Schizotipia disciplinare

2009_03_covers1Si consiglia in genere di non giudicare un libro dalla copertina. Ma perchè?! La copertina è un segnale, un messaggio, spesso inconscio (nel senso di chi lo emette) e subliminale (nel senso di chi lo recepisce). Nella copertina un autore investe la sintesi delle sue proposte, o una casa editrice i suoi migliori ingegni al fine di aumentare gli introiti. La scelta è delicata, pensata, discussa, soppesata nei dettagli e nei suoi cromatismi. La copertina deve attrarre, chiamare, coinvolgere, rendere partecipe. Professionisti di “copertinologia” sono al lavoro ogni giorno, per orientare le nostre scelte nell’oceano incredibilmente espanso delle pubblicazioni attuali. Una copertina può certamente non riflettere i contenuti di un libro, ma le intenzioni si, o perlomeno le sue speranze.
A fronte delle molteplici difficoltà dell’antropologia attuale, accademiche come concettuali, già da anni si dibatte sulle cause della sofferenza. Ci si sforza peró di dissezionare i vincoli della disciplina, e forse non si prende in considerazione la possibilità che il problema non sia l’antropologia, ma gli antropologi. Nella ricerca dell’eclatante e dell’immediato, la miscela di discipline spesso perde in robustezza, barattando qualità in cambio di immagine. Una dicotomia classica è quella tra scienze anatomiche e scienze molecolari. Ed ecco che al momento di presentarsi al pubblico con opere di volumetrico spessore, l’antropologia “fisica” mostra l’esca della doppia elica, e quella “genetica” una animistica interpretazione di un cranio del Pleistocene Medio. La schizotipia è definita come un “comportamento erratico simile alla schizofrenia ma meno appariscente e debilitante”. Ma alla lunga logora.

E Bruner

~ di Emiliano Bruner su marzo 5, 2009.

4 Risposte to “Schizotipia disciplinare”

  1. Trovo assolutamente deliziosa questo scambio di credenziali. Non penso affatto possa trattarsi di una forma di “schizotipia” non ci leggo alcun “comportamento erratico simile alla schizofrenia ma meno appariscente e debilitante, composta da ansia sociale, non-conformità impulsiva e percezione inusuale, e da aspetti negativi come l’introversione”. Ci leggo piuttosto una splendida e dichiarata voglia di uniformità e compenetrazione di discipline o meglio di metodi di studio fortemente differenziati ma che mirano allo stesso risultato. Un molecolare che usa un cranio fossile per vendere le sue storie, e in più un fisico che usa il dna per attrarre alle sue morfologie!, beh, credo che siano due “grandi” molto più avanti della media. E credo che anche Emiliano ne sia convinto.

  2. mmmmm… L’innocenza comportamentale invocata da Vincenzo mi pare di un ottimismo non consono, purtroppo, ai tempi attuali. Concordo e plaudo la sua lettura, che ritengo sia quella che vorremmo e che dovremmo adottare in un positivo uniformismo della pratica scientifica: ma temo che non sia così. Le due copertine a mio avviso semplicemente servono a far pensare al compratore/lettore non professionista che il contenuto del volume della massima competenza e che la “contraddizione” tra titolo e illustrazione sia la chiave di lettura di un approccio veramente olistico. Chi nella professione ci vive invece sorride e dice “furbo”. Alternativa ipotesi è che le copertine le abbiano fatte i potenti editors, oggi veri arbitri di ciò che nella scienza è/non è, mentre autori e lettori ancora una volta subiscono.

  3. Let’s take a closer look alle copertine incriminate…
    …sopresa… c’è dell’altro!
    Il DNA del libro di testo di Jurmain è una composizione di volti umani. Ma cmq si tratta di un testo universitario di antropologia generale. In passato avevano lo stesso volume con pitture rupestri o un bel bonobo. Insomma ogni anno cambiano ed è chiaro che qui c’è lo zampino dell’editor.
    L’altra copertina ha sullo sfondo del cranio, una cartina del mondo e un elaborazione dei distanze genetiche. Il sottotitolo è piuttosto eloquente (Origins, Peoples, and Disease).
    Ed ecco come viene descritta in breve l’impostazione del volume: “The authors of Human Evolutionary Genetics: Origins, Peoples, and Disease have achieved no mean feat—a textbook introduction to an interdisciplinary field. The book covers the basics not only of molecular genetics, genomics, and statistical population genetics, but also a range of topics in evolutionary anthropology, from the fossil record and linguistics to the spread of agriculture and the peopling of the Americas. They also illustrate applications of evolutionary genetics to medical and forensic science.”

    Quindi copertine – per iconografia e titolazioni – molto più “olistiche” di quanto possa sembrare ad una prima lettura. Meno olistica certamente è la composizione degli autori dei volumi: due osteologi da una parte e tre genetisti dall’altra

    Infine…
    Dicotomia tra scienze anatomiche e scienze molecolari? Problema non marginale, ma arriveremo mai a quanto auspica Morin? La conoscenza dell’umano dovrebbe esser nel contempo molto più scientifica, molto più filosofica e infine molto più poetica di quanto non sia… Edgar Morin (Il metodo: l’identità umana)
    … scusate se la ripropongo costantemente … ma mi piace!

    Baci a tutti, ale

  4. Questa analisi del dettaglio è ancora più rappresentativa! Da un lato la partizione discreta delle professionalità degli autori, dall’altro il tuttologismo pericolante inserito modularmente anche nei particolari della composizione grafica. L’esplicita confessione dell’impostazione del libro non lascia poi dubbi sulla spavalda sicurezza dell’operato: siamo in missione per conto della Conoscenza!

    Brecht si sedeva dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. Io ringrazio Vincenzo per l’invito a prendere una posizione più comoda, ma credo che almeno per adesso continuerò a guardare lo spettacolo da questa prospettiva. L’intervento di Luca è incredibilmente completo, ed efficiente. C’è tutto. C’è la speranza di una disciplina integrata e complementare, e c’è la stanca costatazione di vedere questa speranza invalidata dai limiti apparentemente naturali della cultura umana. Come i molti diritti che da violati diventano abusi, sappiamo ormai che con una certa frequenza termini come “multidisciplinarietà” o “approccio olistico” vengono illecitamente usati per nascondere una mancanza di contenuti, per riciclare una preparazione professionale approssimata, per impacchettare con paroloni qualche ovvietà, o per confezionare e svendere un pó di spettacolo da prima serata. Da parte dei ricercatori in alcuni casi c’è il dolo, in altri solo un ingenuo seguire l’andazzo. I media comunque avvallano, per fare audience, economia, tendenza. A questo punto è chiaro il rischio di feedback destruente tra chi genera confusione, chi la vende, e chi inconsapevolmente la compra e la converte in informazione corrente. E a ogni iterazione il livello professionale e culturale scenderà ad uno standard inferiore. Apprezzo l’ottimismo, e forse questo semplice modello può apparire eccessivamente cupo. Ma tralasciando l’analisi, come sistema informato guardiamo i risultati: le strategie attuali non stanno funzionando, e il trend degli ultimi anni continua a scendere. Consiglio quindi di prendere in seria considerazione le … alternative.

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