La terza mano

•giugno 4, 2014 • 5 commenti

MC Escher (revised)La teoria della mente estesa propone che i livelli cognitivi si organizzino su una integrazione tra cervello e ambiente, mediata direttamente e attivamente dall’esperienza dell’interfaccia: il corpo. Sebbene tutto il corpo possa essere mediatore, le due “porte seriali” principali sono l’occhio e la mano. Nei primati (e soprattutto nel genere umano il mondo entra nel cervello soprattutto attraverso l’occhio, e il cervello interagisce col mondo soprattutto attraverso la mano. Interessante notare che la nostra specie si caratterizza a livello di geometria cerebrale proprio per un aumento delle aree parietali profonde, particolarmente dedicate all’integrazione visuo-spaziale, alla gestione del sistema occhio-mano, e all’integrazione di tutto questo con la memoria e con le funzioni esecutive delle aree frontali. Ebbene, ai neandertaliani e ai loro predecessori il sistema occhio-mano non bastava, e integravano con un elemento ulteriore: la bocca. Lo sappiamo dalle strie che questo tipo di attività ha lasciato sui loro denti. In queste forme umane l’utilizzo dei denti come supporto alla prassi era attività comune. Nei cacciatori-raccoglitori moderni questo comportamento è presente, ma molto meno frequente. Insieme a Marina Lozano dell’Istituto Catalano di Paleoecologia Umana e Evoluzione Sociale (IPHES) proponiamo una interpretazione di questa evidenza paleoantropologica alla luce delle ipotesi sulla mente estesa, pubblicata e discussa in un forum del Journal of Anthropological Sciences. Considerando il corpo come interfaccia per estendere la mente, considerando che i neandertaliani non presentano le stesse variazioni delle aree parietali descritte per la nostra specie, considerando che il sistema occhio-mano è il centro dello scambio, e che la bocca è un organo sensibile, delicato, e importante per altre funzioni, ci possiamo porre la domanda di quanto questo comportamento sia libera decisione e quanto soluzione rimediaticcia a livello evolutivo. Quello che proponiamo è un “mismatch” tra substrato biologico e substrato culturale, ovvero tra il sistema neurale dei neandertaliani e quello comportamentale. Sappiamo che l’evoluzione biologica e quella culturale non sempre vanno di pari passo, e le autocatalisi possono generare disarmonie e battimenti nei processi. Potremmo quindi interpretare la necessità di utilizzare i denti per la manipolazione (scelta rischiosa e estrema) come una insufficienza del sistema neurale e sensoriale di integrazione visuo-spaziale e di gestione del sistema occhio-mano in qualità di interfaccia. Ovvero, una cultura che accelera eccessivamente e che non si integra bene con il sistema di relazione dell’interfaccia-corpo, a livello centrale (cervello) o a livello periferico (integrazione sensoriale). Attenzione, che non siamo di fronte a un classico dell’evoluzione progressiva fatta di passi intermedi. Una dissociazione tra cultura e biologia nelle popolazioni neandertaliane non deve interpretarsi come fase di passaggio verso l’uomo moderno, ma come una circostanza vincolata e puntuale che, non possiamo far finta di non saperlo, sembrerebbe associata a un binario alternativo e decisamente estinto del genere umano.

L’articolo è stato commentato in un forum da diversi autori. Lambros Malafouris sottolinea che tutto il corpo è interfaccia, e magari non dobbiamo dare troppa importanza al sistema occhio-mano. Ognuno sceglie le sue forme e i suoi modi di relazionarsi fisicamente con l’ambiente. Marco Langbroek va oltre, proponendo polemicamente che addirittura forse siamo noi che lo facciamo male, avendo un sistema sensoriale e cognitivo ancorato e limitato da necessità visuali. Magari i Neandertaliani dominavano il loro mondo senza aver bisogno di fare segnacci sulle pareti delle grotte, ed erano talmente abili da poter incrementare la loro interfaccia corporea con i denti senza sfondarsi la bocca. Thomas Wynn è scettico, non crede che l’evidenza paleontologica possa realmente indagare i processi visuo-spaziali, che inoltre secondo lui si sono evoluti ben prima della separazione tra umani moderni e neandertaliani. Fred Coolidge coincide nel dare importanza alle aree parietali, ma vede l’integrazione visuo-spaziale come conseguenza secondaria rispetto a funzioni più centrali quali le capacità numeriche e la coscienza autonoetica. Manuel Martín-Loeches aggiunge un fattore importante a questa nostra ipotesi: il sistema corticospinale e il controllo motorio.

