La mente oltre il cranio

2542039561_74f2a95e64-1Secondo Andy Clark e David Chalmers, l’idea che la mente sia confinata all’interno del cranio è frutto di una considerazione meramente arbitraria. In fondo, mentre premiamo i tasti di una calcolatrice, o ruotiamo figure solide in un programma di grafica, non facciamo altro che scaricare il carico cognitivo che il nostro cervello avrebbe dovuto affrontare sugli strumenti che abbiamo di fronte, rendendo possibile ciò che altrimenti sarebbe troppo lento e complicato. E allora dov’è il confine tra la mente e il computer che abbiamo di fronte? Secondo la teoria della Mente Estesa, questo limite semplicemente non esiste. Con il termine esternalismo attivo Clark e Chalmers suggeriscono che gli oggetti nell’ambiente possano funzionare come parti della nostra mente, andando a definire con essa un sistema integrato a sè stante.

Appare così intuitivo che la selezione naturale abbia agito per milioni di anni su questo sistema integrato, pressando per nuove industrie litiche agli albori del genere Homo e scolpendo così l’architettura cognitiva e neurale necessaria alla loro realizzazione. Nella simmetria di una lancia abbiamo lasciato traccia delle nostre proprietà visuospaziali, nell’ideazione di una trappola l’impronta di una metacognizione spazio-temporale. E oggi, che siamo posti di fronte ai nostri computer, l’ambiente potrebbe chiederci di elaborare sistemi di comunicazione informatica sempre più veloci ed efficaci, selezionando nel contempo i cervelli più adatti a soddisfare questa domanda. Tali cervelli produrrebbero tecnologie sempre più fini, che richiederebbero substrati neurali ancora più efficienti, dando così origine ad un ciclo che troverebbe fine nel raggiungimento della singolarità tecnologica. Giunti a tal punto dell’evoluzione umana, la teoria della Mente Estesa sembrerebbe raggiungerebbe il suo massimo livello di significatività, poichè il vincolo osseo che separa la mente dalla tecnologia andrebbe inesorabilmente a decadere, rendendo tecnologia e biologia di fatto indistinguibili. 

-D Garofoli

~ di D Garofoli su aprile 6, 2009.

3 Risposte to “La mente oltre il cranio”

  1. Nella sua natura provocativa, chiaramente ben oltre le possibilità analitiche (e percettive) dei nostri tempi, mi sembra un’idea bellissima, e dannatamente seria. Va oltre i limiti di molte interpretazioni attuali, e sembra poter nascondere una lunga serie di strumenti concettuali innovatori.

    Va da se che questa prospettiva si sposa direttamente col post dello scorso mese su neuroarcheologia della mente, e con lo scritto di Malafouris e Renfrew sull’influenza reciproca tra ambiente (cultura) e sistema neurale:
    https://neuroantropologia.wordpress.com/2009/03/12/neuroarcheologia-della-mente/

    La prima domanda, pragmatica, doverosa: dove e come è possibile considerare tutto questo in termini neurologici?
    In che caratteristiche neurali dobbiamo cercare le tracce di questa “estensione” cognitiva?

  2. Mettiamola così: se in un’ottica brutalmente riduzionista a struttura corrisponde funzione, il tessuto neurale che sta alla base della mente estesa è costituito dalla materia di cui gli oggetti sono formati. A partire da quello che ci mostra l’archeologia, fino ai nostri giorni, questo substrato neurale “esteso” si è evoluto, fintanto che non ha raggiunto una forma che simula quella del nostro cervello (i processori dei computer che appunto processano delle informazioni).
    Se le pressioni ambientali fanno sì che vengano evoluti progressivamente nuove tecnologie, la mia idea è che questa forma di selezione stia di fatto riconfigurando il nostro “lobo esteso”.

    E se uno dei lobi si riconfigura, secondo una prospettiva a te cara, tutto il resto del cervello potrebbe adattarsi a questo cambiamento.
    Quindi facendosi due rapidi calcoli, sembrerebbe chiaro a questo punto che agendo sulla tecnologia, cioè scolpendo a tavolino il nostro lobo esteso, sarebbe possibile guidare sul lungo termine l’evoluzione del cervello.

  3. Ok, e va bene, anche l’analogia con il “lobo esteso” suona interessante, c’è qualcosa sotto di chiaramente utile e ancora poco compreso. Ma per andare oltre l’eccitante spiegazione “in linea di principio” (per utilizzare un’espressione cara alla teoria generale dei sistemi), ci vuole qualcosa di più. L’encefalo deve poter fornire le tracce organiche di questo adattamento (non nel senso darwiniano, ma sistemistico) al lobo esteso. Devo poter cercare l’evidenza di questa integrazione tra sistema neurale organico e sistema neurale inorganico. Anche la vecchia tradizione dello studio del “patologico” potrebbe aiutare (ci sono casi in cui questa integrazione viene a mancare?), ma il massimo sarebbe una evidenza sperimentale, quando non addirittura cellulare …

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: