Paleovuoto

•febbraio 5, 2013 • Lascia un commento

Stefan Auf Der Maur - NeanderthalE’ inferenza relativamente condivisa e plausibile che gli ultimi Neandertaliani abbiano abitato la penisola iberica, per poi estinguersi con l’arrivo delle popolazioni moderne. Secondo un canone di progressismo catto-evolutivo che non ci vogliamo togliere di dosso l’inferenza a seguire (in questo caso già in totale assenza di evidenze e spensieratamente basata su preconcetti) è che la creatura primitiva non abbia retto il confronto con la creatura superiore. Le alternative ci sono e non sono mai state nascoste, anche se essendo meno attrattive per una buona sceneggiatura non vengono sponsorizzate eccessivamente dai media e dagli accademici in cerca di un buon primo piano. E l’alternativa più scontata è che i Neandertaliani si siano estinti per conto loro, lasciando alle popolazioni moderne terre libere da colonizzare. Tra le cause di estinzione “indipendente” ci sono problemi nel modello biologico (per esempio nell’estrema encefalizzazione con conseguenze collaterali sui modelli di crescita e sviluppo), limiti genetici, o inadeguatezza della struttura sociale a fronte dei cambi climatici. Hanno appena pubblicato una rivalutazione delle datazioni con radiocarbonio nella penisola iberica, considerando i possibili effetti contaminanti di questo tipo di analisi, che in genere ringiovaniscono i campioni. E a questo punto c’è il dubbio che gli ultimi Neandertaliani iberici non siano poi così recenti. Se le date sono davvero più antiche di quello che si pensa, e se no ci sono difetti del registro fossile, c’è la possibilità che tra l’estinzione Neandertaliana e il popolamento moderno ci sia stato un momento di vuoto umano, o perlomeno di transizione demograficamente floscia. Se così fosse, evidentemente il tema della competizione tra le due specie va ulteriormente rivisto.

E Bruner

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Ringrazio Joseba Rios Garaizar per la discussione su questo articolo. L’immagine del post è un ritratto di Stefan Auf der Maur, che recentemente ha pubblicato una serie di dipinti su uomini moderni e neandertaliani, sul loro incontro, e sulle loro analogie. Il lavoro è stato presentato da Marcia Ponce de León e Christoph Zollikofer.