Sarà interessante studiare quelle popolazioni arcaiche di Homo sapiens che condividevano con i Neandertaliani l’industria musteriana, le differenze anatomiche di dettaglio nella gestione della mano, o le differenze funzionali e culturali nell’uso dei denti come integrazione alla prassi nelle popolazioni attuali di cacciatori raccoglitori. Certo, come sempre le teorie in archeologia cognitiva non si possono verificare più di tanto. Ma se si integrano evidenze incrociate (come in questo caso tra paleoneurologia, antropologia dentale, archeologia, e scienze cognitive) si possono proporre nuove direzioni. E in questo caso c’è comunque una possibilità di verifica almeno parziale: cercare in queste forme estinte altre evidenze delle loro capacità di integrazione visuo-spaziale, e delle loro possibilità di estendere la mente.

E Bruner

Singolaritá illusoria

•maggio 22, 2014 • Lascia un commento

traPer singolaritá si intende una condizione in cui le macchine diventano indistinguibili dagli esseri umani, nel senso che esse possiedono una mente comparabile con quella umana. Nel libro Collapsing the singularity, Stephen Robbins offre una potente critica dei modelli tradizionali di intelligenza artificiale. Tali modelli mirano al raggiungimento della singolaritá mediante il potenziamento della capacitá computazionale di architetture simboliche (computer) o sub-simboliche (reti neurali). Secondo Robbins, i sostenitori di queste teorie di IA classica potrebbero non solo aver previsto tempi troppo brevi per la realizzazione della singolaritá mediante questo approccio. Piú radicalmente, argomenta l´autore, l´intero approccio potrebbe rivelarsi fallato, in quanto fondato sulla premessa erronea che la mente umana sia assimilabile ad un dispositivo che manipola rappresentazioni del mondo esterno. Robbins combina cosí principi di psicologia ecologica e teoria del tempo bergsoniana per dimostrare che la mente non puó essere simulata da tali sistemi computazionali. Infatti, essendo prive della percezione diretta degli eventi nel loro carattere indivisibile e unitario nel tempo, le architetture simboliche o le reti neurali non possono realmente percepire il mondo. Al massimo, possono connettere stimoli raccolti nel mondo a categorie impostate a priori dai loro programmatori. Ma questa non é percezione, é solo un esercizio di connessione semantica che viene deciso a priori da un programmatore. Il movimento di una persona che avanza nello spazio, per esempio, é percepito da un essere umano come un evento unitario nel tempo, sfruttando il progressivo aumento della figura che incede verso di noi, secondo leggi invarianti. Un computer, al contrario, non percepisce un evento, ma migliaia di fotogrammi separati che sono connessi ad una categoria di “movimento” da un algoritmo impostato dal programmatore. Il libro rappresenta dunque anche un argomento piú generale contro il cognitivismo classico, mettendo in luce le sue inevitabili derive omuncolariste. Applicando il modello di AI classica alla mente umana, si pone il problema di spiegare chi sia il programmatore che impone categorie aprioristiche alla realtá. Allo stesso tempo, il libro rappresenta un importante contributo nel campo emergente delle scienze cognitive incorporate radicali, affrontando probabilmente il punto piú dolente di ogni approccio anti-rapresentazionalista che si rispetti e cioé la memoria. Robbins cerca cosí di spiegare che anche processi come il riconoscimento di oggetti nel mondo, ritenuti da sempre il vero incubo dei modelli radicali, possa avvenire senza il coinvolgimento di rappresentazioni mentali imposte alla realtá.

