriale, perché lo sviluppo del cervello comporta l’emergere di una diversa forma di sensibilità, adeguata alle accresciute capacità. Cervello ed occhio devono essersi evoluti insieme.
    La fonte di gran parte del sapere dei mammiferi proviene dai sensi olfattivo e uditivo, o dalla percezione visiva di oggetti in movimento, vale a dire da quella specie di sensibilità che fornisce un sapere appena sufficiente per la conquista di cibo e di sesso, o per la fuga di fronte ai pericoli.
    Udito, olfatto e vista di movimento non sono in grado di fornire dati adeguati né al superamento pratico di molti degli ostacoli che la vita ci oppone, né all’elaborazione di concetti scientifici e matematici: ne è conferma il fatto che negli uomini tutti questi sensi hanno perduto una parte della loro potenza. Per sospettare prima e stabilire poi che la terra ruota intorno al sole, è necessario che la contemplazione visiva fornisca all’intelletto informazioni esatte su oggetti dai contorni ben definiti e in rapporti spaziali e temporali precisi e ripetibili, ovvero su entità in punti determinati dello spazio e delle loro successive modificazioni. Agli animali manca la percezione del tempo matematico, il tempo come successione misurabile di istanti, come regolare scorrimento delle cose fuori di noi. Il tempo per loro è semplicemente attesa, mai cronologia, così come i corpi nello spazio non sono mai forme e misure geometriche, ma semplici presenze.
    Per questo motivo nessuna scimmia può scagliare con precisione una lancia contro un bersaglio, non possedendo uno specifico equilibrio fisico, una intuizione geometrica della distanza e del rapporto fra questa e la velocità (il tempo) necessaria alla lancia per coprirla.
    La semplice osservazione ci conferma che alle differenze cerebrali delle diverse specie animali corrispondono organi sensoriali diversi. Ogni specie si è selezionata in modo differente dalle altre, sviluppando morfologie, sensorialità e strategie adeguate alle condizioni di esistenza.
    Sulle modificazioni nelle attività visuospaziali che si verificano con il passaggio dalla scimmia all’uomo si veda di E. Bruner, G. Manzi e J. L. Arsuaga Encephalization and allometric trajectories in the genus Homo: Evidence from the Neandertal and modern lineages, in PNAS, 2003, vol. 100, n° 26, o il saggio di R. Holloway, Toward a syntetic Theory of human brain evolution, 1996, in J. P. Changeux e J. Chavaillon, Origin of the human Brain. Un concetto simile esprime anche D. Falk in The evolution of sex differences in primate brain, in D.Falk e Kathleen R. Gibson, Evolutionary Anatomy of the Primate Cerebral Cortex, Cambridge University Press, 2001, ove si legge: “As noted by Kimura (1992), the spatial task at which man excel include mental rotation of objects, navigating their ways through routes, and guiding or intercepting projectiles. Because all of these task involve both vision and movement…”.

  4. Konrad Lorenz riconosce l’importanza di una rappresentazione interna del reale, per poter prevedere, per poter fare esperimenti mentali, pensare di fare una cosa più che di farla realmente. Nel mio articolo del 2004 (J Hum Evol) dove presento le prime riflessioni complete sulle aree parietali cito proprio un suo passaggio preso da “L’altra faccia dello specchio“, dove propone di includere tra le facoltà proprie della mente umana la capacità di generare uno “spazio immaginato” in cui operare. Riconosce peró anche che questa capacità è parzialmente presente nelle scimmie antropomorfe. Una conclusione simile viene proposta da Barnard, citato nella mia replica precedente.

    Integrazione visuo-spaziale vuol dire gestire relazioni di relazioni.Non si maneggiano mentalmente gli oggetti, ma le loro relazioni, fisiche come funzionali. La percezione e l’elaborazione della realtà immaginata che può essere sottoposta a sperimentazione mentale diventa allora una questione di geometria, a volte intesa nella sua forma più stretta, a volte con connotati metafisici e concettuali. Holloway propose già 20 anni fa che variazioni nelle capacità visuo-spaziali potessero rivoluzionare la struttura delle relazioni sociali, con evidenti possibilità di induzione sulle capacità cognitive e culturali. Le tematiche associate ai neuroni specchio o alla teoria della mente sono chiaramente correlate a questo tipo di integrazione cognitiva. Stanno uscendo un paio di pubblicazioni su questo tema, sulle relazioni dirette tra integrazione visuo-spaziale, cognizione, e evoluzione. Intanto hanno appena pubblicato un lavoro sulla possibile relazione tra integrazione visuo-spaziale e …
    percezione della bellezza!
    (chiaramente in linea col tema di questo thread)

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