Epifanie

•gennaio 29, 2013 • 9 commenti

ls1

Off topic necessario. Durante il mio recente tour natalizio in Italia ho avuto modo di parlare con diverse persone, ad oggi tutte laureate nelle piú varie facoltá universitarie e di recente approdate, come programma a lungo termine voleva, nel mondo del lavoro. Ingegneri, economisti, biologi, farmacisti, giuristi, scienziati politici e compagnia cantante, tutti messi di fronte ad un drink e alla fatidica domanda “ma tu, nella vita, che cosa fai?. Il risultato di questa curiosa serie di “interviste” consolida quello che fino a ieri era per me un sospetto e che ad oggi sempre piú assume la forma di una certezza. La maggior parte delle persone con cui ho parlato ad oggi svolge lavori il cui collegamento con il proprio bagaglio di competenze e conoscenze é solo marginale. Per capirci: farmacologi che fanno i burocrati per qualche dipartimento pubblico, giuristi e sociologi che fanno i giornalisti, biologi che fanno gli informatori del farmaco, economisti che vendono pensioni integrative, ingegneri che fanno statistiche in banca, e cosí via. La domanda cruciale che emerge da tutto ció é naturalmente ovvia: serve realmente una laurea per fare questi lavori? Serve realmente sostenere una mole notevole di esami di analisi, calcolo, fisica, per poi fare statistiche per una compagnia, ad esempio? Serve davvero conoscere nel dettaglio i meccanismi di interazione molecolare tra recettori e farmaci per promuovere la vendita di un medicinale? Questi esempi, seppur triviali, danno l´impressione che il sistema accademico italiano (ma forse non solo) rappresenti in pratica un gigantesco meccanismo di selezione, piú che di formazione, dove il fine non é quello di offrire ad una persona il bagaglio culturale necessario a svolgere un lavoro. Al contrario, l´obiettivo é quello di offrire un lasciapassare che garantisca l´accesso a posizioni di lavoro non-specialistiche. In altre parole, il sistema accademico sembra caratterizzarsi come una rupe spartana, dalle quale lo studente é metaforicamente gettato, affinché si provino le sue capacitá di risalita. La laurea testimonia dunque che il candidato ha la “testa” sufficiente per apprendere e ha “il fisico” per poter sostenere un certo tipo di lavoro (generico). A mio modo di vedere, la cosa che piú colpisce é il fatto che questa situazione, largamente diffusa in numerose facoltá universitarie, sia scientifiche che umanistiche, appaia evidente agli studenti solo nel tempo successivo al conseguimento della laurea. Sempre piú persone riferiscono infatti di un problema comune: il fatto di trovarsi, il giorno dopo la tesi, senza la piú pallida idea di dove applicare, chi contattare, dove recarsi, ecc… al fine di trovare un lavoro che abbia a che vedere con la propria specializzazione. Due sembrano essere le ragioni di ció: a) la pressoché totale disconnesione tra mondo del lavoro e accademia (salvo le solite 7 eccezioni del caso); b) il fatto che le stesse facoltá descrivano realtá lavorative meramente teoriche nella loro offerta didattica.  Ció significa che le facoltá riportano quello che una persona potrebbe fare con il tipo di formazione da loro offerto, ma spesso non tengono conto del fatto che tali posizioni teoriche non esistono empiricamente sul mercato. Esempio emblematico di ció é la mitologica figura dello specialista che “lavora nelle industrie”, idea che fa pensare appunto a grandi capitali investiti nell´assumere specialisti al fine di potenziare l´efficienza di una azienda. Ragionamento che non fa una piega, se non fosse che, almeno a titolo personale, dopo 10 anni passati nella accademia non ho mai incontrato nessuno nel nostro Paese che abbia intravisto una di queste figure e tutti coloro che continuano a fare quello per cui hanno investito soldi ed anni di vita sono ad oggi nel settore accademico. Inutile dire che ció contribuisce a generare un meccanismo che é quello che é: autoreferenziale.

D Garofoli

Questioni frontali

•gennaio 8, 2013 • 1 commento

Jebel Irhoud, 2013Ancora sulle aree frontali, e sul genere umano. Tre anni fa abbiamo visto che nell’uomo moderno e nei Neandertaliani le aree frontali sono più espanse lateralmente, presentando un cambio nelle proporzioni geometriche in aree che peraltro sono critiche per funzioni cognitive di un certo spessore. L’ipotesi era quella di un adattamento specifico, o di una ristrutturazione dei volumi per vincoli allometrici, o di entrambe le cose in termini di esaptazione. Questo mese pubblichiamo invece in collaborazione con il laboratorio di Sheela Athreya un lavoro sul profilo mediosagittale. Anche qui, si è sempre detto che l’uomo moderno ha una fronte più globulare, ma fino ad ora non c’era quantificazione diretta. Di fatto, le affermazioni si basavano su stime occhiometriche, indici, o su analisi geometriche più ampie che consideravano non solo la squama frontale ma anche il toro sovraorbitario o tutto il cranio, non chiarendo del tutto quindi il ruolo dell’orientamento e della posizione della fronte. Lo studio della forma della squama conferma che la nostra specie si caratterizza per questa fronte più curva rispetto a tutte le specie umane estinte. Ma mette anche in guardia contro affermazioni troppo strette quando si ha a che fare con singoli individui, perché ci sono aree di sovrapposizione della variabilità tra l’uomo moderno e le specie fossili. Infine, l’analisi conferma che questo carattere lo possiamo trovare dai reperti più antichi assegnati alla nostra linea filetica.

Nello stesso mese pubblichiamo anche con Osbjorn Pearson un lavoro sul cranio di Jebel Irhoud, un reperto incredibilmente completo trovato in Marocco e datato intorno ai 160 mila anni. A parte l’industria Musteriana, l’individuo presenta una architettura del neurocranio (anche a livello endocraniale) totalmente non-moderna, simile a quella Neandertaliana. Ma allo stesso tempo la faccia e le aree frontali tradiscono l’appartenenza alla linea evolutiva dell’uomo anatomicamente moderno. Jebel Irhoud suggerisce che forse l’origine dell’uomo moderno non ha coinciso esattamente con l’origine di un cervello moderno, almeno a livello di geometria dell’endocranio.