L´unico punto dolente del libro, a mio modo di vedere, é nella parte finale, che ha a che vedere con la relazione tra l´evoluzione e l´IA. In primo luogo, l´autore critica il tentativo, da parte dei sostenitori dell´IA classica, di utilizzare l´evoluzione come un grande programmatore. Secondo questa ipotesi, le categorie semantiche vengono collegate ai simboli che le manipolano dalla selezione naturale, che assume cosí il ruolo del misterioso programmatore che manca alla mente umana e dá senso ai simboli che il cervello manipola (come faccia, peró, non é dato sapere). Allo stesso tempo, peró, l´autore dedica una sezione finale al problema opposto, criticando una visione dell´evoluzione meccanicista, secondo cui l´evoluzione é governata da una grande IA computazionale che lavora con algoritmi di selezione. Se l´evoluzione non é una grande IA, peró, si apre la possibilitá che l´universo abbia coscienza e che dunque l´evoluzione degli organismi sia risultato di un processo cosciente. Senza uno sviluppo accurato, tuttavia, é chiaro che questa critica puó aprire alle numerose insidie dell´intelligent design. Anche la posizione bergsoniana (che l´autore implicatamente assume), secondo cui l´universo ha coscienza senza finalismo, apparirebbe estremamente controversa a molti ricercatori. Tali tematiche appaiono comunque non necessarie per i problemi di filosofia della mente trattati nel libro, che restano validi. A fronte di questo, c´é da chiedersi il perché siano state cosí fugacemente introdotte, dato il loro carattere estremamente controverso.

D Garofoli

Evoluzione autopoietica

•maggio 5, 2014 • 3 commenti

The 10000 year explosion é un libro che induce a riflettere. Di fronte allo sviluppo di nuove e dilaganti correnti di pensiero sull’unitá psichica di tutti gli esseri umani moderni e alla nascita di teorie estreme che includono in questa uniformitá collettiva anche i Neanderthal, resta da capire perché un libro di questo tipo sia stato completamente ignorato dai sostenitori di tali modelli. La tesi difesa da Cochran e Harpending costituisce un contro-argomento radicale rispetto all’ipotesi dell’equivalenza cognitiva. Gli autori, infatti, non solo sostengono che l’evoluzione genetica abbia giocato un ruolo cruciale nell’emersione degli esseri umani moderni e che sia dunque necessaria per spiegare la rivoluzione tecnologica del Paleolitico superiore (tesi di Richard Klein e Wynn & Coolidge). Allo stesso tempo, essi sostengono che l’evoluzione biologica umana non si sia mai fermata e che la selezione di alleli favorevoli, che massimizzano cioé la fitness darwiniana, abbia subito addirittura una drastica accelerazione negli ultimi 10000 anni. La tesi é sostenuta su due fronti. Al livello teorico, gli autori fanno un grande lavoro per dimostrare il seguente punto. Se la pressione selettiva diventa enorme e le popolazioni che si riproducono diventano limitate, una variante allelica che produce vantaggio riproduttivo può diffondersi in tempi relativamente brevi e diventare predominante. Secondo gli autori, il progressivo sviluppo