Quanto possiamo enattivarci?

•aprile 10, 2014 • Lascia un commento

lmmCome abbiamo visto di recente, la teoria dell´integrazione con la materia é il tema centrale del nuovo libro di Lambros Malafouris. Uno degli aspetti fondamentali di questo approccio é rappresentato dall´abbandono di teorie internaliste e neurocentriche in evoluzione cognitiva. L´idea che nuove abilità cognitive possano evolversi come conseguenza diretta di mutazioni adattative nella architettura neurale umana viene cosí respinta. Al contrario, l´evoluzione cognitiva implica un processo di cotrasformazione di mente e cultura materiale, dove la relazione tra umani ed artefatti produce nuove abilitá cognitive. Il simbolismo ad esempio non é una abilitá innata, ma emerge come conseguenza della azione umana su artefatti non simbolici. Tali artefatti non-simbolici rappresentano dunque un tramite necessario, senza il quale non é possibile acquisire la capacitá di produrre simboli. Fin qui, nulla da eccepire.
Ora, siamo a conoscenza del fatto che una scuola di pensiero che sta gradualmente prendendo piede in archeologia cognitiva sostiene la tesi che l´evoluzione cognitiva umana sia il prodotto di meri meccanismi culturali, piuttosto che di alterazioni del sistema biologico sottostante. La teoria di Malafouris potrebbe dunque candidarsi come un eccellente alleato per questa scuola di pensiero. Una architettura neurale comune, evolutasi nel Pleistocene Medio, avrebbe cosí necessitato di sviluppare dei “tramiti” materiali necessari per l´acquisizione di abilitá cognitive sempre piú sofisticate. Il record archeologico dell´uomo moderno nel Paleolitico Medio africano mostrerebbe dunque la graduale emergenza di questi artefatti-ponte, che rappresentano condizioni necessarie per l´acquisizione di abilitá cognitive dimostrate dalla cultura materiale del Paleolitico superiore. Allo stesso tempo, il Castelperroniano mostra che anche i nenaderthaliani avrebbero dato inizio a questo processo di trasformazione, senza tuttavia avere il tempo di completarlo. Ció indicherebbe che la differenza cognitiva tra le due specie é da individuarsi solo nell´assenza nei neanderthaliani del processo di integrazione con la materia, piuttosto che nella differenza tra strutture neurali. Puó questo tipo di ragionamento funzionare?
Su Journal of Mind and Behavior propongo una critica del libro di Malafouris, in cui argomento che la risposta alla precedente domanda dovrebbe essere NO. La tesi dell´integrazione con la materia non si presta cioé ad alcuna alleanza con il modello dell´equivalenza cognitiva. Soffermandoci sul caso del simbolismo come esempio, il problema cruciale é che la tesi di Malafouris non dice che la relazione tra esseri umani e artefatti non simbolici porta necessariamente alla emergenza di simboli. Al contrario, la tesi dovrebbe dirci che tale relazione puó enattivare nuove abilitá cognitive astratte. In altre parole, il processo di enattivazione legato all´integrazione con la materia funziona se e solo se la struttura del sistema nervoso dell´agente ha sufficienti gradi di libertá per poter accomodare questa variazione. Stando cosí le cose, appare chiaro che la proposta di Malafouris non costituisce alcuna minaccia alle tesi mutazionali in sé, poiché critica solo l´idea della mutazione “magica”. Malafouris critica unicamente il fatto che una mutazione neurale sia condizione sufficiente per l´emergenza di nuove abilitá cognitive. Rimane tuttavia neutrale sul fatto che alterazioni della architettura cerebrale siano ancora necessarie a svincolare il sistema neurale, consentendo ad esso di proseguire nel processo di enattivazione. In questo modo, non é possibile affermare che i Neanderthal potessero spingersi oltre il Castelperroniano, proprio perché non é detto che l´emergenza di artefatti non simbolici, come gli ornamenti primitivi, porti necessariamente alla capacitá di processare simboli.
Affermare il contrario significa sostenere che l´integrazione con la materia non solo influenzi il processo di sviluppo neurocognitivo, ma sia capace di alterare le proprietá fisiche della nostra architettura neurale, sostituendo o aggiungendo aree cerebrali a seconda delle esigenze. Se cosí fosse, ci troveremmo di fronte al paradosso di dover affermare che l´integrazione materiale possa aggiungere nuovi “pezzi” al nostro corpo. Ma questo tipo di aggiunta al livello neurale non é cosí diverso dalla creazione di un braccio addizionale dall´esperienza.
Questa idea implicherebbe una combinazione di behaviorismo ed empirismo classico in una forma estrema, poiché ci direbbe che qualunque struttura neurale possa essere generata a patto di presentare lo stimolo giusto al soggetto. Dubito che nelle scienze cognitive attuali qualcuno sostenga questa teoria e ho l´impressione che insistere su di essa ci porti necessariamente ad una situazione che giá conosciamo.