Già che sono in promozione di pubblicazioni vi invito anche a buttare un occhio a un nuovo articolo sul concetto di specie in antropologia evoluzionistica, che ci porta direttamente ad alcune riflessioni sull’interpretazione tassonomica e sulla percezione filogenetica di differenze come queste.

E Bruner

Architetture cognitive

•dicembre 19, 2012 • Lascia un commento

hmL´archeologia cognitiva in buona parte risponde alla famigerata domanda “a che cosa serve?” fornendo una plausibilitá evoluzionistica a teorie che propongono di spiegare come la mente umana funzioni. Se tali teorie faticano ad integrarsi con la scala dell´evoluzione, descrivendo una mente emersa “dal nulla” o con meccanismi poco chiari, forse la teoria non é cosí stabile e potrebbe essere il caso di ripensare alla sua validitá. In tutto questo, colpisce il fatto che questa disciplina si concentri spesso sul micro-livello, e cioé usi il record archeologico per supportare tesi sull´evoluzione di specifiche funzioni cognitive, che a volte risultano estremamente ristrette in termini di specificitá dell´informazione. Ció che risulta pressoché assente é il macro-livello, cioé il contesto di fondo in cui tutte queste teorie devono integrarsi. Manca cioé un riferimento a come tali funzioni evolvono in una architettura cognitiva che a sua volta evolve e a come esse siano mediate in un contesto di interattori cognitivi che producono tale funzione. Senza tutto ció, c´é ovviamente il rischio che le micro-funzioni prese in considerazione siano completamente autoreferenziali e slegate dal contesto, producendo cosí teorie dove ogni cosa é lecita e dove la plausibilitá biologica passa in cavalleria. Tuttavia, questa attitudine sembra essere il prodotto di una piú generale assenza di interesse verso il concetto stesso di architettura cognitiva in psicologia. Nell´ambito della psicologia sperimentale, specialmente quella neuro-psicologica, mi capita di registrare una focalizzazione estrema su micro-funzioni che perde di vista un riferimento solido ad una teoria di fondo. Ció sottolinea una disconnessione inspiegabile tra l´ambito delle scienze sperimentali e di quelle teoriche. Riguardo a queste ultime, le cose non sembrano andare molto meglio. A fronte di innumerevoli modelli che si limitano a fornire spiegazioni di come alcuni aspetti della mente funzionino (es: percezione attiva, per l´embodiment radicale), il problema di fondo, cioé l´architettura cognitiva, viene spesso posto in secondo piano. In aggiunta, mentre assistiamo all´uscita di libri dai titoli piú bizzarri ed i temi piú specifici in assoluto, non sono a conoscenza di un testo che presenti e discuta in maniera comparativa i modelli esistenti di come la mente umana potrebbe essere strutturata. L´idea sembrerebbe una banalitá dal punto di vista editoriale, eppure, ad oggi sembra che il tema sia limitato a capitoli di libri o articoli sparsi qua e lá (es: Paul Thagard nel capitolo 3 di questo nuovo libro), se non centrati su architetture artificiali. A questo riguardo, sono rimasto curiosamente colpito quando ho scoperto che il gruppo di filosofia delle neuroscienze dell´universitá di Tübingen ha in programma di organizzare un seminario proprio su questo argomento per il prossimo gennaio. In questo contesto, teorie modulari, psicodinamica, reti neurali, disposizionalismo e codifica predittiva verranno presi in considerazione e discussi allo scopo di capire qual é il modo piú adatto per spiegare come é strutturata la mente umana. Sembra dunque che io non sia il solo a cogliere la presenza di questo problema. Peccato rimanga solo un seminario, almeno per ora.