di una cultura umana sempre piú complessa produce nuovi problemi e nuove nicchie ecologiche, con alte pressioni selettive che richiedono nuovi adattamenti. Nel contempo, la gerarchizzazione della societá rende il flusso genico intra-popolazione vincolato, mentre viaggi, conquiste e colonizzazioni consentono di esportare le varianti alleliche vantaggiose a nuove popolazioni. Tali alleli possono dunque influenzare innumerevoli aspetti degli esseri umani, inclusi quelli che alterano le proprietá del sistema nervoso centrale, che esercita effetti su processi cognitivi e personalitá. In secondo luogo, al livello empirico gli autori mostrano evidenze genetiche basate su analisi di linkage e conservazione di frammenti allelici recenti (vedi anche Hawkes et al. 2007). In altre parole, se una mutazione è emersa di recente, il frammento di DNA circostante alla mutazione ha molte probabilitá di essere conservato e poco soggetto a ricombinazione, vista la giovane etá del gene mutante. Se questa giovane mutazione risulta tuttavia essere anche molto diffusa nella popolazione sotto esame, ció induce a pensare che essa sia anche estremamente vantaggiosa. Si puó dunque concludere che la mutazione sia esplosa di recente prima che il locus genico fosse ricombinato. Gli autori discutono vari casi di recente emergenza di alleli vantaggiosi nel breve termine, sostenendo dunque la validitá empirica della loro tesi. Il caso emblematico che collega la componente teorica e quella empirica del libro é quello degli ebrei Ashkenazi, un gruppo etnico impiantato in Europa da secoli, il cui QI sembra ad oggi essere superiore alla media. Dopo analisi piú approfondita, gli autori argomentano che tale popolazione fosse soggetta a forte selezione per geni coinvolti nella cognizione. Infatti, membri di tale popolazione erano generalmente coinvolti in mansioni legate ad economia, finanza, prestiti, etc. Allo stesso tempo, gli Ashkenazi erano costretti per vincoli culturali ad evitare matrimoni misti, limitando così il flusso genico e velocizzando cosí il diffondersi di eventuali mutazioni favorevoli, mentre il successo degli individui era chiaramente collegato alle performance lavorative nel settore dei prestiti. Il tutto dunque poneva una forte pressione selettiva su geni cognitivi, che si manifesta ad oggi nella presenza di una variante allelica che potenzia la ricchezza delle arborizzazioni sinaptiche e che é di recente evoluzione. Queste evidenze sembrano dunque giustificare l’aumento del QI negli Ashkenazi e supportare la tesi degli autori: ovvero che la cultura é un potente motore della evoluzione genetica e che persino le grandi rivoluzioni dell’epoca moderna potrebbero essere state supportate da una base di evoluzione genetica. Se tutto ció é vero per quanto riguarda gli ultimi 10000 anni, appare dunque estremamente difficile pensare che gli uomini moderni non abbiano visto alcuna variazione genetica nei precedenti 150000 anni. Cosí come appare implausibile che i Nenaderthal siano stati cognitivamente equivalenti ai moderni. Se tutto questo é vero.