D Garofoli

Nomen omen

•marzo 26, 2014 • 1 commento

La legge - Bucchi 2013Continua la saga delle questioni sui metodi di pubblicazione scientifica. Il tema rimane dei più ostili, e la sintesi delle puntate precedenti è semplice: il processo di pubblicazione dei risultati scientifici è una delle componenti fondamentali della ricerca, ma allo stesso tempo è altamente imperfetto e inquinato da fattori umani, economici, amministrativi e istituzionali, che lo rendono inefficiente e corruttibile. La qualità della ricerca spesso non è strettamente correlata agli indici di valutazione e di riconoscimento professionale, e ancor meno all’attenzione mediatica e accademica. E il sistema di revisione è danneggiato da relazioni personali e istituzionali che vanno dalle geopolitiche su tutte le scale alle basiche relazioni di amore-odio, privilegio, e onnipotenza. Il dibattito è aperto, e le riviste stanno cercando di minimizzare i danni mantenendo le casse in attivo. Le riviste Open Access sono quelle che stanno proponendo più alternative, perché in fin dei conti non hanno nulla da perdere. Sono riviste che nascono dal giorno alla notte come funghi, hanno costi quasi nulli perché pubblicano solo in rete, e sotto le mentite spoglie della condivisione dell’informazione stanno trasformando la scienza in un mercato di chincaglierie: ti pubblicano l’articolo sotto pagamento, trasformando l’autore in cliente. I prezzi possono essere davvero esorbitanti, il cliente ha sempre ragione, e queste riviste si sono già fatte una mala fama, che però non sembra fermare o rallentare il business. Qualcuna si vende meglio di qualcun’altra, creando relazioni accademiche che garantiscono un flusso di mercato costante e una facciata di riconosciuta rispettabilità. Un tentativo timido di cambiare qualche carta alla tavola del problematico metodo di referaggio scientifico è quello di rendere anonimo non solo il nome del revisore ma anche quello dell’autore, per non influenzare i giudizi. Apparentemente equo, in realtà nasconde un problema sincero: non conoscendo il nome degli autori, un revisore che deve accettare l’incarico non può sapere se ha un conflitto di interessi verso quel gruppo di lavoro. In campi grandi questo fattore può avere un peso più contenuto, ma in settori specialistici le relazioni personali contano di più, i conflitti ci sono, e un revisore deve poter tenerne conto prima di accettare un articolo. Alcune riviste rompono allora gli schemi con il criterio opposto: nessun anonimato né per autori né per revisori. Il revisore fa il suo lavoro, ma poi il suo nome viene pubblicato ufficialmente sulla prima pagina dell’articolo, facendolo responsabile del contenuto. C’è poco da dire. Quanti revisori saranno sinceri sapendo che gli autori conosceranno la loro identità? Il mondo professionale è spietato ed egoista, le relazioni personali sono fondamentali, e l’animo umano è spesso suscettibile e spocchioso. Quanti revisori sapranno conciliare lo sguardo attento della valutazione di qualità scientifica con le necessità di buon vicinato dell’accademia e delle sue implicazioni economiche e professionali? Il metodo di pubblicazione scientifica è imperfetto, e le alternative devono sempre essere considerate con interesse e disponibilità. In realtà, spesso ci dimentichiamo che l’imperfezione non è una qualità del metodo stesso, ma della sua applicazione. Come sempre, una buona prospettiva si può portare avanti male se gli obiettivi sono annacquati, e al contrario una cattiva proposta può dare buoni frutti se chi ci mette mano è realmente capace. In questo caso e come sempre l’ottimismo è benvenuto, ma la cautela è d’obbligo.