D Garofoli

Tristo è quel discepolo

•novembre 27, 2012 • 2 commenti

Insegno quindi sono. L’importanza di saper insegnare deve poter contare sulla capacità di poter apprendere. L’apprendimento ha una componente individuale (basata soprattutto sull’esperienza personale) e una componente sociale (fondata su insegnamento e imitazione). Una “strategia dell’apprendimento” è quindi l’integrazione tra queste due componenti, come e quanto si coordinano e si influenzano. Le scienze sociali tentano di quantificare questi processi utilizzando parametri demografici e culturali come le dimensioni delle popolazioni, i tassi di innovazione, le gerarchie generazionali, o la predisposizione al cambio. E in tema comparativo questi modelli, tra psicologia e antropologia culturale, prendono in considerazione le strategie dell’apprendimento delle società moderne come di quelle rurali o di quelle fondate su caccia e raccolta. Una prima fase dell’apprendimento è strettamente biologica, scandita dallo sviluppo neurale e soprattutto da quello sensoriale. Una seconda fase invece ha una connotazione più culturale, basata sull’insegnamento e sulle reti sociali. E’ evidente comunque che anche in questa fase più soggetta a variazioni complesse associate a dinamiche sociali ci sono fattori biologici del tutto rilevanti, che includono componenti della memoria di lavoro, delle capacità introspettive, di una teoria della mente, o anche semplicemente delle capacità di immagazzinamento delle informazioni. Ecco quindi che la capacità di apprendere (o di insegnare) puó diventare oggetto di selezione naturale, e addirittura di competizione evolutiva. Le basi biologiche della capacità di tramandare informazioni e cultura possono arrivare a fare la differenza tra evoluzione e estinzione. Considerando il dibattito ancora del tutto aperto delle relazioni storiche e evolutive tra uomo moderno e popolazioni neandertaliane, vale la pena controllare. Tra il sapere e il conoscere, è ancora sempre più importante il poter condividere.

Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro
(Leonardo da Vinci)

E Bruner

Aoiki 2010. Evolution of the social-learner explorer strategy. Evolution 64.
Borenstein et al., 2008. Evolution of learning in fluctuating environments. Evolution 62.
Aoiki et al., 2005. The emergence of social learning. Curr. Anthropol. 46

L´idea e non la massa

•novembre 15, 2012 • 1 commento

Il dibattito sulle origini della famigerata “modernitá comportamentale” continua ad essere indubbiamente il tema centrale della archeologia cognitiva. Parte della discussione verte specificamente sul problema di postulare o meno l´esistenza di alterazioni nel network neurale degli uomini moderni, allo scopo di spiegare l´esplosione tecnologica che si osserva nel record artefattuale del Paleolitico superiore in Europa. Il classico contro-argomento della scuola culturale (tesi dell´equivalenza cognitiva) si fonda sulla comparsa graduale di artefatti “moderni” nel Paleolitico Medio africano, evidenza che secondo i sostenitori di questa teoria é sufficiente per rifiutare l´ipotesi della mutazione magica. In aggiunta, alcuni modelli matematici che mettono in relazione l´ampiezza di una popolazione e la sua complessitá tecnologica sembrano dare credito a questa proposta. In particolare, il prototipo di questo modello (Henrich, 2004), sostiene che il livello medio di abilitá in un compito effettuato da un gruppo di individui che imitano un individuo innovatore varia monotonicamente con la ampiezza della popolazione interagente. Cioé: piú individui ci sono in una popolazione e meglio si riesce ad imitare quelli che innovano. Questo perché il livello di abilitá che un imitatore acquisisce dopo aver imitato un altro individuo é uguale al livello del soggetto imitato (cioé: quanto il compito é difficile) meno un bias imitativo (cioé: i problemi che l´imitatore incontra quando si mette ad imitare l´opera in questione), piú un fattore di errore. In qualche modo, il modello sembra assumere che in un gruppo sociale il livello di abilitá di soggetti innovatori correli con l´ampiezza della popolazione. Questo probabilmente implica che la variazione del numero di individui in una popolazione porta con sé anche una variazione nel numero degli “innovatori”, cosí come quella degli imitatori che riescono ad imitare e a propagare l´innovazione. Il risultato é che la complessitá tecnologica é determinata dall´ampiezza della popolazione, cosicché l´assenza di condizioni demografiche giuste potrebbe nascondere la presenza di alcuni artefatti complessi nel record archeologico, senza comunque escludere la presenza di capacitá cognitive sufficienti a realizzarli. Tuttavia, Dwight Read sembra non concordare con il modello appena discusso. In una recente pubblicazione dal titolo emblematico, l´autore sostiene che il modello é affetto da un problema teorico rilevante che ne compromette la validitá. Per l´esattezza, Read argomenta che il modello assume il bias imitativo come costante, cioé implica che all´aumentare della difficoltá del compito da imitare i problemi rimangano sempre uguali per l´imitatore. Come esempio triviale, questo equivale a dire che riprodurre un´opera di Caravaggio o il disegno di un bambino per l´apprendista pittore é lo stesso. Read mostra al contrario che assumendo un bias variabile, dove una maggiore complessitá nell´innovazione provoca maggiori difficoltá nell´imitazione fa scomparire qualunque relazione tra complessitá tecnologica e dimensioni della popolazione (come dimostrato anche dalla applicazione empirica del modello a numerosi casi di studio). É vero infatti che in una popolazione grande ci sono piú innovatori, ma se i compiti proposti sono estremamente difficili é possibile che solo pochi riescano a riprodurre l´innovazione, il che é indistinguibile dalla situazione in cui la popolazione é ridotta. Al contrario, una correlazione sembra esistere tra valutazione del rischio/numero migrazioni e complessitá tecnologica. In altre parole, se quanto sostenuto da Read é valido, l´attenzione sembra nuovamente spostarsi da un livello passivo, dove la tecnologia é epifenomeno dell´incremento demografico, ad una dimensione attiva in cui l´innovazione é prodotta e mantenuta sulla base di un processo creativo fatto di scelte e valori culturali. Inutile dire che in questo secondo caso il rapporto tra cognizione e cultura e la necessitá o meno di potenziamenti cognitivi come base per l´innovazione tornano nuovamente al centro del dibattito.