D Garofoli

Immagine: Franco Castelluccio fine art: The double helix.

Quanto possiamo enattivarci?

•aprile 10, 2014 • Lascia un commento

lmmCome abbiamo visto di recente, la teoria dell´integrazione con la materia é il tema centrale del nuovo libro di Lambros Malafouris. Uno degli aspetti fondamentali di questo approccio é rappresentato dall´abbandono di teorie internaliste e neurocentriche in evoluzione cognitiva. L´idea che nuove abilità cognitive possano evolversi come conseguenza diretta di mutazioni adattative nella architettura neurale umana viene cosí respinta. Al contrario, l´evoluzione cognitiva implica un processo di cotrasformazione di mente e cultura materiale, dove la relazione tra umani ed artefatti produce nuove abilitá cognitive. Il simbolismo ad esempio non é una abilitá innata, ma emerge come conseguenza della azione umana su artefatti non simbolici. Tali artefatti non-simbolici rappresentano dunque un tramite necessario, senza il quale non é possibile acquisire la capacitá di produrre simboli. Fin qui, nulla da eccepire.
Ora, siamo a conoscenza del fatto che una scuola di pensiero che sta gradualmente prendendo piede in archeologia cognitiva sostiene la tesi che l´evoluzione cognitiva umana sia il prodotto di meri meccanismi culturali, piuttosto che di alterazioni del sistema biologico sottostante. La teoria di Malafouris potrebbe dunque candidarsi come un eccellente alleato per questa scuola di pensiero. Una architettura neurale comune, evolutasi nel Pleistocene Medio, avrebbe cosí necessitato di sviluppare dei “tramiti” materiali necessari per l´acquisizione di abilitá cognitive sempre piú sofisticate. Il record archeologico dell´uomo moderno nel Paleolitico Medio africano mostrerebbe dunque la graduale emergenza di questi artefatti-ponte, che rappresentano condizioni necessarie per l´acquisizione di abilitá cognitive dimostrate dalla cultura materiale del Paleolitico superiore. Allo stesso tempo, il Castelperroniano mostra che anche i nenaderthaliani avrebbero dato inizio a questo processo di trasformazione, senza tuttavia avere il tempo di completarlo. Ció indicherebbe che la differenza cognitiva tra le due specie é da individuarsi solo nell´assenza nei neanderthaliani del processo di integrazione con la materia, piuttosto che nella differenza tra strutture neurali. Puó questo tipo di ragionamento funzionare?
Su Journal of Mind and Behavior propongo una critica del libro di Malafouris, in cui argomento che la risposta alla precedente domanda dovrebbe essere NO. La tesi dell´integrazione con la materia non si presta cioé ad alcuna alleanza con il modello dell´equivalenza cognitiva. Soffermandoci sul caso del simbolismo come esempio, il problema cruciale é che la tesi di Malafouris non dice che la relazione tra esseri umani e artefatti non simbolici porta necessariamente alla emergenza di simboli. Al contrario, la tesi dovrebbe dirci che tale relazione puó enattivare nuove abilitá cognitive astratte. In altre parole, il processo di enattivazione legato all´integrazione con la materia funziona se e solo se la struttura del sistema nervoso dell´agente ha sufficienti gradi di libertá per poter accomodare questa variazione. Stando cosí le cose, appare chiaro che la proposta di Malafouris non costituisce alcuna minaccia alle tesi mutazionali in sé, poiché critica solo l´idea della mutazione “magica”. Malafouris critica unicamente il fatto che una mutazione neurale sia condizione sufficiente per l´emergenza di nuove abilitá cognitive. Rimane tuttavia neutrale sul fatto che alterazioni della architettura cerebrale siano ancora necessarie a svincolare il sistema neurale, consentendo ad esso di proseguire nel processo di enattivazione. In questo modo, non é possibile affermare che i Neanderthal potessero spingersi oltre il Castelperroniano, proprio perché non é detto che l´emergenza di artefatti non simbolici, come gli ornamenti primitivi, porti necessariamente alla capacitá di processare simboli.
Affermare il contrario significa sostenere che l´integrazione con la materia non solo influenzi il processo di sviluppo neurocognitivo, ma sia capace di alterare le proprietá fisiche della nostra architettura neurale, sostituendo o aggiungendo aree cerebrali a seconda delle esigenze. Se cosí fosse, ci troveremmo di fronte al paradosso di dover affermare che l´integrazione materiale possa aggiungere nuovi “pezzi” al nostro corpo. Ma questo tipo di aggiunta al livello neurale non é cosí diverso dalla creazione di un braccio addizionale dall´esperienza.
Questa idea implicherebbe una combinazione di behaviorismo ed empirismo classico in una forma estrema, poiché ci direbbe che qualunque struttura neurale possa essere generata a patto di presentare lo stimolo giusto al soggetto. Dubito che nelle scienze cognitive attuali qualcuno sostenga questa teoria e ho l´impressione che insistere su di essa ci porti necessariamente ad una situazione che giá conosciamo.