E Bruner

Sauté à la gibsonienne

•marzo 17, 2014 • 1 commento

Fersym

Il tema dell´equivalenza cognitiva tra uomini moderni e popolazioni arcaiche é probabilmente la questione ad oggi piú discussa in archeologia cognitiva. Nel corso del tempo, si sono susseguite innumerevoli diatribe e discussioni mirate a stabilire quale comportamento fosse realmente “moderno” e quale no. Alla fine, il cavallo vincente della modernitá si é rivelato essere il simbolismo, certificato nel record archeologico dalla presenza di conchiglie perforate, presumibilmente spiegate come ornamenti corporei. I sostenitori dell´equivalenza cognitiva propongono una linea di ragionamento molto semplice: se gli ornamenti corporei implicano modernitá comportamentale e quest´ultima implica modernitá cognitiva, allora qualunque popolazione umana associata ad ornamenti nel record archeologico é cognitivamente moderna. La presenza di tali ornamenti nel record archeologico di popolazioni umane moderne nel Paleolitico Medio Africano é stata dunque usata per sostenere che l´architettura cognitiva moderna emerge con la speciazione di Homo sapiens. Di conseguenza il Paleolitico superiore europeo non segna alcuna “rivoluzione” tecnologica, né cognitiva. L´esplosione tecnologica é dunque solo quantitativa e non é causata da alcuna mutazione che aumenta la cognizione umana. Una variante piú estrema di questa scuola di pensiero, nota come “la scuola culturale”, ha di recente proposto la totale rottura con la tradizione. Secondo i sostenitori di tale approccio, l´esistenza di ornamenti simbolici nel record archeologico di popolazioni neanderthaliane prova che anche i Neanderthal erano cognitivamente equivalenti ai moderni e avviati verso la produzione di un proprio Paleolitico superiore.
Nel mio lavoro per JASs (Garofoli & Haidle 2014) avevo mostrato come la tesi dell´equivalenza qui descritta fosse affetta da profondi problemi epistemologici. In breve, la grande maggioranza delle tesi sull´equivalenza parte dall´assunzione dogmatica che gli ornamenti corporei siano simboli e che il simbolismo sia prova di cognizione moderna. Tale assunzione si basa su una sorta di intuizione di complessitá, secondo cui gli ornamenti corporei sono troppo complessi e troppo “modern-like” per poter richiedere una mente primitiva. Il problema, tuttavia, é che la connessione tra ornamenti e mente moderna é proprio il punto da dimostrare, non la premessa.
Di recente, Henshilwood & Dubreuil (2011) hanno affrontato la questione abbracciando una epistemologia piú appropriata. Questi autori hanno tentato di sostenere la tesi dell´equivalenza cognitiva argomentando che i primi ornamenti corporei implicano la presenza di abilitá che sono, almeno ad una prima considerazione, tipiche della cognizione moderna: teoria della mente e condivisione di standard sociali astratti.
Su Phenomenology and the Cognitive Sciences propongo un controargomento a questa tesi. Nel paper, cerco di dimostrare che ornamenti corporei del tipo “conchiglie perforate” non implicano necessariamente che concetti astratti siano rappresentati mentalmente, associati ad essi, usati per costruire pendenti e soprattutto individuati nella mente altrui come stati proposizionali. Utilizzando un approccio basato sulla percezione sociale diretta, sostengo che una conchiglia nelle mani di un individuo funzioni come un talismano per la percezione sociale. In altre parole, il complesso corpo-artefatto canalizza la percezione e la reazione emotiva altrui attirandola verso di esso. L´individuo che tiene la conchiglia tra le mani puó cosí percepire immediatamente il significato sociale dell´oggetto. L´azione dell´individuo recante l´oggetto consente cioé di scoprire affordances sociali e di percepire il significato che l´oggetto ha per gli altri, senza teorizzare o simulare gli stati mentali altrui. Allo stesso modo, non esiste la necessitá di costruire concetti astratti come “bellezza” o “ricchezza” e di associarli all´oggetto per rendere il senso di esso. Indossare ornamenti diventa segno di bellezza quando la reazione emotiva dell´altro, diretta verso l´oggetto, é prima direttamente percepita e poi mantenuta nella memoria. Il concetto di “individuo bello” emerge dunque come ricordo di una situazione sociale. Risuona alla percezione diretta del passato senza implicare che una teoria di “bellezza” sia usata per interpretare la realtá sociale.
Se il mio argomento é valido, allora sorge il seguente interrogativo. E se questi processi cognitivi minimalisti non richiedessero necessariamente una architettura cognitiva moderna? Ad oggi, non possiamo rispondere a questa domanda, proprio perché manca la mappatura tra i processi enattivi/situati appena descritti e modelli di architetture cognitive. Se il mio argomento é valido, tuttavia, abbiamo almeno una certezza. Gli ornamenti corporei arcaici non sono ad oggi sufficienti a provare l´equivalenza cognitiva tra popolazioni moderne e non.

D Garofoli

Paleosilico inferiore

•marzo 12, 2014 • 7 commenti

Paleosilico inferiore

I test d’intelligenza cui venne sottoposto diedero risultati sorprendenti: messo davanti a un cubo di Rubik impiegò solo 10 secondi a inghiottirlo
(Gino e Michele)

Il confronto tra uomini moderni e neandertaliani ha una sua ragion d’essere: due lignaggi distinti e paralleli, con origini in due continenti distinti ma più o meno coincidenti nel tempo, e con un simile investimento in massa cerebrale. Due forme distinte e parallele di encefalizzazione, e di complessità culturale. Per molti anni si presenta una falsa sequenza dove la fase neandertaliana bruta precede la forma moderna saggia. Ancora ad oggi si trova questa incoerenza con i dati paleontologici in molti musei e in molti contesti di divulgazione. A livello di settore invece si riconosce l’identità delle due linee filogenetiche, magari a volte ancora discutendo sul loro possibile grado di mescolamento, ma di fatto rispettandone una certa individualità umana. E come sempre succede con la nostra psicologia di massa, chiodo scaccia chiodo e da un eccesso si passa ad un altro. Il mantra “siamo tutti uguali” pervade il politically correct, e il Neandertaliano si confonde nella folla di una metropolitana con l’unico ausilio di una cravatta. Qualcuno insiste sul fatto che se una specie si è estinta e una no, avendo una origine comune, qualche ragione ci deve pur essere. Una delle due ha causato l’estinzione dell’altra, oppure una si è estinta da sola per problemi interni, oppure è stato il caso. Ma una ragione probabilmente c’è. Forse la linea neandertaliana potrebbe essere stata un pò più duratura della linea moderna ipotizzando una discendenza diretta e continua dal Pleistocene Medio europeo. Ma tant’è, entrambi le specie sono ben caratterizzate intorno a 100-150 mila anni fa, investono in massa cerebrale, condividono anche la stessa industria, poi una cambia cultura e l’altra si estingue. Almeno questo è quello che per adesso leggiamo nel registro fossile e archeologico. Due linee parallele possono inventare cose differenti, anche se vanno per lo stesso cammino. Marco Langbroek ci ricorda che se la nostra specie ha evoluto caratteristiche nuove, i Neandertaliani possono aver fatto lo stesso, potenziando risorse cognitive o sensoriali che noi invece non abbiamo. Ogni specie ha le sue idiosincrasie, comprese quelle cognitive, e piccole differenze nelle capacità di percezione e integrazione possono generare menti molto differenti.  Però rimangono i fatti, e non possiamo fingere di non conoscerli: delle due specie capoccione, ne è rimasta solo una. Chi cerca evidenze di un incremento nella capacità cognitiva nell’uomo moderno confronta la spartana e rustica industria musteriana dei Neandertaliani con l’aurignaziano elegante e delicato dei primi coloni moderni nel territorio europeo. Il contrasto è ancora più facile quando ci si aggiunge l’arte rupestre e il simbolismo dei rituali. Però se confrontiamo musteriano e aurignaziano stiamo forse facendo il solito errore di mettere tutto sulla stessa linea. Un confronto di questo tipo va bene in situazioni storiche, dove un progresso marca il cambiamento dentro di uno stesso sistema. In questo caso peró i sistemi sono due, paralleli, indipendenti. Dovremmo confrontare quindi i risultati indipendentemente, e non pensando che uno sia lo sviluppo dell’altro. E per fare questo dobbiamo allora confrontare il risultato estremo del processo, che tradisce possibili differenze indipendentemente dal meccanismo che lo ha generato. Ovvero, nel caso del confronto tra Neandertaliani e uomini moderni, questo vuol dire confrontare la scheggia levallois con … un pendrive. Non sappiamo se la mente Neandertaliana avrebbe potuto innescare un processo storico-cognitivo di feedback tra ambiente e cervello, tra biologia e cultura, analogo a quello che ha generato la nostra attuale complessità tecnologica e comportamentale. Non sappiamo se, avendo avuto tempo a disposizione, un Neandertaliano avrebbe potuto progettare uno smartphone, o uno strumento di complessità paragonabile. Ma una cosa la sappiamo: probabilmente non l’ha fatto. La nostra mente è il risultato di una continua strutturazione tra neuroni e ambiente, dove un corpo si organizza in risposta a una nicchia sociale e culturale. Siamo questo percorso, siamo questo cammino. E questo cammino, almeno a giudicare da quello che sappiamo attraverso il registro archeologico, nelle altre specie umane non è forse nemmeno mai cominciato, o non è comunque mai riuscito ad attivare processi così complessi come quelli che osserviamo nelle popolazioni umane moderne. Resta il dubbio sul possibile autore del Castelperroniano, ma sappiamo benissimo di chi è quell’impronta sulla Luna. Non si tratta di giudicare i livelli cognitivi, ma di compararli, riconoscendo le differenze per poterne apprezzare il loro valore.

E Bruner

Monodisciplinarietá suberba

•marzo 7, 2014 • 5 commenti

ITLa multidisciplinarietá é un concetto spiegabile in modi differenti: 1) Aggregazione: ricercatori provenienti da discipline diverse trattano lo stesso argomento, ma lo fanno usando ciascuno il proprio background culturale e metodologico, per poi sedersi ad un tavolo e condividere i propri risultati. 2) Sintesi totale: tutti fanno tutto, e cioé i ricercatori coinvolti nell´ambito multidisciplinare sono esperti totali in tutti i settori di rilievo. 3) Sintesi imperfetta: tutti fanno tutto, ma lo fanno in percentuali diverse. Se dunque il campo di interesse implica una sintesi tra antropologia e neuroscienze, il paleoneurologo ripartisce una percentuale delle sue conoscenze in neuroscienze, mentre il neuroscienziato evoluzionista fa lo stesso con l´evoluzione umana. A mio modo di vedere, l´opzione (1) é sconfitta dalla prova empirica. La mera giustapposizione di campi e discipline diverse produce avanzamenti limitati, per la semplice ragione che la comunicazione tra ricercatori viene compromessa dall´assenza di un “linguaggio” comune. L´ipotesi (2) sembra invece essere implausibile, per la semplice ragione che data l´immensa complessitá dei vari domini di conoscenza, appare difficile immaginare che un singolo individuo possa considerarsi un esperto totale in piú campi. L´opzione (3) sembra certamente la piú sensata e quella che maggiormente produce progresso in ambito multidisciplinare. Essa consente infatti la comunicazione tra ricercatori e nel contempo l´integrazione di competenze e conoscenze in maniera produttiva. É soluzione modesta, in quanto permette ai vari ricercatori di controllarsi a vicenda, limitando gli eccessi che possono emergere in ambo le parti dalla non perfetta conoscenza del dominio altrui. Detto questo, é opportuno chiedersi ora qual é la forma di multidisciplinarietá piú presente nel mondo attuale della ricerca. Ebbene, a mio parere si tratta di un quarto, ulteriore tipo, che combina l´opzione (1) con la (2). Cioé, ognuno si occupa di una sola materia (1), ma nel contempo avanza liberamente teorie anche in altri domini diversi dal proprio (2). Si ha cosí una monodisciplinarietá superba, che implica cioé l´invasione non giustificata, né qualificata, di altri campi, rimanendo peró sempre e solo ancorati alla propria disciplina di base. Il dominio multidisciplinare inizia cosí a produrre teorie che non sono riconosciute come valide dalle discipline costituenti, che immediatamente si accorgono del misfatto e fanno terra bruciata intorno ad esso. L´archeologia cognitiva é esempio lampante di ció. Lontano dai lidi delle scienze cognitive mainstream, le inferenze tra artefatti e proprietá cognitive non necessitano di giustificazioni solide. Ció che conta é che tali interpretazioni diventino parte di un dibattito, cosicché una teoria indimostrata possa divenire paradigma ed il dominio possa cosí autoalimentarsi. 