D Garofoli

Illus: MindStone, by Adam Rex – Wizards of the Coast

L’omuncolo deforme

•novembre 5, 2012 • 2 commenti

I meccanismi con i quali rappresentiamo la realtà dentro di noi sono abbastanza poco conosciuti. Quelli poi con cui rappresentiamo noi stessi dentro a quella nostra rappresentazione della realtà sono del tutto insufficienti. Una realtà virtuale interna è uno spazio nel quale simulare, e sperimentare. Occhio e mano sono le interfacce, le porte di ingresso e uscita attraverso le quali il nostro cervello si connette con la realtà esterna e genera mente. Il tutto diretto dalle aree parietali, mediane e intraparietali, che integrano le informazioni esterne con quelle interne, selezionano per importanza, coordinano con il sistema occhio-mano e con la memoria, e generano uno “spazio immaginato”. Konrad Lorenz pensava che la capacità fondamentale di “pensare di fare qualcosa” fosse condivisa da uomo e scimmie antropomorfe. Anche Philip Barnard pensa che un potenziamento del “modulo visuo-spaziale” sia cosa comune alle grandi scimmie. Però il registro fossile suggerisce che forse la nostra specie potrebbe aver subito un ulteriore potenziamento nell’integrazione delle aree parietali. In un articolo di un paio di anni fa (psicomorfometria!) Longo e Haggard prendevano le coordinate delle posizioni delle mani e delle dita di una persona, e le confrontavano con tecniche di superimposizione (le stesse che usiamo noi coi crani e coi cervelli!) con le coordinate delle posizioni “percepite” da loro stessi. Ebbene, c’è un errore sistematico nella percezione, e sembra che la nostra sensazione ci trasmetta dita più corte e mani più larghe. Le “deviazioni” sembrano essere simili a quelle descritte per l’omuncolo di Penfield, rappresentazione del nostro corpo sulla corteccia sensorimotoria. L’omuncolo ci informa delle nostre proporzioni e posizioni seguendo il suo stesso schema, che è sufficientemente corrispondente ma presenta qualche piccola “deformità” dovuta a necessità sensoriali e limiti anatomici. Evidentemente le aree parietali gli danno retta, ma non prima di aver consultato il resto delle informazioni (soprattutto quelle che vengono dall’occhio) per rimediare e aggiustare il tiro. Il tutto si complica quando pensiamo che le stesse aree anatomiche continuano topologicamente in quelle del linguaggio, generando confini poco chiari tra prassi e parola, che si intrecciano attraverso ponti funzionali quali quelli per esempio dei numeri e del saper contare.

E Bruner

 
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