D Garofoli

Nomen omen

•marzo 26, 2014 • 1 commento

La legge - Bucchi 2013Continua la saga delle questioni sui metodi di pubblicazione scientifica. Il tema rimane dei più ostili, e la sintesi delle puntate precedenti è semplice: il processo di pubblicazione dei risultati scientifici è una delle componenti fondamentali della ricerca, ma allo stesso tempo è altamente imperfetto e inquinato da fattori umani, economici, amministrativi e istituzionali, che lo rendono inefficiente e corruttibile. La qualità della ricerca spesso non è strettamente correlata agli indici di valutazione e di riconoscimento professionale, e ancor meno all’attenzione mediatica e accademica. E il sistema di revisione è danneggiato da relazioni personali e istituzionali che vanno dalle geopolitiche su tutte le scale alle basiche relazioni di amore-odio, privilegio, e onnipotenza. Il dibattito è aperto, e le riviste stanno cercando di minimizzare i danni mantenendo le casse in attivo. Le riviste Open Access sono quelle che stanno proponendo più alternative, perché in fin dei conti non hanno nulla da perdere. Sono riviste che nascono dal giorno alla notte come funghi, hanno costi quasi nulli perché pubblicano solo in rete, e sotto le mentite spoglie della condivisione dell’informazione stanno trasformando la scienza in un mercato di chincaglierie: ti pubblicano l’articolo sotto pagamento, trasformando l’autore in cliente. I prezzi possono essere davvero esorbitanti, il cliente ha sempre ragione, e queste riviste si sono già fatte una mala fama, che però non sembra fermare o rallentare il business. Qualcuna si vende meglio di qualcun’altra, creando relazioni accademiche che garantiscono un flusso di mercato costante e una facciata di riconosciuta rispettabilità. Un tentativo timido di cambiare qualche carta alla tavola del problematico metodo di referaggio scientifico è quello di rendere anonimo non solo il nome del revisore ma anche quello dell’autore, per non influenzare i giudizi. Apparentemente equo, in realtà nasconde un problema sincero: non conoscendo il nome degli autori, un revisore che deve accettare l’incarico non può sapere se ha un conflitto di interessi verso quel gruppo di lavoro. In campi grandi questo fattore può avere un peso più contenuto, ma in settori specialistici le relazioni personali contano di più, i conflitti ci sono, e un revisore deve poter tenerne conto prima di accettare un articolo. Alcune riviste rompono allora gli schemi con il criterio opposto: nessun anonimato né per autori né per revisori. Il revisore fa il suo lavoro, ma poi il suo nome viene pubblicato ufficialmente sulla prima pagina dell’articolo, facendolo responsabile del contenuto. C’è poco da dire. Quanti revisori saranno sinceri sapendo che gli autori conosceranno la loro identità? Il mondo professionale è spietato ed egoista, le relazioni personali sono fondamentali, e l’animo umano è spesso suscettibile e spocchioso. Quanti revisori sapranno conciliare lo sguardo attento della valutazione di qualità scientifica con le necessità di buon vicinato dell’accademia e delle sue implicazioni economiche e professionali? Il metodo di pubblicazione scientifica è imperfetto, e le alternative devono sempre essere considerate con interesse e disponibilità. In realtà, spesso ci dimentichiamo che l’imperfezione non è una qualità del metodo stesso, ma della sua applicazione. Come sempre, una buona prospettiva si può portare avanti male se gli obiettivi sono annacquati, e al contrario una cattiva proposta può dare buoni frutti se chi ci mette mano è realmente capace. In questo caso e come sempre l’ottimismo è benvenuto, ma la cautela è d’obbligo.