D Garofoli

Illustr. “Ivory Tower“.  G. Abercrombie, 1945. Oil on masonite.

Ibridolitico

•marzo 4, 2014 • 1 commento

Spy (Kennis and Kennis by Laurence Leberger)Recentemente Joseba Ríos ha tenuto una conferenza sul dibattito associato all’industria castelperroniana, anche prendendo spunto da precedenti riflessioni che avevamo discusso su questo tema. Il castelperroniano è una “industria di transizione”, sul piano cronologico e morfologico. A livello di strati e di tempo, si mette proprio in mezzo alle ultime culture Neandertaliane e alle prime culture moderne. A livello di struttura, è più complessa delle prime, ma meno delle seconde. Da qui tutte le possibilità, a turno difese e offese da vari gruppi accademici rivali. Le interpretazioni vanno da quelle che vedono una cultura neandertaliana avanzata a quelle che vedono una cultura moderna primitiva. Poi ci sono le possibili mescolanze: una cultura ibrida, oppure una contaminazione (per acculturazione o borseggio) tra culture e gruppi differenti. Il dibattito si centra non tanto sull’aspetto archeologico, quanto in quello paleontologico, cercando nella risposta i segni di cambi cognitivi nelle popolazioni neandertaliane (evoluzione, simbolismo, estetica, emulazione). Come spesso accade ci sono evidenze indiscutibili, pubblicate da autorevoli personaggi su autorevoli riviste, che confermano senza ombra di dubbio tutte le possibili possibilità, e tutte le possibilità opposte. Poi uno va a vedere, e se da un lato trova conclusioni contrarie e assolute dall’altro trova un panorama di dati e di risultati che di assoluto hanno ben poco. Innanzi tutto, l’associazione tra questa industria e resti umani neandertaliani è supposta, dibattuta, quando non addirittura assente. I livelli di separazione, nel breve tempo che troviamo questa litica (circa 5000 anni) si distinguono con difficoltà, non solo metodologiche, ma anche di contaminazione per movimento dei reperti da uno strato all’altro. Insomma, si suppone che sia una industria neandertaliana, ma non ci sono evidenze. Inoltre è una industria molto localizzata nel tempo e nello spazio (un numero limitato di siti archeologici francesi, qualche analogo in Spagna e Italia), il che fa venire il dubbio che si possa trattare di “variazione locale” più che di fenomeno “evolutivo”, ovvero che sia un qualcosa che rappresenta un evento specifico di alcune popolazioni più che un processo generico di cambiamento di tutta una specie. Le componenti più raffinate (oggetti con chiare qualità di adorno estetico e oggetti di legno) sono poi strettamente associate solo a un unico sito archeologico, e quindi ancora meno generalizzabili a tutta la tipologia. Al di la del significato specifico di questa industria, e del dilemma sul suo creatore, la cosa che sorprende di più è il processo epistemologico che ci si sviluppa sopra: come è possibile che a fronte di una situazione tanto complessa e poco chiara si trovino posizioni accademiche tanto rigide e definite? Perché in un contesto così instabile e incompleto la scienza, invece di presentare probabilità e ipotesi, presenta conclusioni dogmatiche e inflessibili? I gruppi che difendono questa o quella posizione sono gruppi che vantano elementi di spicco del settore. I giornali che pubblicano le posizioni contrarie sono spesso riviste di peso. Tutti affermano che la loro interpretazione è senza dubbio corretta, ma visto che ci sono interpretazioni opposte e tutte senza dubbio corrette io il dubbio me lo tengo. Il tema è sensibile perché adatto al Grande Fratello mediatico: confronto/scontro tra specie, sostituzione di un gruppo con un altro, simbolismo, interazione sociale. In questi anni di riscatto buonista della figura del neandertaliano ci piace immaginarcelo con una bella collana che guarda l’orizzonte di un tramonto, ma per fare questo bisogna mettere da parte il dibattito scientifico e vendere quello romantico. Senza contare che poi, a livello cognitivo, è realmente così importante sapere di chi era quella collana?