E Bruner

Sauté à la gibsonienne

•marzo 17, 2014 • 2 commenti

Fersym

Il tema dell´equivalenza cognitiva tra uomini moderni e popolazioni arcaiche é probabilmente la questione ad oggi piú discussa in archeologia cognitiva. Nel corso del tempo, si sono susseguite innumerevoli diatribe e discussioni mirate a stabilire quale comportamento fosse realmente “moderno” e quale no. Alla fine, il cavallo vincente della modernitá si é rivelato essere il simbolismo, certificato nel record archeologico dalla presenza di conchiglie perforate, presumibilmente spiegate come ornamenti corporei. I sostenitori dell´equivalenza cognitiva propongono una linea di ragionamento molto semplice: se gli ornamenti corporei implicano modernitá comportamentale e quest´ultima implica modernitá cognitiva, allora qualunque popolazione umana associata ad ornamenti nel record archeologico é cognitivamente moderna. La presenza di tali ornamenti nel record archeologico di popolazioni umane moderne nel Paleolitico Medio Africano é stata dunque usata per sostenere che l´architettura cognitiva moderna emerge con la speciazione di Homo sapiens. Di conseguenza il Paleolitico superiore europeo non segna alcuna “rivoluzione” tecnologica, né cognitiva. L´esplosione tecnologica é dunque solo quantitativa e non é causata da alcuna mutazione che aumenta la cognizione umana. Una variante piú estrema di questa scuola di pensiero, nota come “la scuola culturale”, ha di recente proposto la totale rottura con la tradizione. Secondo i sostenitori di tale approccio, l´esistenza di ornamenti simbolici nel record archeologico di popolazioni neanderthaliane prova che anche i Neanderthal erano cognitivamente equivalenti ai moderni e avviati verso la produzione di un proprio Paleolitico superiore.
Nel mio lavoro per JASs (Garofoli & Haidle 2014) avevo mostrato come la tesi dell´equivalenza qui descritta fosse affetta da profondi problemi epistemologici. In breve, la grande maggioranza delle tesi sull´equivalenza parte dall´assunzione dogmatica che gli ornamenti corporei siano simboli e che il simbolismo sia prova di cognizione moderna. Tale assunzione si basa su una sorta di intuizione di complessitá, secondo cui gli ornamenti corporei sono troppo complessi e troppo “modern-like” per poter richiedere una mente primitiva. Il problema, tuttavia, é che la connessione tra ornamenti e mente moderna é proprio il punto da dimostrare, non la premessa.
Di recente, Henshilwood & Dubreuil (2011) hanno affrontato la questione abbracciando una epistemologia piú appropriata. Questi autori hanno tentato di sostenere la tesi dell´equivalenza cognitiva argomentando che i primi ornamenti corporei implicano la presenza di abilitá che sono, almeno ad una prima considerazione, tipiche della cognizione moderna: teoria della mente e condivisione di standard sociali astratti.
Su Phenomenology and the Cognitive Sciences propongo un controargomento a questa tesi. Nel paper, cerco di dimostrare che ornamenti corporei del tipo “conchiglie perforate” non implicano necessariamente che concetti astratti siano rappresentati mentalmente, associati ad essi, usati per costruire pendenti e soprattutto individuati nella mente altrui come stati proposizionali. Utilizzando un approccio basato sulla percezione sociale diretta, sostengo che una conchiglia nelle mani di un individuo funzioni come un talismano per la percezione sociale. In altre parole, il complesso corpo-artefatto canalizza la percezione e la reazione emotiva altrui attirandola verso di esso. L´individuo che tiene la conchiglia tra le mani puó cosí percepire immediatamente il significato sociale dell´oggetto. L´azione dell´individuo recante l´oggetto consente cioé di scoprire affordances sociali e di percepire il significato che l´oggetto ha per gli altri, senza teorizzare o simulare gli stati mentali altrui. Allo stesso modo, non esiste la necessitá di costruire concetti astratti come “bellezza” o “ricchezza” e di associarli all´oggetto per rendere il senso di esso. Indossare ornamenti diventa segno di bellezza quando la reazione emotiva dell´altro, diretta verso l´oggetto, é prima direttamente percepita e poi mantenuta nella memoria. Il concetto di “individuo bello” emerge dunque come ricordo di una situazione sociale. Risuona alla percezione diretta del passato senza implicare che una teoria di “bellezza” sia usata per interpretare la realtá sociale.
Se il mio argomento é valido, allora sorge il seguente interrogativo. E se questi processi cognitivi minimalisti non richiedessero necessariamente una architettura cognitiva moderna? Ad oggi, non possiamo rispondere a questa domanda, proprio perché manca la mappatura tra i processi enattivi/situati appena descritti e modelli di architetture cognitive. Se il mio argomento é valido, tuttavia, abbiamo almeno una certezza. Gli ornamenti corporei arcaici non sono ad oggi sufficienti a provare l´equivalenza cognitiva tra popolazioni moderne e non.

D Garofoli

Paleosilico inferiore

•marzo 12, 2014 • 7 commenti

Paleosilico inferiore

I test d’intelligenza cui venne sottoposto diedero risultati sorprendenti: messo davanti a un cubo di Rubik impiegò solo 10 secondi a inghiottirlo
(Gino e Michele)