E Bruner

***

Ringrazio Joseba Ríos e Ana Isabel Ortega per tutte le chiaccherate fatte su questi argomenti, e per la dedizione e l’impegno che mettono nel loro lavoro! Vi ricordo su questi temi anche i post sul “Pensare Neandertaliano” di Fred Coolidge e Tom Wynn, e quello sulla critica di Marco Langbroek alle discipline cognitive. L’immagine di questo post è un’altra delle incredibili ricostruzioni dei fratelli Kennis, l’Uomo di Spy, fotografato da Laurence Leberger.

TAG 2013

•gennaio 22, 2014 • 1 commento

matIl 2013 si é chiuso con una interessante manifestazione, tenutasi quest´anno a Bournemouth (UK). Mi riferisco a Theoretical Archaeology Group (TAG), un grande contesto pensato appunto per discutere temi rilevanti nel campo dell´archeologia teorica. Certamente la varietá é il piatto forte di TAG, con argomenti che hanno coperto i campi piú diversi, portando spesso a contatto discipline multiple. Actor-Network-Theory, determinismo, visualizzazione, paleoacustica, archeologia di Margaret Thatcher sono solo alcuni degli esempi che mostrano la natura poliedrica di questa manifestazione. Assieme ad Antonis Iliopoulos, del gruppo di archeologia cognitiva dell´universitá di Oxford, il vostro co-titolare ha colto cosí l´opportunitá offerta da TAG e si é fatto organizzatore di una sessione intitolata “The material dimensions of cognition”, focalizzata sulla teoria dell´Engagement materiale (Malafouris 2013). In questo contesto, abbiamo esaminato alcuni problemi teorici dei modelli classici in archeologia cognitiva, per poi analizzare nozioni come embodiment, simulazioni e meshwork, e discutere applicazioni empiriche di questi approcci innovativi in archeologia e antropologia cognitiva. La sessione é stata un successo. Abbiamo collezionato una lista di 12 relatori provenienti da discipline multiple e nel contempo siamo riusciti ad ottenere un successo di pubblico notevole, specialmente dal punto di vista qualitativo. Ossia, la sessione a mio modesto parere é stata “partecipata” dal pubblico, che ha dimostrato interesse e capacitá di interazione con i relatori sui vari temi trattati. Durante la sessione, abbiamo beneficiato della presenza del Prof. Colin Renfrew, che ha contribuito alla discussione per l´intera giornata. La discussione finale, é stata invece presidiata dal Prof. Tim Ingold, il quale si é mostrato capace di ascoltare le ultime tre presentazioni e costruire una discussione all´impronta integrando gli argomenti appena ascoltati in una sintesi. Qui il link al booklet della conferenza, con tutte le sessioni e gli abstract dei talk, inclusa la nostra.

D Garofoli

 
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