Il confronto tra uomini moderni e neandertaliani ha una sua ragion d’essere: due lignaggi distinti e paralleli, con origini in due continenti distinti ma più o meno coincidenti nel tempo, e con un simile investimento in massa cerebrale. Due forme distinte e parallele di encefalizzazione, e di complessità culturale. Per molti anni si presenta una falsa sequenza dove la fase neandertaliana bruta precede la forma moderna saggia. Ancora ad oggi si trova questa incoerenza con i dati paleontologici in molti musei e in molti contesti di divulgazione. A livello di settore invece si riconosce l’identità delle due linee filogenetiche, magari a volte ancora discutendo sul loro possibile grado di mescolamento, ma di fatto rispettandone una certa individualità umana. E come sempre succede con la nostra psicologia di massa, chiodo scaccia chiodo e da un eccesso si passa ad un altro. Il mantra “siamo tutti uguali” pervade il politically correct, e il Neandertaliano si confonde nella folla di una metropolitana con l’unico ausilio di una cravatta. Qualcuno insiste sul fatto che se una specie si è estinta e una no, avendo una origine comune, qualche ragione ci deve pur essere. Una delle due ha causato l’estinzione dell’altra, oppure una si è estinta da sola per problemi interni, oppure è stato il caso. Ma una ragione probabilmente c’è. Forse la linea neandertaliana potrebbe essere stata un pò più duratura della linea moderna ipotizzando una discendenza diretta e continua dal Pleistocene Medio europeo. Ma tant’è, entrambi le specie sono ben caratterizzate intorno a 100-150 mila anni fa, investono in massa cerebrale, condividono anche la stessa industria, poi una cambia cultura e l’altra si estingue. Almeno questo è quello che per adesso leggiamo nel registro fossile e archeologico. Due linee parallele possono inventare cose differenti, anche se vanno per lo stesso cammino. Marco Langbroek ci ricorda che se la nostra specie ha evoluto caratteristiche nuove, i Neandertaliani possono aver fatto lo stesso, potenziando risorse cognitive o sensoriali che noi invece non abbiamo. Ogni specie ha le sue idiosincrasie, comprese quelle cognitive, e piccole differenze nelle capacità di percezione e integrazione possono generare menti molto differenti.  Però rimangono i fatti, e non possiamo fingere di non conoscerli: delle due specie capoccione, ne è rimasta solo una. Chi cerca evidenze di un incremento nella capacità cognitiva nell’uomo moderno confronta la spartana e rustica industria musteriana dei Neandertaliani con l’aurignaziano elegante e delicato dei primi coloni moderni nel territorio europeo. Il contrasto è ancora più facile quando ci si aggiunge l’arte rupestre e il simbolismo dei rituali. Però se confrontiamo musteriano e aurignaziano stiamo forse facendo il solito errore di mettere tutto sulla stessa linea. Un confronto di questo tipo va bene in situazioni storiche, dove un progresso marca il cambiamento dentro di uno stesso sistema. In questo caso peró i sistemi sono due, paralleli, indipendenti. Dovremmo confrontare quindi i risultati indipendentemente, e non pensando che uno sia lo sviluppo dell’altro. E per fare questo dobbiamo allora confrontare il risultato estremo del processo, che tradisce possibili differenze indipendentemente dal meccanismo che lo ha generato. Ovvero, nel caso del confronto tra Neandertaliani e uomini moderni, questo vuol dire confrontare la scheggia levallois con … un pendrive. Non sappiamo se la mente Neandertaliana avrebbe potuto innescare un processo storico-cognitivo di feedback tra ambiente e cervello, tra biologia e cultura, analogo a quello che ha generato la nostra attuale complessità tecnologica e comportamentale. Non sappiamo se, avendo avuto tempo a disposizione, un Neandertaliano avrebbe potuto progettare uno smartphone, o uno strumento di complessità paragonabile. Ma una cosa la sappiamo: probabilmente non l’ha fatto. La nostra mente è il risultato di una continua strutturazione tra neuroni e ambiente, dove un corpo si organizza in risposta a una nicchia sociale e culturale. Siamo questo percorso, siamo questo cammino. E questo cammino, almeno a giudicare da quello che sappiamo attraverso il registro archeologico, nelle altre specie umane non è forse nemmeno mai cominciato, o non è comunque mai riuscito ad attivare processi così complessi come quelli che osserviamo nelle popolazioni umane moderne. Resta il dubbio sul possibile autore del Castelperroniano, ma sappiamo benissimo di chi è quell’impronta sulla Luna. Non si tratta di giudicare i livelli cognitivi, ma di compararli, riconoscendo le differenze per poterne apprezzare il loro valore.

E Bruner

 
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